perché XFactor è diseducativo

ho diretto una scuola di musica per anni, forse la più popolare dopo il CPM di Paolo Mussida, e a causa di essa, per amore della musica e di chi ci lavorava, ho investito tutto ciò che possedevo. sorvolo su anticamere e inciuci politically correct non andati a buon fine perché troppo “correct”, o su quanti mi abbiano abbandonata dopo il fallimento. ciò che conta oggi è che sono felice di aver fatto qualcosa per il Jazz e che grazie al Jazz abbia conosciuto Maestri come Franco Cerri, Carl Anderson, Terry Bozzio, George Benson, John Petrucci e altri. alla ricerca di un modo per sbarcare il lunario nello scintillante mondo dell’editoria, la mia unica consolazione è sapere dei tanti miei ex studenti sono oggi ottimi professionisti. ma quando sostengo che XFactor è un programma diseducativo e pericoloso, mi si banna con insulto. perché l’esperienza personale non conta per il populista social.  per l’analfabeta funzionale la conditio sine qua non per poter aprire bocca è la celebrità, non l’esperienza decennale tra spartiti, esami e programmi didattici.

sono anni che sostengo quanto XFactor sia un programma diseducativo, al limite dell’osceno. e non sono bastate le denunce di ex partecipanti buttati al cesso dopo poche stagioni e dimenticati: perché ci vuole ricambio, perché il programma deve andare avanti. ma ieri sera, finalmente, ho avuto la prova di ciò che da 11 anni sostengo guardando la serata di debutto del Talent inglese “Guitar Talent“, capitanato da George Benson, Tony Visconti e Miloš Karadaglic. e mi vien da ridere pensando ai nostri giudici. e vi prego, non mi paragonate Fedez o Agnelli a George Benson.

la costruzione del Talent è al servizio della musica e non del copione lacrimevole da prima serata per casalinghe. nel Talent inglese arrivano sul palco soltanto ottimi musicisti preselezionati, non personaggi insulsi che giuria e pubblico possono divertirsi a prendere per il  culo. i giudizi sono dati quando il concorrente è sceso dal palco, non mentre sta lì in piedi, sotto gli occhi di tutti. dei concorrenti non sappiano nulla, non c’è la mamma ad accompagnarli, la voce fuori campo non racconta vita morte e miracoli per sollecitare commozione: che c’entra l’esistenza del giovane immigrato con il suo talento?, perché la ragazza bullizzata deve passare il turno in quanto “passionale” e quella invece dalla tecnica strabiliante no? sono questi trucchi meschini a distruggere il senso dell’arte e della musica, che richiede talento ma soprattutto cultura, tecnica e precisione.

XFactor chiede “storie da raccontare”, manco gli scaffali delle librerie ne fossero sforniti. Guitar Talent se ne frega delle esistenze fragili dei suoi concorrenti, il produttore di Bowie cerca chitarristi sicuri e talentuosi, non border line da salvare.

In libreria dal 28 settembre “Conversazioni Sentimentali in Metropolitana” Castelvecchi Editore.

le persone e le ideologie

FB è una condanna per il creativo, inteso come essere umano passionale di forma e umore mutevole. rimpiango l’antica distanza che ha fatto di Victor Hugo mio padre e di Romain Gary il mio amante ideale.

il maledetto universo social richiede verità, perché, come per XFactor, il pubblico di pancia sniffa i sentimenti a istinto, la verità la legge nello sguardo dell’artista e la brandisce come un’arma. non gli interessa ascoltare cantanti che conoscano la musica, che sappiano leggerla, ma border line in grado di “raccontare la propria storia“, così come non vuole leggere scrittori che conoscano le raffinatezze della lingua italiana, ma simpatici amiconi che abbiano le stesse proprie idee, con i quali interloquire simpaticamente sui fatti del giorno, chattare, cui all’occorrenza sottoporre propri manoscritti per una valutazione gratuita.

il creativo in vetrina, anche detto “artista”, deve sempre aderire ai gusti del pubblico, condannare quando tutti condannano, gioire quando tutti gioiscono, essere gentile, gioviale, modesto (tanto il pubblico non sa distinguere modestia da umiltà), e mantenersi politicamente al centro, non essere mai troppo fascista ma nemmeno dileggiare i seguaci del Duce. insomma, lo scrittore che vuole vendere i propri romanzi e non sia direttore editoriale di nessun grande gruppo o intellettuale di punta dell’intellighenzia salottiera romana,  assomiglia più a un banditore di pentole da Fiera, a un camaleonte social, che a uno in grado di fare le mode, più che di subirle.

lo scrittore/ scrittrice deve genuflettersi al suo pubblico. non manifestare idee diverse, mai troppo femminista, sempre nel giusto, sorella della mansuetudine, nemica della passionalità, che pure serve e fa audience, ma che potrà esibire soltanto attraverso aforismi comprensibili a tutti.

dal 28 settembre, in tutte le librerie, “Conversazioni sentimentali in metropolitana” (Castelvecchi): dal moderno bovarismo alla manipolazione relazionale.

debito pubblico e altre soluzioni

mia madre li chiama “i conti della serva”, il due più due sbrigativo che tutti siamo in grado di fare, (o almeno crediamo), soprattutto da quando abbiamo imparato a leggere i titoli dei quotidiani più diffusi (mai l’intero articolo), e abbiamo facoltà di parola sui social e la possibilità (tra l’altro) che qualcuno (non sia nostra moglie) ci dia ragione.

ma l’italiano è così, si dà da fare. chiede soluzioni al debito pubblico ma non paga le tasse. costruisce case abusive, se facciamo un giro a Ischia ne troviamo a migliaia di hotel Rigopiano, in posizione strategica proprio a un metro dal dirupo, o dal belvedere, dipende dai punti di vista; l’uomo medio si strappa le vesti in piazza per ottenere il selfie con il cantante di XFactor, ma saputo della sua dichiarazione dei redditi, lo manda al rogo, felice di gettarlo giù dalla torre in nome della giustizia sociale, sebbene all’amico che gli ha domandato duecento euro in prestito abbia detto di avere l’acqua alla gola.

è solidale l’italiano. sempre il nipote di quello che ha messo via fez e camicia nera al momento giusto. è femminista, sebbene sua madre abbia lavato i pavimenti in ginocchio fino all’altro ieri, mentre il padre ruttava in poltrona leggendo la Gazzetta dello Sport.
e adesso dispensa consigli, perché siamo tutti opinionisti, ed è chiaro come il sole che chiudendo Sanremo gli Sponsor daranno i quattrini ai terremotati. perché basta un po’ di logica.

e quindi, giacché l’italiano conosce approfonditamente solo la musica di XFactor, ama l’arte ma il biglietto del Museo non lo paga, legge ma soltanto i bugiardini delle medicine, sa di recitazione ma non ha mai messo piede a Teatro, non mi meraviglierebbe se proponesse di eliminare anche gli scarsissimi fondi che ci restano (teatri chiusi, orchestre soppresse da anni, compagnie di balletto inesistenti, cori ammutoliti), per mandare le attrici a prostituirsi sulla Salaria, i jazzisti ai mercati generali, gli scrittori a “fare i cartoni”.