E’ il tempo giusto

E’ il tempo giusto per passare la mattinata al bar affollato del lido facendo finta di star male dietro gli occhiali da sole. Per ieri sera, quando hai finto di ubriacarti perché lui fingeva di fare il filo a un’altra. Tra l’altro bionda.

E’ il tempo giusto per indossare il bikini sgambato che lui non noterà mai preso com’è a inviare Direct Message a “ladosempremanonqua”.
Pazienza.
Basterà una “selfie” perché gli arrivi la botta di gelosia e orgoglio.
Basta sempre una “selfie” per sentirsi meno falliti, inutili e indebitati.

Questo è il tempo di costruire piste sulla sabbia per farci correre biglie colorate, all’ombra della pineta che sa di resina e baci impacciati. E’ il tempo per leggere topolino senza dover correre a fare i compiti.

E’ il tempo giusto per restare incantata a guardare l’umanità che chatta, posta e tagga. E domandarmi che cosa ci facciano qui anziché guardare il mare direttamente dal monitor di casa.

cara Durex

la pubblicità, apparsa su Cosmopolitan, dice questo: “Provalo! Mentre gli fai un blow job, applica alcune gocce di questo lubrificante sul clitoride e masturbati. Vedrai ragazza, vedrai!“.

cara Durex, iniziamo dalle basi.

capisco che “pompino” possa avere un impatto più forte sul papà che entra in stanza e trova tale rivista della figliola sulla scrivania, tra il Rocci e lo Zingarelli, o che faccia più tendenza sulla signora che la sfoglia in treno leccandosi i polpastrelli, ma non è che con blow job facciamo la figura delle collegiali, quindi, bando alle ipocrisie e fai applicare i tuoi pubblicitari nella ricerca di figure retoriche più efficaci. infine sono stufa di tutti questi anglicismi.

per anni ho scritto anch’io “clitoride” al maschile. e anche i vocabolari danno le due versioni come corrette, (perché così è), nonché le migliaia di articoli che si trovano oggi in rete e spiegano minuziosamente alle ragazze come procurarsi piacere da sole, da Donna Moderna al Corriere con il video in 3d. ma ci sono diverse ragioni ideologiche per le quali clitoride andrebbe al femminile. la prima, come mi suggerì anche la scrittrice Sandra Petrignani,  è che l’organo erettile in questione appartiene alla donna, e secondo le ultime ricerche sarebbe anche l’unico responsabile del nostro piacere, poi perché “infibulazione”, l’orrenda mutilazione di cui è oggetto da secoli la clitoride, è femminile e deriva da “fibula”, ossia “spilla”, infine perché Clitus era sì il nome di diversi Re macedoni, ma anche della donna di Poseidone, la dea Clito, peraltro madre di dieci figli tra i quali Atlante.

e infine basta con questa storia del fare tutto da sole. secondo te, caro pubblicitario, mentre gli facciamo un buon lavoro di bocca, che già costa fatica e impegno, dovremmo anche pensare al nostro godimento: e certo, servizio completo come da secoli. ma a parte che noi ragazze certi giochetti li impariamo tra amiche, se tanto mi dà tanto a questo punto potremmo utilizzare il flacone tutto da sole, vista la forma dell’erogatore di lubrificante non vedo perché impiegare un maschio per il nostro piacere, e dover anche discutere, prima ovviamente, su quale film andare a vedere o su dove mangiare la pizza.lubrificante

cara Durex, perché se il lubrificante è maschio l’azienda è femmina, come direbbe il buon Amleto a Ofelia in opera porno: dio ci ha dato la saliva e noi dovremmo usare il lubrificante?

ah, dimenticavo: il preservativo, però, usiamolo sempre.

solisti

ieri ero al concerto di Fabrizio Bosso, nella favolosa cornice di Palazzo Venezia, sotto una luna velata di umidità, tra plotoni di zanzare. seduta alle mie spalle una coppia che mi ha deliziato per circa mezzora. non mi sono mai voltata a guardarli. amo immaginare l’espressione da cui provengono certe banalità. erano due come io non sarò mai, neppure lavorandoci sopra, e che si sono raccontati anche ciò che non hanno visto, letto o ascoltato, che vanno dietro a ciò che si dice in giro e non sanno distinguere un quadro da un poster. ogni frase dava all’altro l’input ad alzare la posta, una gara a chi ne sapeva di più. e in poco più di trenta minuti siamo andati dallo “ius soli” allo Strega passando per vaccini, economia, Ciabatti, vacanze e Renzi.

i due usavano la cautela del primo appuntamento. stesso ambiente, stessa cerchia di amici. mi sono domandata come potesse essere il primo bacio tra due così, intrappolati nelle loro certezze, in un odore che sembrava lo stesso per entrambi: antizanzara e nicotina. e chissà se anche per persone dall’agenda così fitta di mondanità a poco prezzo esista un baratro, e se sia più piccolo del mio, di diametro minore così come di profondità.

quando è iniziato il concerto hanno smesso di parlare. forse hanno incrociato le braccia sul petto per impedirsi di toccarsi furiosamente, ma non credo, forse, come me hanno iniziato a stare nella musica. al termine del primo incredibile “assolo” di Fabrizio hanno applaudito, fischiato, urlato, erano caldi come la notte romana, già bollenti di entusiasmo. poi, quando l’orchestra ha completato il pezzo, tra virtuosismi e micro espressioni musicali, i due hanno ripreso a parlare.

perché il mondo è pieno di gente che applaude soltanto i solisti.

da parte mia un grande applauso a Paolo Silvestri, direttore e arrangiatore, alla splendida orchestra (il Man tra loro) e a Fabrizio Bosso, che, tutti assieme, hanno contribuito a farmi passare l’emicrania.

in scena

non trovo il teatro, non so neppure in quale stazione sia scesa da un treno che portava ritardo, e soprattutto perché fossi in viaggio; non ricordo la parte che certamente avevo mandato a memoria, il copione, come da copione, pare sia sparito, non trovo nemmeno il costume di scena. eppure ero certa di volerlo fare lo spettacolo, di aver firmato il contratto, ma i calzini che ho hai piedi sono quelli di mio padre che però è morto quando avevo ventisei anni, e non credo siano giusti per il personaggio che devo recitare sebbene non ricordi quale sia.  perché la cosa l’ho presa sottogamba, perché ho detto di sì non credendo si potesse fare, che lo spettacolo sarebbe saltato come succede tante volte.

invece sono tutti in scena e c’è anche una folla incredibile di pubblico pagante. e continuo a cercare tra i camerini quello giusto, dove forse la sarta ha già appeso il costume; nonostante il vociare in platea e la prima campanella, mi guardo attorno alla ricerca di uno sguardo amico: dicono che anche il testo faccia schifo, che le battute son scritte con i piedi.

mi rassegno, non ce la farò mai, dovrei fuggire. ma il tramestio tra le quinte m’impensierisce, quell’idea assurda di lasciare i colleghi da soli ad affrontare un buco di scena. perché la differenza tra un vero artista e un accattone di consensi sta nella generosità e nello spirito di sacrificio.

poi mi sveglio. oggi sarà una giornata meno calda.

cara Gianna

quindi la storia va così. stanca di questo Paese, parti con Carla, la tua compagna, e la piccola Penelope, tua figlia. e pensare che anch’io avrei voluto un figlio, ma poi ci sarebbero voluti un mucchio di quattrini per farlo. sì, certo, nessuno lo mette in dubbio, Gianna, i tuoi soldi te li sei guadagnati, è vero. peccato però non aver contribuito tu per prima alla crescita del nostro Paese, che sai, non per essere patriottica, ma è uno dei posti dove vivrei più volentieri, almeno io. ci fossero persone che pagano le tasse, poi, soprattutto quelli che potrebbero farlo, sarebbe un paradiso questo Paese che tu lasci perché non garantisce un futuro alla tua piccola.

perché vedi, Gianna, tu patteggiasti con il fisco, e come te Valentino Rossi e tanti altri, forse anche il tizio che ha avuto la cittadinanza onoraria qualche giorno fa e delirava sbronzo da qualche posto a Napoli festeggiato dalla folla. qualcosa anche lui l’ha data al fisco, il resto credo se lo sia pippato, ma giustamente, sono fatti suoi, benché io mi rifiuti di applaudirlo. perché tanti altri, sai, quelli che invece le tasse proprio non ce la fanno a pagarle, loro non possono fuggire, né patteggiare, perché l’avvocato costa e il commercialista pure, mentre una corda o una tanica di benzina non costano un cazzo.

è vero che qui in Italia non si respira per quante tasse si pagano e quanti pochi servizi abbiamo, sebbene il nostro welfare tanti Paesi se lo sognino,  perché sai, Gianna,  le tasse dovrebbero essere proporzionali al patrimonio di ognuno, più guadagni più paghi, invece da noi succede che, chi come te può, patteggia, o vive un po’ qua e un po’ là, chi non può, paga, o si vede portare via tutto e si suicida. quindi, cara Gianna, sappi che se questo Paese non garantisce un futuro a Penelope, è per colpa dei politici sicuramente, ma anche per colpa tua, che hai evaso per anni, che hai patteggiato, e che ora te ne vai.

però, occhio Gianna, che lì in Inghilterra le tasse saranno pure meno salate, ma se non paghi ti fanno il culo sul serio.

le ombrelline

ormai la storia la conoscono perfino le mie gatte. il Governatore della regione Abruzzo D’Alfonso, PD, tra l’altro indagato per corruzione eccetera, assieme ad altri signori uomini, tutti PD e tutti elencati sui numerosi articoli di sdegno usciti nelle ultime ore, tengono una due giorni a Sulmona, dal titolo calzante per l’occasione: Fonderia Abruzzo, laboratorio di idee nuove e visioni per il futuro.

fa un caldo da schiattare, e in alternativa a quattro pali piantati ai lati del palco, con un bel lenzuolone bianco a fare da copertura, o a parasole acquistati in qualsiasi catena di supermercati, o a un leggero gazebo comprato al volo all’Ikea di Sulmona, (perché ce n’è una anche lì), o presso il fornitissimo Leroy Merlin, l’organizzazione sceglie di assoldare quattro ragazze che reggano gli ombrelli sulle capocce pensanti degli onorevoli maschi. ovviamente, per il PD e l’organizzazione questa è tutta una montatura, perché non si poteva fare altrimenti, come se, appunto, Sulmona fosse il deserto del Kumtagh.

quindi le discussioni su FB: colpa delle donne che hanno accettato, o colpa di chi ha avuto la brillante idea di trasformare un dibattito sul “futuro”, in una scena del passato  che invece ci parla di oggi, e del fatto che non è cambiato niente, e da ambo le parti, perché siamo sempre quelle che alla Festa dell’Unità stanno nel retropalco a girar salsicce e porchetta e son pure felici.

personalmente son stata ricattata tante volte, sia quando facevo teatro sia oggi, addirittura da un direttore di banca che doveva decidere se concedermi uno scoperto per la mia azienda. senza distribuire “colpe” in giro, perché non sono dio, credo che se la si piantasse innanzitutto di sentirci vittime e si dicesse “no” per prime, denunciando subito l’accaduto, o ricattando a nostra volta, che si tratti di palpeggiamenti o scatti di carriera o di ombrellini, inizieremmo una vera rivoluzione, perché se aspettiamo che il gran Visir capisca che farsi sventagliare da una donna è una cosa da medioevo, stiamo fresche.