E’ il tempo giusto

E’ il tempo giusto per passare la mattinata al bar affollato del lido facendo finta di star male dietro gli occhiali da sole. Per ieri sera, quando hai finto di ubriacarti perché lui fingeva di fare il filo a un’altra. Tra l’altro bionda.

E’ il tempo giusto per indossare il bikini sgambato che lui non noterà mai preso com’è a inviare Direct Message a “ladosempremanonqua”.
Pazienza.
Basterà una “selfie” perché gli arrivi la botta di gelosia e orgoglio.
Basta sempre una “selfie” per sentirsi meno falliti, inutili e indebitati.

Questo è il tempo di costruire piste sulla sabbia per farci correre biglie colorate, all’ombra della pineta che sa di resina e baci impacciati. E’ il tempo per leggere topolino senza dover correre a fare i compiti.

E’ il tempo giusto per restare incantata a guardare l’umanità che chatta, posta e tagga. E domandarmi che cosa ci facciano qui anziché guardare il mare direttamente dal monitor di casa.

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prima erano tutti attori

ovunque andassi, cena, cinema, teatro con amici, in spiaggia d’estate, incontravo attori. dopolavoristi, allievi, professionisti, sognatori. da ragazza pensavo che il mondo fosse popolato soltanto da attori, registi, macchinisti, scenografi, tecnici, direttori di scena e sarte. adesso il mondo è popolato da scrittori.

perché si fa presto a dire scrittori, lo so, come per Murakami si fa presto a dire “bianco” senza che ciò indichi nulla. ma mi domando quanto culo si debba avere per farsi notare tra tutti questi scrittori, e quanta arroganza nel credere di spiccare tra tutti. ognuno con il proprio libro sotto il braccio, poco importa se stampato grazie all’obolo dei lettori o all’offerta lasciata all’editore, comunque testimonianza del proprio status di creativo infelice.

io non sono infelice. si smette di piagnucolare quando l’attenzione dell’altro non è più necessaria, quando capisci che l’altro non ha curiosità che per se stesso, che l’umanità c’entra poco con l’opportunità che è l’unica forza che muove il mondo delle conoscenze. basta leggere una biografia qualsiasi per sapere che se si nasce donna è già un casino, che se si nasce donna e sensuale è anche peggio e che certi legami sono più importanti di un buon uso della sintassi o di una buona idea.

è come quando smetti di farti illusioni sull’amore perché hai scoperto che dopo un po’ finisce sempre e finisce tutto e ti lasci andare all’orgasmo senza pensare al dopo. così si scrive per il piacere di costruire una storia veramente necessaria e buona, senza lasciarsi distrarre da chi può esserti utile a cosa, a chi inviare cosa e perché. per scrivere mi bastano le parole del mio amico Giovanni, morto a soli cinquanta anni qualche settimana fa: scrivi, e basta, e ricorda che sei molto musicale, quindi evita come la peste assonanze e rime, cancella tutto ciò che ti sembra veramente efficace e studia, studia sempre, perché il cammino è sempre più importante della meta.

qui il mio ultimo romanzo edito da Castelvecchi

 

 

 

la tua felicità

la mia piantina di Saintpaulia era anemica, aveva qualche foglia spezzata dalla gattona grigia e la sua mole di cacciatrice ed era di un verde insalata sospetto, assai distante dal verde bottiglia che caratterizza questa pianta proveniente dalla Tanzania, nel mio caso dal fioraio sulla via Romana per 4,00 euro. detta anche violetta africana è una pianta sensualissima per quanto umida, le foglie carnose sono ricoperte di peluria, i fiori piccoli di colore rosa o azzurro o viola mi sorprendono con loro comparsa appena un paio di volte l’anno. era la pianta preferita da mia nonna, che con i fiori, di cui era karmicamente e comicamente allergica, ha campato la famiglia tra Liguria e Puglia. insomma la violetta languiva, nonostante luce e terreno e umidità non era felice.

qualche settimana fa, al supermercato, dove tengono prigioniere decine di piante per lo più con radici malate, ammuffite o troppo piccole, destinate, come sostiene il mio giardiniere, a morte certa, ne ho vista una un po’ più malmessa delle altre, una Dieffenbachia agonizzante, leggerissima per quanto poco idratata. l’ho subito voluta, quindi portata via da lì, travasata e collocata in un posto inaccessibile alle gatte e per il bene di entrambe. dopo appena una settimana la violetta anemica ha ripreso colore, dopo due settimane di cure la nuova arrivata ha messo tre foglie e la violetta è fiorita di nuovo.

le piante, come gli animali e diversamente dagli uomini, conoscono il valore della felicità altrui e la legge da tanti evocata, e da pochi praticata, che se una farfalla batte le ali a Tokyo piove a New York, che la felicità di uno si estenderà anche a me e che il benessere di tutti costa meno del benessere di alcuni.

qui il mio ultimo romanzo Castelvecchi Editore

cronache

è per la vecchia abitudine condominiale di farsi i cazzi altrui, tipo sapere come è morto un amico di FB domandando ad amici comuni, che mai e poi mai avremmo interpellato, se il cancro era al polmone o all’uretra o al cervello e quanta chemio abbia dovuto fare il poveretto, se ha vomitato e perso i capelli, è perciò che il pubblico predilige i romanzi in stile cronachistico. coinvolge conoscere lo stato d’animo del protagonista mentre s’infila i calzini a bordo letto, titilla la curiosità approfondire se quei calzini siano spaiati e perché, rabberciati o nuovi, e, in caso, chi li ha comprati e dove. emoziona esplorare i particolari della prima colazione del nostro eroe, entrare nel dettaglio, sapere se macchierà di caffè il latte che sta scaldando sul fuoco nel bricco che non ricordava di avere e che gli ricorda la madre; potrebbe cambiare la nostra giornata, arricchirci di elementi nuovi essere edotti dall’autore su quanti chilometri dovrà fare il nostro protagonista da casa all’ufficio, quante scale salirà per parlare con il proprio capo.

lo leggo da certi stati di FB che raccolgono centinaia di like e che viceversa mi annoiano da morie. amate le storielle commoventi, il lieto fine. perché, parafrasando Cechov, l’essere umano ha una specie di predilezione per le definizioni dell’ovvio. è perciò che sto scrivendo racconti senza finale.

il mio ultimo romanzo in vendita qui

gli alberi sono la vita

siamo qui a passarci articoli sulla siccità e a far le pulci a Trump che viola i trattati sul clima e consentiamo a chiunque di distruggere alberi.

a scrivere non si guadagna perché si firmano contratti iniqui permettendo agli editori di pisciare in testa a chiunque, che si tratti di autori di talento, di vigliacchi, di studenti paganti il corso di scrittura o del famoso impiegato al catasto. l’editore disonesto, che da qui in avanti chiameremo “editore x”, stampa TUTTO, ormai. non sentitevi privilegiati per la proposta di pubblicazione perché oggi si stampa ANCHE senza criterio, e lo fa il piccolo editore, il medio e il grosso, purché l’ingenuo lasci in cassa il guadagno di 100, 300, 500 copie e, se prenderà qualcosa, non sarà mai al di sopra del 5, 6%.  “per rifarsi dell’investimento” sostiene “l’editore x”. questa nuova deriva tanti la conoscono ma nessuno ne parla, perché è su questo che l’editore x conta, l’omertà.

lui, l’autore imbecille che venderebbe la madre pur di poter annunciare l’uscita del proprio primo e ultimo capolavoro, si fa il culo a concepire una storia, anche brutta per carità; se ha una coscienza, ma è raro, pagherà un editor professionista perché la casa editrice anche su questo è stata ambigua (come sul resto). il bello è, ma l’ingenuo non lo sa, che l’editore non rischia un cazzo se non il tempo della redazione a tirar fuori un impaginato di merda, perché non è scritto da nessuna parte il numero di copie stampate dall’editore x, tantomeno sul contratto capestro. e allora fatevi qualche domanda, anziché rimuoverla.

arrivato il gran momento dell’uscita, l’editore x farà capire all’imbecille che libri a scaffale ce ne saranno, per carità, ma non nelle librerie indipendenti che non hanno il “tal distributore”, né nelle associazioni, e che per le presentazioni sarebbe meglio acquistare un tot numero di copie, come hanno fatto tutti gli altri colleghi, direttamente in Casa editrice, con lo sconto, è chiaro, eh eh, affinché non si perda tempo all’ultimo momento. se l’imbecille cederà all’acquisto delle preziose copie, stampate su carta di merda per risparmiare, corpo 9 che manco sua madre potrà leggere, interlinea singola, l’editore sarà felice di potersi pagare lo stipendio e fare il fine settimana con l’amica, in caso contrario, farà il possibile per mettere in difficoltà l’autore.

la prova di tutto questo? domandatelo ai 150 amici che soltanto a febbraio hanno annunciato la propria uscita editoriale. la fine di questa deriva? farsi un esame di coscienza, capire che la pubblicazione è soltanto la fine del sogno e che se non si vende una copia del proprio romanzo neppure a mammà, il problema non è del mercato.

Cinderella procedure

in un momento storico come questo, rivoluzionario, come sostengono le fan del #metoo, movimento femminista esploso, contrariamente a quanto tutte speravamo, perché scomparisse rapidamente ogni reale aspirazione paritaria e per sostenere la prossima candidata alla Casa Bianca,  sentir parlare della “Cinderella procedure” fa un certo effetto contraddizione. vero è che le femministe estreme sostengono libertà assoluta per le donne e la penalizzazione di qualsiasi atto machista, salvo poi lamentarsi che, di cazzi, in giro, non ce ne sono nemmeno a pagarli. quindi potremmo collocare questa rivoluzionaria tendenza Cenerentola accanto a quella botox e chirurgia: perché chi l’ha detto che ci si rifà la faccia per riempire vuoti interiori, sentimentali, il letto, le proprie giornate noiose. ci si aggiusta per noi stesse, per gratificazione personale, per assomigliare al selfie ritoccato, perché siamo libere. non perché costrette ad assomigliare a un ideale femminile imposto dal maschio (stilista, pubblicitario, regista, autore televisivo, marito, amante), come nell’ottocento le nostre trisavole strette fino a svenire nei bustini che assottigliavano la vita e gonfiavano il petto.

perciò, per sopportare a lungo tacchi altissimi e scarpe alla moda, si fa come in Giappone le Geishe due secoli fa. si va dal chirurgo con la scarpa preferita, sperando costi almeno tremila dollari, la si prova davanti al consulente e si decide quale parte del piede rimpolpare o tagliare, se un mignolo, parte del tallone, qualunque delle dita sporga in modo antiestetico. perché sebbene il politically correct ci proibisca di dividere il mondo tra brutti e belli, è questo che tutti facciamo ogni giorno, per strada, al ristorante a un colloquio di lavoro: perché soltanto una legge, e non il buon senso e la civiltà, può costringere un capo del personale italiano ad assumere qualcuno con disabilità o al di sopra dei quarantacinque anni. quindi postiamo la foto di Anna Magnani sopra lo slogan “ci ho messo una vita a farmele venire“, ma spendiamo tutto in infiltrazioni di vitamine e botulino. attacchiamo chiunque posti su FB luoghi comuni su noi donne, ma pratichiamo il foot shortening per farci mettere un collare dal foot fetisher più esigente.

in una società vanesia, individualista, razzista e classista, fa rabbia l’ingannevole parvenza di correttezza che ci proibisce di dire ma non di pensare e attuare. perciò beccatevi questa, care Genoveffa e Anastasia, alla fine, il Principe Azzurro sposerà Cenerentola, e non per il suo piede, ma per la sua intelligenza e bontà d’animo.

qui Conversazioni Sentimentali in Metropolitana (Castelvecchi Editore). Il romanzo che parla delle contraddizioni che animano noi ragazze.