la lingua batte e basta

io lo capii da sola che l’atteggiamento ancillare dello stare un passo dietro di lui era mortale: quando trovai il mio conto svuotato, il mio attico impegnato, la sua segretaria nel mio letto. ma la responsabilità era del Sud, della chiesa, dei nostri discorsi di bambine, delle chiacchiere tra le amiche di mamma al mare sui buoni e sui cattivi matrimoni, dell’idea della sistemazione, del sogno del cazzo di Principe Azzurro che poi si rivela un fragile megalomane che mena. non è il caso di cui parlate tutti, ma l’effetto di anni e di secoli di storia fatta e scritta dagli uomini. e non sarà il linguaggio che potrà cambiare lo stato delle cose, ma la reale parità di opportunità. per esempio una donna che scrive di sesso, soprattutto se bella, elegante e fascinosa, è una scrittrice di genere, un uomo è certamente un autore coraggioso. una donna che scrive di sesso sarà bollata a vita come una scrittrice erotica. e chi non ha letto i miei racconti, giudicandoli, sono per lo più uomini, ma anche donne dal linguaggio evoluto. il maschilismo è anche tra chi invoca le dimissioni del machista.

e poi, però, se vai in giro con l’ascella folta ti insultano. se ti lasci i capelli bianchi ti parlano dietro:  dai, guarda come la invecchiano.

 

qui il mio sito web

tra pochi gironi in libreria “Io e il Minotauro”, il mio quarto romanzo

contratti d’amore o di governo

ci sono gli uomini che fanno i preziosi, che non si concedono, che mettono paletti e dettano regole prima, ancora prima del primo appuntamento, forse prima ancora di aver incontrato un partner. uomini (anche donne sia detto, benché io parli di ciò che conosco) che non vogliono assumersi il rischio del fallimento, o dello scontro, o della noia. o che semplicemente vogliono sentirsi liberi di lasciarci (chiudere, interrompere, finirla) e dire: ma io te l’avevo detto che non sono fatto per una storia seria.

i paletti relazionali possono essere piantati tramite lettera (email, messaggi), o  trattati davanti a una pizza, in attesa che finisca la pubblicità prima del film, o in giro per vetrine nella località turistica. lui fa l’elenco e lei spunta, ingoia rospi, impallidisce, consapevole di non aver mai preteso contratti o garanzie da nessuno: perché la passione, l’attrazione, non sempre finisce in unione d’intenti, in affetto smisurato, in desiderio di tenersi a vita con le dita allacciate, di essere pelle e voce l’uno per l’altra.

possono essere anche emissari e consiglieri i latori del contratto di alleanza. gente che conosce bene il soggetto e ne fa le veci con la nuova fiamma un po’ credulona: sai, l’amico mio è sensibile, non vuole storie ma soltanto per non ferirti.

la relazione con indecisi del genere, vigliacchi, dura sempre poco. perché chi pretende contratti, che siano d’amore o di governo, è su quei contratti che ha già scritto la nostra fine.

qui Pioggia Dorata

qui il mio ultimo romanzo, edito da Castelvecchi

non spiegateci lo #stupro

trovo sempre fastidiose le teorie sullo stupro. mi viene da ridere soprattutto quando a spiegarcele sono lor signori. e perché, poi, dovreste farlo voi uomini, se i numeri degli stupri in Italia sono di una donna su tre? abbiamo sufficienti vittime a testimonianza per poter fare a meno di certe teorie.

quando successe a me avevo sedici anni, frequentavo il Socrate, a Bari, e quel pomeriggio tornavo da casa del mio fidanzatino, Massimo, che viveva a Japigia; attraversavo il ponte, erano gli anni ottanta ed erano le diciotto e trenta di un pomeriggio infrasettimanale d’inizio novembre. c’era traffico, c’era scirocco, lo ricordo come fosse ieri. indossavo una giacca a uomo comprata al mercato dell’usato, borsalino, anfibi e jeans. non ero ubriaca né fumata.

il tizio aveva pochi anni più di me, era pure caruccio, altrimenti mai e poi mai avrei accettato il passaggio. mi fece salire sulla moto, (e quello della moto sarà un elemento assai importante in questa breve indagine che mi riguarda). mi domandò come mi chiamassi, dove andassi a scuola. dovevo fermarmi su viale Kennedy, all’epoca vivevo lì, al nono piano di quel palazzone altissimo. invece lui tirò dritto, nemmeno più un semaforo a fermare la sua corsa, mi sarei giustificata dopo, con me stessa, tra le lacrime: perché da una moto in corsa, forse, si può scappare, ci si può lanciare da una moto in corsa, ne ero abbastanza certa, allora.

abusò di me per circa un’ora e mezza inclusi pugni, schiaffi, calci nella pancia e piccoli sadismi, giusto per vedermi piangere un po’; abusò di me tra i palazzi in costruzione, minacciando di chiamare gli altri, e che se non avessi fatto quello che diceva si sarebbero divertiti con me per tutta la notte. non usò preservativo. mi tenne tutto il tempo il coltello alla gola: ma in fondo che cos’è un coltello alla gola, certamente non è una pistola, avrei potuto liberarmi, mi dissi più tardi, quando decisi di essermela voluta, perché non si prendono passaggi dagli sconosciuti.

quando tornai a casa m’infilai vestita sotto la doccia. piansi a lungo e decisi che quello stupro fosse solo colpa mia, e che forse non era neppure uno stupro, non dissi nulla a mia madre e andai a farmi una birra al Rimini.

questo cambia qualcosa nella sostanza?  sono stata meno stuprata di altre? ditemelo voi che sapete tutto.

(in uscita per Castelvecchi, il 28 settembre, Conversazioni sentimentali in metropolitana)

quel po’ di pancina in più

non so se vi è capitato mai di conoscere uno di quei signori assolutamente imperfetti ma con l’aria da intenditore. ce n’è un mucchio e forse li ho incontrati tutti io, e sono notevolmente ricchi di norma, curiosi anche, filantropi.
è probabile sia la ricerca della perfezione a fargli accumulare tanti quattrini, e sono così amici dell’uomo e della donna da pretenderne il meglio. il mio amante del bello era un commerciante di diamanti franco tunisino che conobbi a Nizza. lui alloggiava al Negresco io da mia sorella, lui viaggiava in Mercedes con autista io in tram, lui cenava sempre al ristorante io addentavo baguette sulla promenade.

era alto, elegante, profumato come un regalo Cartier appena scartato; aveva un forte accento parigino, era nato e cresciuto lì e aveva la predilezione (assai diffusa) per le minorenni. insomma era privo di difetti. io allora avevo diciotto anni ma ne dimostravo molti di meno, e lui non mi domandò la carta d’identità, facendomi invece domande sulla scuola e su come mai viaggiassi da sola in giro per la Francia. poi non parlammo più.

insomma lui pretendeva il massimo. uno di quelli che mi preparava sul letto gli abiti da indossare per la serata, sebbene il più delle volte restassimo per ovvie ragioni a cenare in camera. finché un giorno trovò da ridire su un po’ di pancina in più dovuta all’imminente ciclo mestruale. allora io guardai il suo stomaco prominente e i suoi denti scuri da fumatore, la sua pelle avvizzita e lo sguardo bovino. come quelli che non sanno mettere assieme un discorso sensato ma cianciano di letteratura, come i grigi uomini senza idee che stanno sempre a criticare quelle degli altri.

ora che sono cresciuta penso che il vecchio fosse diventato ricco perché era stronzo. e che la ricerca della perfezione non c’entra nulla con il bisogno di far vacillare l’autostima altrui.
 

io ho Trump e Marité ha un appuntamento

ho la tazzona di caffè in mano, so da tre minuti esatti che il mio incubo peggiore si è realizzato e che da oggi vivremo in mondo di conigliette e donne in Louboutin, e la nostra editoria stamperà romanzi sempre più rosa e sempre più gialli e sempre più neri, e che a comandarci avremo un tizio sessista con il riporto che mi ricorda tanto qualcun altro, e che da oggi ogni mio sforzo sarà vano, e le donne di tutto il pianeta, anziché stare sulle proprie gambe, sogneranno uno come lui che in cambio di qualche soffocotto le conduca per mano nel brillante mondo della politica, quando il mio cellulare inizia a muoversi sul tavolino.
o è la Casa Bianca o è Maria Teresa. è lei, rispondo.

«devi darmi un consiglio, presto!»
«vuoi il nome di un atollo pacifico nel Pacifico? un angolo di terra dove non ci sia pericolo di essere bombardati da missili, social network o TV on demand?»
«no, ho conosciuto uno, su FB, e ho paura finisca come sempre».

perché Maria Teresa, la mia amica che fa marchette per fare la spesa (e scusate la rima), è ancora in cerca dell’amore e, soprattutto, spera di trovarlo. così mi racconta che stavolta le sembra un sogno, che il tizio in questione non è dei soliti proci digitali (proci, non porci, vedi Odissea, vedi Penelope, vedi Ulisse che tornato a casa… beh, se non conosci la storia leggi il libro), che l’uomo avrebbe più di cinquant’anni e non è sposato, che è bello da morire e ha tanti capelli.

«quindi? lo sai che sui troppi capelli avrei i miei dubbi… ».
«quindi tu lo sai com’è! che quando ci si piace si inizia il corteggiamento on line, e poi il sesso on line, e quando finalmente si arriva al primo appuntamento è un disastro e non succede niente e anzi il tizio smette anche di mettere like alla tua pagina… ».

perché Marité in effetti fa una brutta impressione al primo incontro. e al contrario di molte non va subito a goal, che se pure quello sparisce almeno si è levata lo sfizio di sapere come lo fa. eppure è bella, profuma di shampoo alla mela verde e alita nontiscordardime; il suo accento del sud è delicato, non dice troppe parolacce e non confessa, non al primo appuntamento, che per mantenersi avrebbe anche utilizzato una delle sue tre lauree ma che fa più curriculum quello che sa fare a letto, e  anche la paga è migliore di quella che avrebbe ottenuto come ricercatrice.

«ogni volta che incontro uno che mi piace lui sparisce!».
«non sarà che hai troppe aspettative e magari si spaventa? perché lo sai, gli uomini le sentono certe responsabilità, eh eh, hanno un fiuto da conigli quando si tratta di misurarsi con il principe azzurro, o Rocco Siffredi… ».

Marité sospira.

«sai che puoi fare?», le dico mentre guardo Trump gioire in TV.
«elimina l’appuntamento!».
«cioè?»
«cioè proponigli di venire a casa tua prima dell’aperitivo ai navigli».
lei ride e anche io

«poi chiudi a chiave la porta di casa. per lui sarà complicato fuggire. a meno di lanciarsi dal quinto piano».