E’ il tempo giusto

E’ il tempo giusto per passare la mattinata al bar affollato del lido facendo finta di star male dietro gli occhiali da sole. Per ieri sera, quando hai finto di ubriacarti perché lui fingeva di fare il filo a un’altra. Tra l’altro bionda.

E’ il tempo giusto per indossare il bikini sgambato che lui non noterà mai preso com’è a inviare Direct Message a “ladosempremanonqua”.
Pazienza.
Basterà una “selfie” perché gli arrivi la botta di gelosia e orgoglio.
Basta sempre una “selfie” per sentirsi meno falliti, inutili e indebitati.

Questo è il tempo di costruire piste sulla sabbia per farci correre biglie colorate, all’ombra della pineta che sa di resina e baci impacciati. E’ il tempo per leggere topolino senza dover correre a fare i compiti.

E’ il tempo giusto per restare incantata a guardare l’umanità che chatta, posta e tagga. E domandarmi che cosa ci facciano qui anziché guardare il mare direttamente dal monitor di casa.

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il bello di essere ininfluenti

ne scrissi già un paio di anni fa e da allora nulla è cambiato nella mia condizione di scrittrice isolata. a questo punto confermo: essere ininfluenti oggi è un privilegio. se poi possiedi la consapevolezza che viceversa non cambi un cazzo, allora è roba da squirting.

contatti importanti interessati alla mia voce, compresa di subordinate e incise, ne ho a drappelli. ogni giorno se ne aggiunge qualcuno di semi Strega, Campielli, Viareggini, Teseini, incuriositi dalla mia capacità di parlare di politica e sesso estremo nella stessa pagina. anche editori e agenti, taluni, tra l’altro, invischiati nella spiacevole vicenda appena occorsa allo scrittore L.R.C. (subito “dolorosamente” scaricato dall’ambitissima Agenzia Letteraria U.S per aver offeso -in modo feroce e gratuito è vero- la scrittrice A.S.).
ma il passaggio dall’interesse personale al contratto, dalla simpatica telefonata e dai like a una proposta, nonostante mi avessero contattata loro, non c’è mai stato. e di questo li ringrazio.

lo stesso mi successe a 20 anni, uscita dalla Silvio d’Amico, quando facevo teatro d’avanguardia per 4.000 lire a sera e per campare lavoravo per i numeri erotici, e mi chiamò l’Agenzia Diberti, ma no una segretaria, no, proprio lei, la grande Marina. da non credere: mi aveva vista in una replica e pensava fossi il volto giusto per la grossa seria TV, proprio quella, su Rai 1 prima serata, La Piovra.
solo, avrei dovuto cambiare qualcosina. smettere il nero lutto che mi stava d’incanto, truccarmi poco e niente, avere una faccia pulita, non dire parolacce.

ma io non “faccio”, io “sono”. e sono attrice e scrittrice perché voglio vibrare, non fingere di farlo. perché l’arte è stata per me la rinuncia a tutto: figli, quattrini. per me fare questo rischioso mestiere significa inseguire un sogno, una visione, non studiare a tavolino una storia di successo e la maniera per promuoverla. che cazzo me ne frega delle visioni imposte da altri.
ammiro, adoro, anzi invidio questi che si leggono tra loro e s’insultano come se dalla fine dell’altro dipendesse il proprio successo, ma io ne voglio stare fuori, non voglio essere invidiata, studiata, attesa al varco, alla prima cazzata.

sto bene dalla parte degli outsider, non essere chiamata in causa, menzionata dalla scrittrice famosa, non dovermela fare addosso per quel cazzo di like messo sovrappensiero al post in questione. non dovermi giustificare.

il mio erotismo in salsa sociopolitica è qui. da leggere con due o una sola mano, dipende se vi eccita il rialzo dello spread.

qui un romanzo sex free sulla violenza domestica.

colto in fallo

è vero che Rousseau le cantava con tanta più classe ai suoi avversari, ma con parole più edulcorate neppure lui le mandava a dire, come si usa qui da noi, in tempi di comunicazioni super veloci e volgarità più moderne. a Diderot, però, certe cattiverie dette dal collega arrivavano, se arrivavano, con almeno un anno di ritardo, quando sarebbe stato perfino controproducente replicare.

fatto sta che ogni volta che un autore appena più in vista scrive una cazzata, fa una gaffe social (più o meno grave, perseguibile per legge oppure no), quando si lascia prendere dalla frustrazione di essere stato estromesso dalla grossa Agenzia letteraria, per esempio, o di sentirsi un imbecille alla ricerca d’immortalità tra altri milioni di imbecilli, e lo scrive magari senza omettere giudizi affrettati e livori mal riposti e in sovrappiù tralasciando la forma, ecco che giungono a schiere, richiamati dall’odore del sangue, i moralizzatori, i senza macchia, le decine di scrittori che commentano nel tentativo di dar mostra di sé:
della propria anima viceversa cristallina;
della propria correttezza;
della capacità di ravvisare deprecabili errori di ortografia nel post del diffamante;
dell’uso corretto dei congiuntivi e dei pronomi personali;
della propria onestà intellettuale;
della di cuore che a uno scrittore non può mancare.

al netto delle ragioni e dei torti, delle iniziali al posto del nome, della qualità letteraria dei due contendenti, ciò che mi colpisce ogni volta di queste orride beghe letterarie è che i moralizzatori, le diverse anime che compongono Il Clan di chi sta sempre dalla parte giusta e dell’autore con tiratura più grossa o più di moda, si comportano allo stesso modo del diffamante, del bruto, del cinico, e con la stessa brutalità e infamia e cinismo minacciano, colpiscono, augurano il peggio.

ogni volta che mi metto in finestra a guardare, penso a quanto sono fortunata a non appartenere all’ambito circolo di quelli che contano.

qui, e tanto per intenderci, un bellissimo e terrificante articolo sulle Redazioni, sulla mancanza di umanità di chi ci lavora.
qui il mio long seller eroticissimo fuori dal genere.
qui il mio romanzo Castelvecchi.
qui una mia foto nuda.

spine nel fianco

quando ero ragazza pensavo che la nostra storia dell’arte fosse popolata esclusivamente da uomini. rari i nomi femminili riportati sulle antologie, e soltanto di quelle donne che avevano ottenuto premi importanti, non trascurabili. ignoravo ci fossero state fotografe e intellettuali come Tina Modotti, ma anche grandi sostenitrici dell’arte, produttrici, mecenate come Isabella d’Este o in epoca più recente Peggy Guggenheim o la bellissima Palma Bucarelli, cui dobbiamo il Museo di Arte Moderna di Roma.

più che mai in pittura le donne ci appaiono stare sullo sfondo, del tutto disinteressate alla materia, disciplina artistica nella quale le ho sempre immaginate nel ruolo di modelle, di solito anche amanti dell’artista, mai a tu per tu con tela e colori, fatto salvo per Artemisia Gentileschi, salita però agli onori delle cronache non per il suo straordinario talento ma a causa della violenza sessuale subita dal pittore Agostino Tassi, detto lo smargiasso, di cui era assistente; ma penso anche la sfortunata Frida Kahlo, inchiodata al letto per anni e in seguito nascosta nell’ombra del talentuoso e seducente Diego Rivera e perfino oggi maltrattata da certi opinionisti da salotto, ovviamente maschi e machisti.

eppure le donne del passato, tutte coloro che hanno avuto la sfortuna di nascere con il fuoco sacro nel petto, perché senza quello non si va da nessuna parte, lo ricordo a chi si ostina a pensare che l’arte s’impari, ebbene tutte loro viaggiavano esattamente come gli uomini, affrontavano gli stessi pericoli. nonostante avessero al seguito, al contrario degli uomini, anche dei figli cui badare.

è il caso Elisabeth Vigée Le Brun (1755-1842), grande amica di Maria Antonietta Imperatrice di Francia, quella delle brioches, per intenderci, e che, come de Sade e tanti suoi colleghi uomini, compì per ben due volte l’obbligatorio viaggio in Europa, che serviva agli artisti per conquistare clienti e per conoscere altre realtà artistiche. per Elisabeth quel lungo viaggio che la condusse fino a san Pietroburgo rappresentò più un esodo, una fuga dalla Rivoluzione, che un viaggio di conoscenza. su di lei, raffinata artista, girarono più che altro pettegolezzi sui suoi supposti amori e relazioni di convenienza, negati e raccontati da lei stessa nel memoir “Souvenirs” dedito da Electa. ovviamente, farla passare per troietta leggera e opportunista, convenne soprattutto ai suoi colleghi. il suo nome, come quello di migliaia di artiste dimenticare, non è mai stato incluso nei libri di Storia dell’arte.

colgo l’occasione per complimentarmi e gioire per l’Oscar alla carriera a Lina Wertmuller, lasciata un po’ nelle retrovie come tutte le altre, nonostante i grandi film che ci ha dato.

qui puoi leggere il raffinato (così dicono) Pioggia Dorata: sesso estremo e vite estreme per 6 racconti pieni di suspance
qui il mio romanzo sex free per Castelvecchi.

la fine del mondo

se mi sospenderò dai social per alcuni mesi, come faccio almeno una volta l’anno, non sarà a causa vostra o della dipendenza da like, o per la frustrazione di veder osannati scrittori maschi e mediocri, ma per la sofferenza che mi causa non poter salvare il pianeta.

chiamiamola Sindrome del Salvatore, o dell’Altruista, cui però si aggiunge la Sindrome di Wendy, che vuole salvare ogni uomo nevrotico nei dintorni, e quella ambientalista, o di Greta, che mi fa sentire responsabile anche per l’imbecille che riempie il carrello di plastiche.

come scrisse Romain Gary (ormai dovreste esservi documentati e sapere di chi si tratta, giacché lo cito ogni 2 post), viviamo una situazione di costante emergenza che ci tiene impegnati su fronti distanti da noi stessi, le nostre reali paure e i nostri veri sogni. così, le istanze più personali e vere sono sostituite da tutto quello cui non possiamo porre rimedio: la piccola Era glaciale, i cani abbandonati, quelli che non possono assistere al funerale del padrone, quelli ammazzati per gioco, Trump, balene squartate,anziani picchiati, tartarughe soffocate con sadismo, autisti ATAC che uccidono deliberatamente e con calma da killer, padri acquisiti che picchiano a morte bambini, gattini sadicamente torturati, la soppressione dalla libertà di Stampa.

ogni volta che scorro la Time Line di FB sto male. poi cammino per strada e mi dimentico la ragione per cui sono uscita. forse anche quella per cui vivo. devo rientrare in me. smetterla di pensare a voi.

qui Pioggia Dorata
qui Conversazioni sentimentali in Metropolitana
Justine 2.0 puoi richiederlo a redazione@GiaZiraScritture.it

“affaire” Prati

che poi, giustamente, se cerchi sul web “affare Prati” vien fuori una lunga lista di appartamenti in affitto e vendita nello storico quartiere romano, per altro sede del Palazzo di Giustizia, detto Palazzaccio, voluto da un ex prete, Francesco Saverio De Mérode, gesuita di lignaggio che, deluso dalla carriera politica, investì come immobiliarista sulle terre di Prati di Castello, di fronte al Porto di Ripetta, destinando quella zona a sede della giustizia umana in contrapposizione a quella divina che, evidentemente, non gli aveva reso abbastanza merito.

che il gossip sia un grosso affare soltanto per i creduloni lo so da quando nonna Rosetta leggeva di nascosto da mio padre robaccia patinata. ma che tristezza, però, concepire una trama del genere per poche migliaia di euro ad apparizione TV. non so che cosa possa fare nella vita una ex soubrette che non abbia neppure l’opportunità di scrivere un romanzo per la Nave di Teseo, ma almeno un corso di scrittura creativa poteva frequentarlo assieme alle due famigerate “agenti”.
perché Sebastian, Rebecca e Mark sono nomi di personaggi giusti per romanzetti Newton & Compton, prevedibili e scritti male.
Caltagirone è un cognome che risuona nella testa del credulone tipo. i viaggi del padre, contenuti nella narrazione quotidiana del piccolo Sebastian, in elicottero e aereo privato, titillavano le fantasie della lettrice media.

insomma, e scrivo ciò con tanta tanta tristezza nel cuore, alla fine la mia splendida zia Alma aveva ragione: quando si è basato tutto sull’apparire, ma nulla più in noi risulta vendibile, si finisce per vivere di strane opportunità, e si deve inventare una storia pietosa di bambini ammalati e ultracinquantenni affette da tardivo senso materno per sbarcare il lunario.

qui Pioggia Dorata, scandalosa raccolta di racconti.

qui il mio ultimo romanzo Castelvecchi sulla violenza di genere.