E’ il tempo giusto

E’ il tempo giusto per passare la mattinata al bar affollato del lido facendo finta di star male dietro gli occhiali da sole. Per ieri sera, quando hai finto di ubriacarti perché lui fingeva di fare il filo a un’altra. Tra l’altro bionda.

E’ il tempo giusto per indossare il bikini sgambato che lui non noterà mai preso com’è a inviare Direct Message a “ladosempremanonqua”.
Pazienza.
Basterà una “selfie” perché gli arrivi la botta di gelosia e orgoglio.
Basta sempre una “selfie” per sentirsi meno falliti, inutili e indebitati.

Questo è il tempo di costruire piste sulla sabbia per farci correre biglie colorate, all’ombra della pineta che sa di resina e baci impacciati. E’ il tempo per leggere topolino senza dover correre a fare i compiti.

E’ il tempo giusto per restare incantata a guardare l’umanità che chatta, posta e tagga. E domandarmi che cosa ci facciano qui anziché guardare il mare direttamente dal monitor di casa.

Chugi

tratto da Pioggia Dorata, Giazira Scritture 2015

Si trattava di un fatto realmente accaduto in Giappone, le aveva assicurato prima di cominciare e prima ancora di adagiarsi sul divano.

«Un Master aveva ordinato all’amante di aspettarlo fino al suo rientro, nuda e immobile al centro esatto del piccolo giardino. Sai… – s’interruppe – i giapponesi hanno una cura maniacale per i particolari e la creazione delle simmetrie». Riprese.

«Aveva ricevuto una chiamata dall’ufficio, doveva uscire per un imprevisto ma sarebbe rientrato nel giro di due ore, l’aveva rassicurata carezzando dall’alto la fronte della donna che, come con un cane, stava ai suoi piedi. Poi ribadì che si aspettava di trovarla esattamente così come l’aveva lasciata: esattamente, scandì, esattamente dove ti ho lasciata. La submissive dagli occhi a mandorla chinò la testa come si conviene. Si spogliò davanti a lui mostrando remissività», sottolineò e spostò lo sguardo sulla parete spoglia alla ricerca dello sguardo della giapponese, confrontandolo poi con quello della donna che, in piedi sulla porta, lo guardava con espressione purtroppo neutra.

«Dopo avergli leccato le suole delle scarpe – ricominciò con evidente rammarico – la giapponese andò a sistemarsi in giardino, proprio dove lui le indicava tendendo il braccio come una freccia, sotto il mandorlo appena fiorito, accanto al filiforme muretto di pietra, di fronte alla fontana zampillante e alla tartaruga nera rivolta a nord».

L’uomo si compiacque per lo sforzo creativo appena profuso. Poi cercò ammirazione negli occhi della sua unica spettatrice, che invece li aveva abbassati in fretta, e ricominciò. «Benché facesse freddo la donna non si ribellò. Nonostante sarebbe stata esposta agli sguardi di passanti e vicini non pensò nemmeno per un attimo di contraddirlo», e di nuovo guardò la sua donna che ancora senza ombra d’incredulità nello sguardo, o di apprensione, si teneva stretta tra le braccia conserte ed era bella da togliere il fiato. Inspirò. Riprese.
«Così il Master nipponico andò in garage e quando ne uscì vide la sua donna sparire nel riquadro dello specchietto retrovisore. Un minuscolo corpo armonioso all’interno della perfezione del creato».

Il Master rise tra sé. «In ufficio partecipò a una riunione e poi a un’altra. Infine, convocato dal vice direttore, seppe che all’alba sarebbe dovuto partire per Kyoto, causa un bug di sistema di un’azienda consociata. Un’emergenza cui soltanto lui poteva rimediare. Una richiesta che non pensò per un secondo di contraddire. Una mancanza di rispetto che mai avrebbe pensato di praticare». Scrollò il capo sorridendo di nuovo. Si compiacque ancora per quei guizzi poetici.

Inspirò. «Erano le due del mattino quando il giapponese si appisolò alla scrivania. All’alba era in aeroporto da dove provò invano a chiamare l’amante. Doveva avvertirla! Così chiamò e richiamò, agganciato a un telefono pubblico – i cellulari ancora non esistevano – sperando che lei decidesse di trasgredire all’ordine.

La donna in ginocchio in giardino sentiva il telefono squillare senza sosta oltre la sottile parete di carta di riso, ma nemmeno una volta pensò di alzarsi da lì per andare a rispondere.
Non era la prima volta che i loro giochi si protraevano per giorni, fino allo stremo, allo strazio assoluto, al sacrificio abissale.

Il tecnico era partito dalla capitale che c’erano ancora i mandorli in fiore», disse dopo averla scrutata di nuovo, la submissive nostrana, ancora immobile, ancora calmissima. «Così, il tecnico scoprì che a Kyoto si sarebbe dovuto trattenere più del dovuto. Un caso, niente di più che un dannato caso!» mise a postilla mentre si grattava il mento guardando nel vuoto, in cerca del filo da riprendere.

«Passarono alcune settimane che divennero mesi. L’ingaggio prevedeva un lavoro di ripristino dati e la formazione di nuovi tecnici. Ogni giorno l’uomo chiamava l’amante che però continuava a non rispondere. Pensò volesse fargliela pagare, che forse era stufa – la guardò di sottecchi – e che, stavolta, in effetti, aveva esagerato. Infine, mettendo da parte ansia e senso di colpa, concetto credo sconosciuto ai giapponesi non di fede cattolica, pensò che, tra l’azienda e lei, dovesse più lealtà alla prima e che perciò, comunque fosse andata, aveva fatto la cosa giusta.
Infine, successe una domenica di gennaio durante una cerimonia al Tempio, l’impiegato della multinazionale incontrò una lontana parente che gli era stata destinata in sposa dalla famiglia. In Giappone si fa ancora così», precisò per prevenire qualunque domanda della donna che, sulla soglia, stava ancora immobile, le braccia ancora incrociate sul petto, lo sguardo ancora imparziale e freddo.

«Per il rispetto e la lealtà che i giapponesi nutrono per le tradizioni e lo Stato, l’uomo si piegò al volere della famiglia fermandosi nella città delle campane il tempo utile ai preparativi delle nozze. E più si avvicinava quel giorno, più la sposa gli stava accanto, più diminuivano i colpi di telefono all’amante, ridotti ormai a rari squilli nemmeno troppo insistenti.

Quando tornò a Tokyo la neve si stava sciogliendo.
La sua amante fu ritrovata in giardino, ancora in ginocchio, le mani giunte in preghiera così come lui l’aveva lasciata in primavera.
Ma il fatto bizzarro, l’aspetto spaventoso di tutta questa vicenda – s’infervorò l’uomo sul divano – fu che la denuncia alla polizia arrivò da una vicina di casa della submissive il giorno stesso in cui lui atterrò a Tokyo! Forse nel momento stesso in cui oltrepassò il Gate!».
E l’uomo ci mise talmente tanta enfasi, da doversi alzare dal divano per poi risedersi, una “ola” di entusiasmo del proprio sentimento più intimo.

«Si chiama Chūgi», aggiunse portando la voce fino in cucina dove la sua amante si era spostata, evidentemente per nascondere una chiara espressione di condanna mista a disgusto. Lui lo sapeva. Lei non era pronta, lei non capiva. Una provinciale del cazzo, una ragazza creativa ma un po’ stupida.

«Chūgi! Ricordatelo, capra!», concluse poi con un sorriso soddisfatto.

Passò lo sguardo sul tavolino di vetro abbassandosi leggermente per osservarlo controluce, si rimise dritto sulla schiena e lodò, ovviamente tra sé, la totale mancanza di polvere.

di Pietro Nenni e altre sviste

non posso consentire a un idiota di dire idiozie, o parole d’odio, o falsità. non darò mai la vita perché possa farlo. e sono anche stanca di giustificare ogni violenza per i sensi di colpa di un Governo di merda, di tutti i Governi che non sono riusciti a raddrizzare questo Paese. ma non è giusto che sia io a pagare per la loro diseducazione.sono nata quando si parlava ancora di questione Meridionale, benché la Questione dovesse essere già stata abbondantemente risolta grazie alla Riforma agraria e la Cassa del Mezzogiorno. all’epoca si recriminava ancora, Pietro Nenni, i fascisti veneti, che forse a ben guardare al gabbio ci dovevano restare.e invece. sono stata adolescente e ho marciato perché noi donne avessimo un posto accanto all’uomo, e non sotto o dietro, e non quote rosa, e oggi, dopo l’uscita di Baricco, prendo atto che non è servito a nulla, e che il femminismo, buona parte di esso, serve soltanto a ottenere Like sui social, o scrivere romanzetti “al femminile”, tanto quando serve ci si mette ancora a pecora, ideologicamente e fisicamente. quindi no. non vedo perché dare solidarietà a chi merita solo fischi. è una vita che do il buon esempio, ma la mia onestà non mi è servita a molto. vince la faccia di culo, vince la testa di cazzo, vince il disonesto. io mi guarderò allo specchio un giorno e mi sentirò degna di mio padre e di mia madre. cazzarola, che colpo di culo.

di piccioni e umanità

è tanto bella anche l’umanità. oggi ho visto il mio dirimpettaio muoversi con guanti di gomma attorno allo scaldabagno del proprio balcone, dove il piccione (la picciona?) aveva fatto il nido. non sentendo più i pennuti pigolare, ho pensato che l’uomo avesse fatto una strage. si sa, i piccioni, brutte bestie. per tutto il giorno son stata a domandarmi come si può, e perché, e come mai avessi sbagliato a giudicare invece positivamente il vicino. un’ora fa, il benedetto pigolio. il dirimpettaio, gentile come avevo supposto, si era preoccupato di ripulire le deiezioni dei nuovi nati. ora la mamma li sta nutrendo. evviva.

la mia domenica su KulturJam

Elena Bibolotti: Frida Kahlo

Per mia madre sì che Camilla era una a posto. Da prendere d’esempio. Mia madre me la fece conoscere che avevo undici anni e avevo tutta l’aria di una ragazza vissuta. L’anno dopo avrei cominciato a fumare. Giocavo con le bambole, ma allo stesso tempo mi mettevo nelle mutande gli assorbenti di mia sorella nella speranza che mi venissero le mestruazioni, così da farmi sverginare.about:blank

Complessivamente ero di pessimo umore. Avevo le tette che stavano per esplodere sul petto e un sentore di pelo pubico che mi faceva orrore.

Camilla studiava dalle suore. Non che questo fosse un marchio di limpidezza morale, per carità. Anzi avevo saputo di alcune ragazze coinvolte in un giro di filmini porno e tratta delle bianche. Allora andava così. Non c’era il web.

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cesure

da quando a gennaio caddi dal sesto gradino di una scala, in giardino, qualcosa dentro di me è cambiato, per sempre. quel mattino mi sarei dovuta sedere subito in posizione di Loto e meditare, e invece no, andavo e venivo per casa in erratico, farneticavo sul successo a mio avviso immeritato di un collega. sì, sono caduta come un ciocco di legno mentre piangevo e parlavo da sola. perché l’invidia fa parte del mestiere, e se lo negate avete uno stipendio fisso o siete ipocriti come per gli auguri al Berlusca. qui ognuno è la forchetta nella zuppa di un altro, perché non c’è successo duraturo, può bastare uno shit storming per minare la reputazione della cocca dell’Agenzia.

da gennaio si è rotto qualcosa (oltre al piede) e oggi di quello che fanno i colleghi non me ne frega più un cazzo. delle recensioni, degli editori che ne parlano, delle fiere, dei lettori che li esaltano. parliamo sempre di due spiccioli, parliamo di un pugno di copie vendute, di una soddisfazione infinitesimale, di questione che cambia poco la nostra esistenza, di petecchie.

quello che fa la differenza, più che l’Agenzia che ti si piglia senza farti pagare, è scrivere, scrivere, scrivere. così ho creato uno pseudo per liberarmi dal fardello della ricerca di un editore che si occupi di quello che è mio, con lo stesso rispetto che io ho avuto nel firmare il suo contratto. perché è la mancanza di rispetto che uccide. il miracolo, invece, in questa merda editoriale, è aver finalmente trovato una editor straordinaria, che scrive come pochi. e dopo 8 anni di ricerca mi pare un miracolo.

Io e il Minotauro, il mio ultimo romanzo

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