E’ il tempo giusto

E’ il tempo giusto per passare la mattinata al bar affollato del lido facendo finta di star male dietro gli occhiali da sole. Per ieri sera, quando hai finto di ubriacarti perché lui fingeva di fare il filo a un’altra. Tra l’altro bionda.

E’ il tempo giusto per indossare il bikini sgambato che lui non noterà mai preso com’è a inviare Direct Message a “ladosempremanonqua”.
Pazienza.
Basterà una “selfie” perché gli arrivi la botta di gelosia e orgoglio.
Basta sempre una “selfie” per sentirsi meno falliti, inutili e indebitati.

Questo è il tempo di costruire piste sulla sabbia per farci correre biglie colorate, all’ombra della pineta che sa di resina e baci impacciati. E’ il tempo per leggere topolino senza dover correre a fare i compiti.

E’ il tempo giusto per restare incantata a guardare l’umanità che chatta, posta e tagga. E domandarmi che cosa ci facciano qui anziché guardare il mare direttamente dal monitor di casa.

classismo 2.0

la storia è terrificante. e soprattutto dispiace. stavolta sia per la vittima sia per il colpevole. e ne leggo tanti di post a sostegno di Domenico Diele, giovane attore di Fiction importanti. ma chi scrive deve restituire la realtà così com’è. una donna di 48 anni, tra l’altro necessaria alla sopravvivenza di un padre anziano, è stata travolta e uccisa dall’auto guidata da un uomo senza patente, perché ritirata mesi fa per uso di stupefacenti, e che, oltretutto, era impegnato in una conversazione al cellulare, nonostante guidasse sotto l’effetto di stupefacenti (oppiacei) e fosse buio, “molto buio” come racconta un testimone.

oggi leggo difese di amici e amiche, persone che “io lo conosco bene ed è una splendida persona”, frase che determina due reazioni precise in chi legge: tu sei una persona famosa che conosce persone famose ed è un peccato ricoprirlo di merda, dedichiamo quindi la giornata dell’odio social al PD che ha perso ai ballottaggi.

l’odio social fa sempre schifo. l’odio social è il gregge che bela forte, l’odio social è il grado zero del ragionamento individuale, ma ciò che importa veramente, e sta qui la notizia, è che nessuno si è mai domandato se lo “straniero” ubriaco, colpevole di omicidio stradale, fosse un brav’uomo e quali problemi lo affliggessero tanto da bere. nessuno si è mai chiesto se sia lecito o meno, per un operaio edile lavorare senza tutele, vivere la propria esistenza e disperazione senza dare fastidio a nessuno. in sovrappiù, all’attore Diele era stata sospesa la patente. e qui non si stratta più di “essere una persona che porta avanti la sua personale e faticosa battaglia con la vita silenziosamente, con discrezione, tentando di farsi notare il meno possibile e di non dare mai fastidio a nessuno”, come scrive su FB Veronica Gentili del Fatto Quotidiano, ma di vivere insensatamente senza pensare al prossimo che ci capiterà sotto le ruote. inoltre, chi “porta avanti la vita faticosamente” è lo straniero fatto di Tavernello che vive in una casa di merda nella provincia del nulla, non quello fatto di coca al ritorno da una festa.

mi spiace, questo si chiama classismo, d’altra parte tollerabile per i giornali di destra, fosse stato moldavo lo avreste già massacrato.

 

liberi di masturbarvi

la condanna inflitta a un uomo che a Trieste si masturbò davanti a minorenni, per ben tre volte, dopo averle cercate e atteso che loro gli finissero davanti, è stata tragicamente annullata pochi giorni fa. l’articolo che spiega estesamente le motivazioni della Corte è qui. in breve, l’esibizionista dovrà pagare soltanto una multa, perché, in definitiva, quello non è un luogo frequentato da minori.

da oggi, quindi, tutti liberi di prendere il vostro salsicciotto in mano e dar libero sfogo alle pulsioni più proibite, magari in Autogrill, in giro per ipermercati, per strada. tanto non sono luoghi frequentati abitualmente da minori, non sono parchi, asili, scuole. e a me, adulta, cari giudici, fa perfino piacere incontrare un frustrato in libertà che mi violenta la giornata con la sua erezione non richiesta.

capisco che le carceri son piene e abbiamo problemi più gravi da affrontare, tipo salvare banche dal fallimento. ma vedere un maschio adulto che agisce per il proprio esclusivo piacere, davanti allo spavento di ragazzine indifese, è di una gravità da incubo. Certe violenze non hanno nome né troveranno mai una punizione esemplare, perché ci resteranno attaccate addosso come uno stato d’animo ogni volta che faremo quella strada, o ci sarà quel cielo sulla nostra testa. Sono l’intrusione in una mente pura (freudianamente parlando), di una perversione adulta, che insozza per sempre ciò che è pulito, inquieta e annichilisce.

allora tutti al cinema, come negli anni ’70, che mamma era costretta a chiamare le maschere ogni mezzora, o a scegliere il posto laterale corridoio centrale, per evitare i vecchi satrapi e le loro lordure pomeridiane.

puttanesimi

se volessi riassumerlo è questo il tema di Conversazioni sentimentali in Metropolitana, in uscita dopo l’estate per Castelvecchi Editore, e il puttanesimo, ossia affermare la propria autonomia appoggiandosi al conto corrente di amante/marito o compagno, non è cosa di cui si può parlare, in epoca di politically correct e nazifemminismo, senza rischiare di essere linciati.

ma basta andare in treno e farsi un paio di volte la linea Viterbo Roma in orario di punta, prendere un bus qualsiasi, andare a un party della Bari bene con terrazza sulla città vecchia, per sentire quali sono le informazioni di base, di cui molte di noi hanno bisogno, per decidere se uscire o meno con qualcuno: se lavora e quanto guadagna. l’amore viene dopo, se viene, sennò pazienza.

ma se questo è giustificabile in tempo di crisi, perché in definitiva siamo tutti profughi in epoca di capitalismo sfrenato, non può essere considerato onorevole né una tradizione da portare avanti, soprattutto se andiamo in giro sventolando la bandierina de “il culo è mio e me lo gestisco io”. insomma, trovo personalmente ridicolo usare gli altri due cognomi del nostro sposo per acquisire autorevolezza, quella dovrebbe essere soltanto nostra, almeno se ci proclamiamo libere e indipendenti e andiamo censurando tutti i machisti dei social.

trovo sia venuto il momento di parlare della contraddizione fortissima tra ciò che molte pubblicizzano e invece fanno. per me, evolverci significa affermare finalmente il sacro principio del puttanesimo, non nasconderlo, né aggredire chiunque ne faccia menzione. 

qui il mio ultimo libro. anche in ebook.

tutte studiose con le botte delle altre

solo quest’anno credo siano usciti cinquanta romanzi sulla violenza di genere, a essere ottimista. va di moda. il che non mi rende felice, poiché è evidente che siamo troppe, sia a prenderle sia a scrivere.

il mio “Conversazioni sentimentali in metropolitana” (in uscita per Castelvecchi editore a fine estate), racconta carnefici e vittime sorpresi ancora allo stato larvale, soprattutto non individua la vittima soltanto nella donna, gioco fin troppo facile, ma fa del dramma un “Girotondo” di manipolazioni, pensando a Schnitzler, appunto, dove il manipolato a propria volta cerca qualcuno da piegare, una coazione a ripetere per lo più automatica in deviazioni affettive di questo genere. perché la vittima impara dal carnefice, e se sopravvive gliela fa pagare.

ma non è di questo che voglio parlare, avrò modo di svelare un po’ della storia, tra l’altro piuttosto leggera, in altri post. ciò che mi preme evidenziare (e senza voler fare polemica) è che talune colleghe tanto affezionate alla carnalità della scrittura e al racconto personale, soprattutto quando muovono critiche verso le altre incolpandole di essere poco autentiche, si dichiarino stavolta quasi tutte estranee al fatto, (almeno quelle lette), quasi preferiscano non essere protagoniste del dramma ma soltanto spettatrici, quasi che essere “manipolate” e picchiate sia un’onta all’intelligenza femminile.

tutte hanno studiato, letto, ascoltato decine di storie di altre donne, un buon modo per testimoniare la propria capacità investigativa o di tenersi alla larga dall’odore acre della lotta e sentirsi al di sopra di questo umiliante percorso? non ne ho idea, non lo so e forse non m’interessa. io invece le botte le ho prese sul serio, e ne ho prese talmente tante da dover uscire di casa con le maniche lunghe anche con 30° all’ombra, tanto da giocarmi un enorme patrimonio, tanto da bere fino a crollare sul marciapiede. il che non significa che il mio romanzo valga più del loro, ma che non mi vergogno di essere stata una vittima.

il mio ultimo libro anche in ebook

 

se ti sopporto non è amore

una ragazza, ieri, su twitter, tale Lara, Nina, Viola, insomma una di quelle bellezze nascoste dietro foto e nickname, e che la sa lunga sicuramente più di me, ha scritto: che cosa si deve sopportare in nome dell’amore? ed io, che come spesso accade ragiono su certi quesiti, ho risposto, più a me che a voi: niente, non sopporti niente perché se sopporti non è amore. e su questo che per me è un principio basilare, ho anche scritto Conversazioni sentimentali in metropolitana (in uscita dopo l’estate per Castelvecchi),  ma anche Pioggia Dorata e Justine 2.0.

ho sopportato megalomania, corna e botte. il risultato è stato trovarmi con il culo per terra, senza lavoro, casa, senza figli, e nemmeno il beneficio degli alimenti. c’è chi sopporta in nome della tranquillità famigliare, commenta Brunella sotto il mio post su FB, chi come me ha sopportato perché manipolata; chi lo fa perché “meglio con lui che sola”, come aggiunge giustamente Dirce, perché c’è il mutuo da pagare, per pura pigrizia.

un’altra amica, (ma questo post è unisex), afferma di sopportare le differenze dell’altro per accrescersi chiamandole però difetti, perché la sopportazione per amore determina forza, scrive. ma io credo che sotto lo sguardo caldo dell’amore, il diverso da me mi arricchisca e basta, seppure nella distanza, e non considero quindi un difetto la sua diversità, né devo perciò sopportarla.

è questione di termini, di sfumature, credo, di allontanarci a passo svelto dall’iconografia cattolica nella quale, tra oro e rosso cardinale, si annida l’idea dell’amore come sacrificio supremo. forse è così l’amore materno, che conduce madri a farsi derubare e picchiare perché il fanciullo trentenne abbia il cellulare di ultima generazione, auto rombante e jeans di marca, perché d’altra parte Gesù era maschio, e pure barbuto, e per lo più assente, e amante delle puttane, ma non credo possa più essere così tra due adulti. perché sopportazione fa sempre coppia con dolore.