E’ il tempo giusto

E’ il tempo giusto per passare la mattinata al bar affollato del lido facendo finta di star male dietro gli occhiali da sole. Per ieri sera, quando hai finto di ubriacarti perché lui fingeva di fare il filo a un’altra. Tra l’altro bionda.

E’ il tempo giusto per indossare il bikini sgambato che lui non noterà mai preso com’è a inviare Direct Message a “ladosempremanonqua”.
Pazienza.
Basterà una “selfie” perché gli arrivi la botta di gelosia e orgoglio.
Basta sempre una “selfie” per sentirsi meno falliti, inutili e indebitati.

Questo è il tempo di costruire piste sulla sabbia per farci correre biglie colorate, all’ombra della pineta che sa di resina e baci impacciati. E’ il tempo per leggere topolino senza dover correre a fare i compiti.

E’ il tempo giusto per restare incantata a guardare l’umanità che chatta, posta e tagga. E domandarmi che cosa ci facciano qui anziché guardare il mare direttamente dal monitor di casa.

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correzioni

 

ma sì, dai, ma siamo un po’ tutti come il cardinal Bassetti, che tuona contro i politici di c(o)sa nostra perché non facciano promesse che non possono mantenere, e da quando ha preso i voti, forse da prima ancora, ci propone un’idea cardinalesca di al di là, con tanto di angeli e prati tra le nuvole, di morti che risorgono e di peccati che si emendano solo a  dirli nel buio del confessionale. e questo nulla ha a che vedere con la fede, né con l’idea di verità e coerenza che vorrebbe la Chiesa, cattolica e apostolica, non soltanto tuonare dalla TV, ma spogliarsi finalmente di qualche proprietà nel centro di Roma per lasciarla ad associazioni laiche, che magari ci ospitino i migranti di cui sempre il Cardinale parla, giustamente bacchettandoci.

ma siamo tutti come lui, il nostro giusto e coerente cardinal Bassetti. sui social parliamo di rivoluzione e non abbiamo mai partecipato neppure a uno sciopero scolastico per protestare contro il riscaldamento fuori uso; ci affanniamo a litigare sull’hashtag #metoo (accapigliandoci e dandoci della “puttana”) e lecchiamo le suole delle scarpe al maschio di casa, pur sapendo che si è appena masturbato guardando in video la ventenne conosciuta on line, che sempre stupro è, verso di noi, ovviamente; postiamo le foto della Magnani fiera delle proprie rughe e correggiamo qualsiasi imperfezione del nostro viso con programmi di fotoritocco sempre più sofisticati; parliamo di alimenti biologici e vegani, scassiamo il cazzo a chiunque, e poi ci iniettiamo litri di botulino; ordiamo al mondo di leggere più libri e stiamo sempre attaccati alle serie TV e a FB; siamo animalisti ma vestiamo i nostri cani come bambole; siamo ecologisti e compriamo abeti senza radici.

parliamo di meritocrazia ma ci genuflettiamo davanti a chiunque possa darci una mano a svoltare la giornata o la vita.

qui il mio ultimo Romanzo edito da Castelvecchi.

 

fantasmi

ieri, c’era il sole, mi sono spostata dal lago a Garbatella. lì sono ambientati la maggior parte dei racconti della mia prima raccolta autoprodotta dal titolo “Proibito“. eh sì, stavolta, amici miei e lettori, mi dovrete seriamente supportare. poiché infine, al termine di una dibattuta controversia tra la Elena combattiva e quella insicura, ho deciso che, se per pubblicare con un grosso  editore devo pagarmi l’editing perché non si rispetta il contratto, e che poi il “direttore editoriale” tralascia comunque di passare al redattore, se devo finanziarmi la promozione e mettere toppe al pressapochismo di chi non conosce la differenza tra sinossi e quarta di copertina, e se devo far pagare ai miei lettori (MIEI) un costo di cui neppure si è discusso e mandarli in giro a caccia di un romanzo che non si trova sugli scaffali bensì  solo ordinandolo (quando il libraio si presta), tanto vale curi personalmente il prodotto e mi  prenda buona parte del guadagno. o vogliamo fare raccolte fondi e lavorare sul venduto su progetto collettivo? tanto più che l’erotico, e questo sarà piccante il giusto, va che una bellezza su Amazon. Wes Montgomery, grande chitarrista, affermava che certamente avrebbe preferito prendere solo date nei Jazz Club, ma che per campare i figli doveva suonare per lo più a matrimoni. scrivere per guadagnare viene meglio che farlo per accrescere il proprio ego.

chi ha letto Justine e Pioggia Dorata, ma anche Conversazioni Sentimentali in Metropolitana, sa quanto Roma sia nel mio cuore. così ieri ho vagato per ore tra i declivi di Garbatella, i lotti divisi da aiuole fiorite, panni stesi e muretti a secco. ho visto la chiesoletta e la scoletta, gatti in quantità e bambini liberi che giocavano a campana e correvano. poi, dopo le tre badanti in libera uscita che cercavano il Bar dei Cesaroni, ho incontrato Rosetta, ottantasette anni di dolore, ex infermiera a Santa Maria della pietà. mi ha mostrato il lotto nel quale abita da quando è nata e i bagni pubblici, raccontandomi di quando in quelle case, ora abitate da coppie borghesi senza figli, si viveva in venti. Rosetta non sapevo cosa ci facessi lì, ma dopo aver rifiutato il mio invito a seguirmi al Palladium per sentire la New Talents Jazz Orchestra,  mi ha preso la mano e mi ha detto: se hai la musica hai tutto, e se hai la fantasia e il dono di scrivere hai anche di più. è rimasta in Piazza Masdea insistendo perché io andassi. chissà perché, ma oggi penso di aver chiacchierato con un fantasma.

qui il mio ultimo romanzo.

ginepraio

ieri sera anche mia madre mi ha sgridata: «Potevi fare a meno di difendere la Deneuve», ha tuonato da Bari, dopo aver visto Otto e mezzo e la Boldrini condannante.

intendiamoci, ieri io non ho difeso la bella bionda, ho difeso me stessa dalle aggressioni di una nazifemminista cui avevo appena chiesto l’amicizia, e ho strenuamente tentato di spiegarle che il discorso era più ampio del titolo di cui tutti parlavano, oltre che scivoloso assai. lottiamo contro le fake news ma poi ci fermiamo alla superficie delle cose, digitiamo cazzate come “distribuire gentilezze a caso” e poi mordiamo chiunque si permetta di non pensarla come noi. già solo per questo io sto con la Deneuve e lo stuolo di intellettuali, compresa Catherine Millet cui Sandra Petrignani, sulla quarta di copertina di Justine 2.0 gentilmente mi paragonò, e scusate se cito con orgoglio “Elena Bibolotti ha la rara capacità di trattare il tema erotico rispettando l’immaginario femminile e andando a fondo di tematiche scabrose con la visione originale -trattata seriamente da pochissime autrici (penso a Elfiede Jelinek e Catherine Millet) che appartiene al sentire delle donne”. quindi fermatevi a pensare prima di infilare i vostri denti nella mia carne: scrivo di donne, sto con le donne, ma le donne sono tante e diverse.

leggendo quei titoli ho pensato anch’io si fossero tutte rincoglionite, e che l’età è un brutto male. ma conoscendo la libertina Millet sono andata a fondo, ho passato il pomeriggio a leggere articoli anche in francese scoprendo che i nostri cugini mangiabaguette non sono così proni ad accettare le cafonerie americane, e ce lo hanno dimostrato anche in passato, mi pare, sono figli del pensiero libertino, loro, al contrario di noi hanno letto e compreso de Sade, non come chi riduce  il Maestro a divertente lettura erotica spacciandosi per gran conoscitore del genere, loro, giustamente, vedono del male in questa agghiacciante caccia alle streghe dei quaccheri che non vuole contraddittorio.

io non vado per slogan, mi fanno cagare certe formulette sul paternalismo e sul sessimo: sono libera. per me è discriminante che un uomo molesti, quanto che una donna usi la figa, di propria iniziativa e con l’intenzione di farlo, per ottenere un posto di lavoro. ragiono sulla faccenda da anni e ne faccio romanzi, non ho certezze, però cerco un punto d’incontro.

siamo o non siamo le due metà della mela? 

qui il mio ultimo romanzo “Conversazioni Sentimentali In Metropolitana”

turno pomeridiano

non c’è nulla di più invernale di una giornata grigio scirocco. ed è subito Bari mille anni fa, mandarini profumati, fastidiosi maglioni a collo alto di lana gialla, mia madre con foulard in 500 bianca, la chiesa di Santa Fara, compiti e doppi turni alla elementare Zingarelli, e tutti i morti che abitano ancora la mia esistenza, e che mai mi hanno abbandonato, si animano di passato nella mia stanza dei giochi per salutare la maestra Maria, che ci ha lasciati qualche settimana fa per unirsi al gruppo dei non più.

quanto è affollato il mio al di là. eppure sembra ieri che cercavo lacrime da usare per i miei rimpianti, che oggi invece abbondano sulla lista delle cose che non farò mai, su quella di tutto ciò che avrei voluto ma poi no: come preoccuparmi di un futuro che si occupa in definitiva da solo di me e d’impedirmi di raggiungere i miei obbiettivi, che di propria iniziativa si frappone tra me e la conclusione che avevo scelto da bambina assieme al corredo, con l’unico finale alternativo possibile, e ostinatamente continua a indicarmi la strada maestra: quella dei leccaculo per convenienza e non per piacere sessuale, quella dei “sei bravissima” a seconda dell’editore, quella dell’avrai successo  soltanto se troverai un’Agenzia, una strada troppo affollata da gente in cerca di successo per non defilarmi su una parallela deserta e riandare ai miei fantasmi, al turno pomeridiano, ai miei stivaletti rossi, all’inevitabilità della morte, alla presunzione d’immortalità degli imbecilli.

qui il mio ultimo romanzo edito da Castelvecchi.

storie vere

e insomma sì, mi telefona Pietro disperato e urla: «Non posso più battere i tasti, Elena, cazzo, ho perso tutte le falangi, giuro, mi son cadute così, d’un tratto, mentre ero alla scrivania, su FB, incapace di decidere cosa digitare sull’ultimo romanzo di… di… di non ricordo più chi, ma insomma di quello straordinario, indimenticabile, unico, inimitabile, che tutti leggono,  morto, pubblicato da TappoTappo Editore che infatti grazie a lui, che culo, lo sai, non accetta più manoscritti, e insomma, sai, vai, dai, mai… ».

e poi la tizia che ne legge sei al mese e se ne vanta tutto il giorno sui gruppi di lettura fottendosene del marito. così le scrivo: «Ma che cosa diavolo leggi se te ne fai sei al mese?, che cosa ti resta alla fine? non sono mica uomini, che poi anche agli uomini un tantino di attenzione la devi pur dare, perché sennò, insomma, te li dimentichi, sia gli uomini sia i romanzi, o li confondi un con l’altro, perché a ben guardare parlano tutti della stessa cosa, all’incirca, e lo stile è quello dell’editor che li ha curati, perfino il loro aspetto segue la moda del momento».

e poi c’è quella che va in libreria per farsi fotografare accanto al libro, all’autore, al cugino dell’autore, allo zio di secondo grado dell’autore, all’amante del fratello del cugino dell’autore, e tagga, e tagga, e poi te la trovi anche in Fiera: Torino, Milano, Roma, una specie di majorette della CULtura, che infine riesce anche a pubblicare, che poi si però si suicida per il mancato successo, sebbene scrivesse per se stessa, così almeno dichiarava sulle sue decine di biografie, non per fare il “botto editoriale”, come dice invece la mia fruttarola, che  è più sincera e che di marketing editoriale se ne intende, e perciò sborsa circa tremila euro all’agente, per non pagare l’editore e pubblicare uno splendido noir sulle banane.

e a certe storie non ci avrei mai creduto, non fosse stato per Osvaldo, morto per indigestione, dopo aver ingurgitato una trilogia in ventiquattro ore.

qui Conversazioni Sentimentali In Metropolitana (Castelvecchi Editore)