Wim Wenders e l’ammuina

scene lunghe che non determinano colpi di scena ma movimenti interiori, passaggi che mostrano senza aggiungere nulla alla trama, (allo storytelling come preferiscono chiamarla i giovani), dialoghi essenziali, respiri, sguardi, attese, una storia lineare, il tempo che passa e lenisce ogni cosa, una madre (la straordinaria Charlotte Gainsborug) che piange mentre disegna, colpita al cuore dalla perdita del figlio per un incidente automobilistico, e che accoglie in casa “il colpevole” (misuratissimo James Franco), e lo perdona, e anzi non vuole parlare del proprio dolore immenso ma del suo, che si è visto scivolare sotto le ruote dell’auto un bambino sullo slittino.

un film come Ritorno alla vita, di Wim Wenders, passato per lo più sotto silenzio, andrebbe fatto vedere ai molti forcaioli che in questi giorni fanno il tifo per chi ha ucciso senza aspettare che la giustizia facesse il suo corso, in loop glielo farei vedere, fino alla nausea, a quei cretini che plaudono la “compostezza del lutto”, come ci fosse un altro modo per viverlo se non in silenzio, tra sé, ma poi fanno l’ammuina per ogni cosa, e invocano la legge del taglione.

mi riconosco sempre meno in questo Paese dove vince chi urla più forte, chi mena di più , chi si fa scudo con la folla, chi pensa che il successo sia determinato dal numero di copie vendute. ieri sera, mentre guardavo questo preziosissimo film, mi domandavo dove si trova questo bizzarro pianeta sul quale la comprensione delle ragioni dell’altro viene prima del proprio tornaconto, dove il bene comune determina anche il proprio, dove l’interdipendenza di tutte le cose è una legge e non un aforisma da scrivere su twitter, dove la civiltà non è ancora scomparsa.