sussidi di stato

e l’autunno arrivato.
è arrivato il tempo che sa di libro di lettura e di sussidiario, di pomeriggi di luce artificiale che profumano di minestrone e compiti. Il vapore del ferro da stiro sbuffa di sotto, le figurine son da infilare nell’album, possibilmente dritte, e i doveri, i primi doveri che ho odiato da subito, con tutta me stessa.
il grembiule blue elettrico.
il fiocco che pizzica.
in fila per due e la mano sudata.
le gare di tabelline cui nemmeno partecipai, già sicura di perdere.

perché il mio universo parallelo era sempre fuori da lì che mi aspettava. non entrava mai in classe ad affrontare chi mi prendeva in giro: perché distratta, perché già innamorata, perché interessata a tutto fuorché allo studio. piena del mio mondo fatato, delle voci dei personaggi che già mi assillavano: mariano rigillo, paolo e lucia poli che poi adolescente seguivo fin nei camerini. la tivù dei ragazzi in bianco e nero, e basta. soltanto fantasia e un tempo vuoto, “il tempo inutile dell’infanzia” che oggi non c’è più. almeno per loro, i piccoli con la faccia da adulti che vedo parlare con tono saccente.

ero libera di annoiarmi, d’immaginare la mia esistenza. di sognarla, almeno. così come faccio adesso. io che non ho diritto al sussidio di stato. io che non ho figli né reddito. io che, evidentemente, non me lo sono meritato.

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