E’ il tempo giusto

E’ il tempo giusto per passare la mattinata al bar affollato del lido facendo finta di star male dietro gli occhiali da sole. Per ieri sera, quando hai finto di ubriacarti perché lui fingeva di fare il filo a un’altra. Tra l’altro bionda.

E’ il tempo giusto per indossare il bikini sgambato che lui non noterà mai preso com’è a inviare Direct Message a “ladosempremanonqua”.
Pazienza.
Basterà una “selfie” perché gli arrivi la botta di gelosia e orgoglio.
Basta sempre una “selfie” per sentirsi meno falliti, inutili e indebitati.

Questo è il tempo di costruire piste sulla sabbia per farci correre biglie colorate, all’ombra della pineta che sa di resina e baci impacciati. E’ il tempo per leggere topolino senza dover correre a fare i compiti.

E’ il tempo giusto per restare incantata a guardare l’umanità che chatta, posta e tagga. E domandarmi che cosa ci facciano qui anziché guardare il mare direttamente dal monitor di casa.

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#orgoglioproletario

qualcuno, un’avvocatessa napoletana con casa al Vomero, chirurgo plastico di fiducia e barca, leggendo Justine 2.0 (Ink Edizioni 2013), mi scrisse quanto fosse odiosa certa aria borghese ritrovata nel romanzo, la villa in campagna, le donne di servizio, l’estate a Positano, la lettura di romanzi alla domenica davanti al camino, gli abiti vintage acquistati nei mercatini di antiquariato di mezzo mondo. replicai che il romanzo iniziava con la punizione della protagonista da parte del padre con alcuni colpi di nervo di bue, segno evidente che non era mia intenzione attribuire alla borghesia soltanto aspetti positivi.

non mi sono mai potuta ribellare alla buona educazione borghese, alle regole, cui tengo molto ancora oggi e che mi sono state utilissime, su come apparecchiare la tavola e come sedere, quando alzarmi e davanti a chi; mio padre mi proibiva di guardare Fantastico al sabato sera o Domenica In, sostenendo fossero programmi nazional popolari e diseducativi: pensate fossi felice di non avere nulla da condividere con le amichette il lunedì mattina?

mia nonna comprava di nascosto le riviste scandalistiche: non sta bene leggere certa robaccia, e vi risparmio dettagli su quelli che mia nonna e mio padre ritenevano mestieri  (dignitosissimi) di cui vergognarsi. anche Lady Oscar mi fu proibita. così come non potevo richiedere motorini e jeans di marca, diversamente dai miei amici proletari.

così, leggendo certe frasi piccate del popolo social contro l’Amaca di Serra, sì, quella che ha fatto tanto discutere e che quindi NON linkerò qui, ho pensato a quanto mi senta ancora una volta esclusa a non poter vantare, né esibire sui social, il nonno minatore o contadino, al contrario della mia amica del Vomero, che naturalmente si dice comunista.

qui il mio romanzo Castelvecchi “Conversazioni Sentimentali in Metropolitana”

Baciami stupido

 

se confronti uno qualsiasi dei film di Billy Wilder con le sceneggiature di oggi c’è da impallidire. e poi ieri c’era un vecchio episodio di Montalbano con la Rodriguez, francamente milioni di volte evviva Cinema Classic su Sky.

dunque, dicevo Billy Wilder, prendiamo Baciami stupido, in definitiva un film minore: un paio di location, la stazione di servizio del paroliere benzinaio (Barney Millsap), di fronte la casa del maestro di pianoforte (Ray Waltson) e signora,  il Bar dell’ombelico un po’ fuori città, preso di mira dai puritani del paesello e dove Kim Novak, Polly the Pistol, lavora come cameriera, ben disposta a farsi pagare qualche extra nella sua confortevole roulotte dietro il bar.

ora succede che Wilder non si fa problemi a denunciare il mal costume di Hollywood al ricatto sessuale, e lo fa senza peli sulla lingua ben 50 anni prima del #Metoo, ma nessuno se ne accorge: in questa pellicola del 1964  è addirittura Dean Martin, nei anni di Dino, borioso cantante italoamericano, che fa chiaramente capire come funzioni il meccanismo, laddove per comprare le canzoni del povero pianista di provincia, pretende in cambio una notte di sesso con sua moglie. il lunghissimo piano sequenza che vede Kim Novak,  (ingaggiata per quella notte per fingersi la moglie disponibile di Spooner, il compositore pianista), importunata da Dean Martin nei panni di Dino è veramente raccapricciante. la commedia, il tono leggero di Wilder si spezza facendosi amaro, i pizzicotti scherzosi del maschio arrogante, non fanno ridere la donna e neppure gli spettatori, Martin ubriaco fa veramente ribrezzo, come le sue battute sconce.

la terza parte della commedia è all’insegna del femminismo e della sorellanza: le due donne risolvono ogni problema, raggiungono l’obiettivo, si aiutano l’un l’altra, è l’epifania della larghezza di vedute e della libertà sessuale, praticata con molto garbo nei salotti buoni da una società borghese che predica la chiusura dei locali notturni, ma tollera  (e un po’ incoraggia) corna, triangolazioni e prostituzione.

Billy Wilder si conferma ancora una volta come un regista rivoluzionario e modernissimo. 

il mio romanzo “Conversazioni Sentimentali in Metropolitana” è qui. Qui “Pioggia Dorata”, la raccolta di racconti più scandalosa degli ultimi 10 anni, anche in ebook. 

#iononbevo

essere astemi, non bere alcolici per necessità o per scelta, non è un delitto. è un delitto picchiare a sangue tua figlia di 20 mesi perché sei ubriaco e non tolleri più che pianga; schiaffeggiare la tua fidanzata dopo il quarto spritz, finché ti restano mani, davanti alla discoteca e davanti a tutti, perché fare il gradasso è più facile con tutto quell’alcol in corpo; è un delitto metterti al volante dopo la festicciola al bar tra amici e andare a ottanta per le vie del centro di domenica pomeriggio, e ammazzare l’anziano sulle strisce, e non fermarti neppure a soccorrerlo: perché ubriaco equivale sempre a coglione, ricordalo; è un delitto vendere alcolici ai minorenni nonostante esista una legge che però neppure le grandi catene di supermercati rispettano, che poi li incontri che non hanno nemmeno sedici anni, al sabato sera, a Milano, in piazza Gae Aulenti, con la bottiglia da litro di superalcolici in mano, e pensi che a trent’anni già saranno impotenti, sterili, a un passo dalla cirrosi epatica, violenti, gonfi e irriconoscibili.

sentire dell’ironia nella voce di chi in TV annuncia che Salvini e di Maio hanno aperto il #Vinitaly senza brindare, mi pare da veri imbecilli. una volta, avevo forse due litri di vino in corpo, convinsi un amico a prendere una viuzza del centro storico di Roma contromano, ad altissima velocità. quando arrivai al termine della strada lo pregai di farmi scendere: non ero che io che mi sarei ammazzata, ma chi per caso e per disgrazia si fosse trovato lì per strada. smisi poche settimane più tardi. bere con moderazione è per pochi. la maggioranza dei coglioni al secondo bicchiere si sente Superman.

qui il mio ultimo romanzo “Conversazioni Sentimentali in Metropolitana” (Castelvecchi Editore)

mettiamo Pirandello

confusa dalla super offerta di novità da Premio letterario (40, ben 40 titoli è pura follia ) e Fiera del libro, tra le centinaia di noir che io non leggo, entusiasta dalla rilettura dei Racconti romani di Moravia, necessario punto di partenza per la stesura delle mie storie brevi sulle parafilie e in attesa del confanetto dei Sonetti del Belli, prendo dallo scaffale in alto le Novelle per un anno di Pirandello.

credo che a scuola bisognerebbe far leggere ai ragazzi esclusivamente autori contemporanei, possibilmente italiani, da Zerocalcare per andare a ritroso fino a Calvino, forse i racconti di Buzzati e Sciascia; iniziare dall’oggi, insomma, da ciò che essi possono capire, da un linguaggio più vicino a quello usato quotidianamente ma senza emoticon.

perché nessun adolescente potrà mai credere che Pirandello sia stato giovane. per tutti, Luigi è nato così, uscito dal ventre materno in ghette, colletto rigido e barbetta pizzuta; impossibile abbia anch’egli disobbedito ai genitori, lasciato la cugina in attesa delle nozze e che sia andato a studiare a Roma, che da lì sia partito per Bonn a causa di un insanabile conflitto con il rettore dell’università capitolina, lasciando a Palermo, quindi, cugina e promesse. per un adolescente, Luigi Pirandello sarà sempre antico, vecchio, in naftalina: non sarà mai ragazzo.

degli autori dovremmo far conoscere ai giovani prima di tutti i vizi, l’esistenza infelice, i tentativi fatti da ognuno di loro di suicidarsi e di pubblicare, che è all’incirca la stessa cosa; lasciamo che conoscano gli insuccessi di questi uomini in naftalina, il sesso con le prostitute, l’impotenza, la silifide, le minacce agli editori, il linguaggio forte, i contratti capestro, la delusione costante, le recriminazioni.
è cattiveria mostrare agli studenti questi mezzi busti tronfi, lasciando il loro animo ribelle al buio della storia.

qui il mio ultimo romanzo, Conversazioni Sentimentali in Metropolitana, Castelvecchi Editore.

sono una snob? sì, e con orgoglio.

se ho dubbi sulla coltivazione delle piante e chiamo il giardiniere, Tonino, non me ne esco dicendogli che è uno snob  quando mi rimprovera perché non le ho trapiantate, o non le ho annaffiate a sufficienza. non sto a dargli del radical chic se mi guarda con sufficienza, perché lo fa eccome, e mi invita a studiare: vado al Mac e studio, la rete è piena  di manuali di giardinaggio e sono tutti gratuiti.
non capisco perché, quindi, se a domanda sul gruppo di Letteratura di FB vi si spiega la ragione per cui una famosa Casa Editrice italiana a bassissimo costo non è consigliabile: perché molte delle traduzioni sono indegne, così come impaginazione, editing, cura, carta e in ultimo, ma non meno grave, perché il trattamento riservato ai suoi dipendenti, autori compresi, non è quello che si vorrebbe per chiunque lavori, mi domando perché vi dobbiate sentire in diritto di chiamarci SNOB.
nessuno vi ha ordinato di leggere, o di scrivere. non è una pratica obbligatoria. e la bellezza, la cura, la raffinatezza, bisogna conoscerle per capirne l’importanza. se per te, novello intellettuale della cultura di massa che scrive “anche” con la “k”, leggere Platone senza note a margine fa lo stesso, accomodati pure. ma pretendere di avere ragione è presunzione e arroganza, la stessa di cui accusi chi ti corregge gli errori di sintassi. il fatto è, caro neofita del libro, che la sintassi è scienza, non fantascienza, non gusto personale. la letteratura è fatta di rigore, della scelta ragionata di un vocabolo, non è pressapochista, non lascia margini all’errore.
un libro curato è più comprensibile, maneggevole, leggero, i fogli con cadono come in autunno le foglie.
è vero, sono nata tra i libri, lo racconto anche in Justine 2.0, ma non mi ero accorta che ciò fosse un difetto, qualcosa da nascondere, una macchia del passato di cui vergognarsi. molto di ciò che ho letto l’ho trovato in casa, sì, ma tanta roba l’ho presa in biblioteca. ricordo la lite per Lettera a un bambino mai nato della Fallaci, che i miei non sopportavano, e che io avevo iniziato a casa di un’amica e volevo terminare. mio padre fu lapidario: per la Fallaci niente soldi, semmai leggi La Storia della Morante, mi disse. e io, quindicenne pervicace, andai in Biblioteca perché volevo finire quel romanzo. la cultura non la fa soltanto la famiglia, né i soldi, ma la scuola, la strada, la curiosità.
qui Conversazioni Sentimentali in Metropolitana Ed. Castelvecchi.