Io e il Minotauro

il romanzo sta piacendo soprattutto agli uomini. forse perché mi astengo dal giudizio, perché da frequentatrice del sesso estremo penso si debba fare un passo indietro di fronte alle scelte di coppia, per quanto suonino assurde, perché ritornare e non fuggire è in qualche modo una scelta, perché la libertà prima di tutto, perché volevo che il lettore provasse per il carnefice Gimmi la stessa compassione che per lui prova Adele, e che la tiene in gabbia.

Antonello su Amazon scrive “Per uomini: un romanzo che ci fa capire quanto siamo stati noi Minotauro, stessa identica considerazione fanno Vittorio, Stefano e Tommaso. che stia ricevendo solo il massimo dei voti su Amazon, che il distributore ne richieda in numero maggiore di settimana in settimana, che ottenga ottime recensioni, alcune commoventi, come quella uscita a firma di Stella Grillo su Sul Romanzo, non fa che accrescere il mio coraggio: vado avanti nonostante la merda in vetrina.

perché un anno di lavoro su un romanzo, due anni o quattro come per la distopia in lavorazione, non si ripagano mai. a questo punto non mi resta che il fine filantropico, così come quando recitavo che mi davo in egual modo davanti a 200 come a 3 spettatori.

a me non spettano trilogie, né una rubrica su Cosmopolitan, né la citazione dell’attore di teatro.

ma almeno votatemi qui  

 

21 settembre

è fantastico ignorare quale giornata mondiale di cui non m’importa un emerito cazzo si commemori oggi, non leggere i post di chi millanta di aver lavorato per Inge Feltrinelli e di essere stato da lei sostenuto, tanto nessuno potrà verificarlo, come quella che sostiene di essersi scopata Philip Roth e ha sentito l’esigenza di raccontarcelo soltanto dopo la sua morte. è distensivo non sentisi responsabili per tutti i mali del mondo, per la politica, per gli oceani. liberarsi in un solo clic dell’onere di salvare randagi, orsi, tartarughe, volpi e dal senso di colpa originato da ogni fallimento: in definitiva non basta condividere un post per essere migliori. trovo necessario non trovare consolazioni e vedere la mia esistenza per quello che è.

rendermi conto di non essere necessaria a nessuno porta a una bizzarra dilatazione del tempo. ed è fantastico correre per la campagna, pisciare sotto un castagno e non sentire il bisogno di farlo sapere a qualcuno.

i miei romanzi:

Pioggia dorata (GiaZira Scritture)

Conversazioni sentimentali in Metropolitana (Castelvecchi Editore)

 

 

molestie

si parla di stupri e molestie in questi giorni. non è una novità dopo i fatti di Rimini. è importante parlare di stupro quando c’è da strumentalizzarlo. infatti ne parlano tanti uomini, anche, che da donna ringrazio di cuore, sebbene mi aspetti non tanto comprensione, bensì che agiscano, e la finiscano di contrapporre la loro alla nostra condizione con noiosi: e allora io?, e allora noi?, e mia moglie che mi malmena?, e trent’anni di matrimonio?

come molte mie amiche sono stata molestata tante volte. ho iniziato a riconoscere gli orchi da ragazzina, quando si appostavano davanti scuola con il loro coso in mano. ci sono molestie che nessun uomo conoscerà mai, che non si possono provare davanti a un Giudice o raccontare a un marito, che stanno nel limbo tra il pensiero e il gesto del molestatore, che sono azione in potenza, un pensiero attivo che impariamo a conoscere da bambine, per un DNA condiviso, una paura istintiva che ci trasmettiamo l’un l’altra da secoli come un marchio di sorellanza, un allarme che sentiamo prima a ancora che suoni, tanto è forte.

mi accadde con un massaggiatore. un grande professionista, dissero, cui mi affidai per curare ferite che lui individuò subito nella zona tra il chakra rosso e quello arancione, ossia il primo e il secondo, in basso in basso, dopo quello sacrale.

quando successe, la prima volta, mi rimproverai aspramente: che forse avevo fatto io pensieri impuri, che non essendo esperta di massaggi avevo certamente frainteso, che non conoscevo alla perfezione la mappa del mio corpo e  quindi l’allocazione esatta di quel chakra che lui, italiano, di bell’aspetto, padre di famiglia, chiamava “root”. che poi, sì, ero io una malpensante, io in cattiva fede e lui un guru.

la seconda volta, e l’ultima, semplicemente uscii dallo studio così sorpresa, umiliata e scossa, da voler trovare soltanto un angolo tranquillo tra le scale del rione Monti e piangere. della mia inettitudine, della forza che mi aveva abbandonata, della capacità reattiva che lasciavo ogni notte sul fondo di una bottiglia. non avevo reagito, ecco la mia unica colpa. le sue dita si erano spinte non invitate dove non dovevano ed io ero stata zitta. l’uomo mi aveva molestata per quaranta minuti (facendosi anche pagare), ma io non potevo neppure provarlo. mi aveva penetrata? e come puoi descrivere l’incrinatura appena percettibile di una voce, il respiro più rapido ma solo un po’? che cosa cazzo rispondi a chi ti domanda, con comprensione, dolcezza, buonafede: ma ne sei proprio sicura?, non è che te lo sei soltanto immaginato?

Certe violenze non hanno nome ma ti restano dentro per sempre, come uno stato d’animo. Sono l’intrusione forzata, ma silenziosa, di una perversione mai richiesta, che insozza e annichilisce, in una mente incosciente e quieta (concentrata sul massaggio, la guarigione, quei quaranta minuti di relax).

 

tutte studiose con le botte delle altre

solo quest’anno credo siano usciti cinquanta romanzi sulla violenza di genere, a essere ottimista. va di moda. il che non mi rende felice, poiché è evidente che siamo troppe, sia a prenderle sia a scrivere.

il mio “Conversazioni sentimentali in metropolitana” (in uscita per Castelvecchi editore a fine estate), racconta carnefici e vittime sorpresi ancora allo stato larvale, soprattutto non individua la vittima soltanto nella donna, gioco fin troppo facile, ma fa del dramma un “Girotondo” di manipolazioni, pensando a Schnitzler, appunto, dove il manipolato a propria volta cerca qualcuno da piegare, una coazione a ripetere per lo più automatica in deviazioni affettive di questo genere. perché la vittima impara dal carnefice, e se sopravvive gliela fa pagare.

ma non è di questo che voglio parlare, avrò modo di svelare un po’ della storia, tra l’altro piuttosto leggera, in altri post. ciò che mi preme evidenziare (e senza voler fare polemica) è che talune colleghe tanto affezionate alla carnalità della scrittura e al racconto personale, soprattutto quando muovono critiche verso le altre incolpandole di essere poco autentiche, si dichiarino stavolta quasi tutte estranee al fatto, (almeno quelle lette), quasi preferiscano non essere protagoniste del dramma ma soltanto spettatrici, quasi che essere “manipolate” e picchiate sia un’onta all’intelligenza femminile.

tutte hanno studiato, letto, ascoltato decine di storie di altre donne, un buon modo per testimoniare la propria capacità investigativa o di tenersi alla larga dall’odore acre della lotta e sentirsi al di sopra di questo umiliante percorso? non ne ho idea, non lo so e forse non m’interessa. io invece le botte le ho prese sul serio, e ne ho prese talmente tante da dover uscire di casa con le maniche lunghe anche con 30° all’ombra, tanto da giocarmi un enorme patrimonio, tanto da bere fino a crollare sul marciapiede. il che non significa che il mio romanzo valga più del loro, ma che non mi vergogno di essere stata una vittima.

il mio ultimo libro anche in ebook

 

Marité e la manifestazione del 26

«Tu parteciperai alla manifestazione contro la violenza sulle donne, a Roma, il 26 novembre?».
Marité cade dalle nuvole per fortuna sorretta dai suoi angeli:
«nessuna mi ha invitata! forse perché c’è chi pensa che il mio sia un mestiere sbagliato, o che assieme alla pornografia siamo noi, io e le altre puttane, a legittimare i maschi alla violenza: magari li distogliamo dal compierla… ».

«nemmeno io sono stata avvisata.
leggo femministe radicali e non parlottarne e litigare sulle bacheche di FB manco fossero a un “fuori tutto” di Louboutin in via dei Condotti».
sono così certi collettivi femministi, erano così negli anni ’70, pieni di malati di protagonismo che potevano comandare soltanto in assemblea, figurarsi oggi, che i relatori, o le relatrici, hanno palcoscenico e platea per pubblicizzare finalmente il proprio libro sulla violenza di genere.
vuoi mettere?
«e anche il problema è sempre quello di allora, partecipazione dei maschi sì o dei maschi no, separati o uniti nella lotta, come prima più di prima».
Marité interviene con una risata.

«tu ci credi nell’impegno civile?».
«sì», afferma Maria Teresa, «benedico ogni giorno le persone che si fanno carico di dare in adozione bestioline indifese, di far visita agli ammalati, di aiutare i profughi; credo in chi s’impegna quotidianamente in silenzio, che non va a vantarsene in giro per i social, che non pretende di limitare la libertà degli altri in nome della propria lotta, come la femminista radicale che mi bannò sostenendo fossi una cafona idiota se pensavo fosse lecito indossare il burkini, e sebbene due giorni dopo la Carta dei Diritti mi diede ragione lei non mi chiese scusa, perché più che parlarne, i diritti bisognerebbe conoscerli e applicarli. così come la solidarietà tra donne.
l’Italia è piena di medici che fanno silenziosamente turni in Caritas, ma è piena anche di chi parla di disabilità per ottenere retweet».

sento la solita vibrazione sospetta che spalanca la mia fantasia a scenari di sesso tra amiche.
«dio o chi per lui ci ha fatto poco inclini alla solidarietà perché troppo unite potremmo sovvertire l’ordine mondiale… e poi, Elena, noi siamo fortunate, perché nonostante ingiustizie, quote rosa e intellettuali femministe messe in TV da mariti potenti, continuiamo ad avere dita forti».
«sì, Marité perché solo col dito l’orgasmo è garantito».
«finché non ci taglieranno anche quello».