la smania

quando smisi di fare teatro, a ventisei anni, e lasciai lo Stabile di Modena nonostante un contratto biennale e la possibilità di lavorare ancora a lungo con  loro, mi convinsi che anche disporre dei fiori in un vaso fosse un atto creativo. così comprai manuali sull’ikebana e sulla cerimonia del tè.

quando diressi l’Università della Musica non pensai mai di prendere lezioni, pur essendo portata per la materia sono ancora convinta si debba studiare una vita intera, e che il rispetto per le arti vuole determinazione ma soprattutto serietà. la dizione iniziai a studiarla a sei anni, imparando a memoria le fiabe sonore, imitando l’accento toscaneggiante di Poli.

ci vuole serietà per certe cose. nonostante nessuno lo pensi più e sia convinto che convincere gli altri del proprio talento sia più importante che convincere se stessi.

 

 

nessuno è pulito se vuole guadagnare

è la prima volta che mi trovo d’accordo con Saviano, di cui non sono una fan e non ho difficoltà ad ammetterlo, perché chi mi conosce sa che sono onesta. ma ha ragione. e bisogna dirlo forte.

comunque un tizio, uno che mi stava dietro fino a qualche mese fa, finché gli ho chiesto di non dirmi cosa fare e cosa no, giacché non gli ho mai nemmeno stretto la mano, sosteneva dovessi dimenticare il fallimento dell’Università della Musica.
io ci provo, ma è difficile, soprattutto perché se non avessi deciso d’investire ancora su quella maledetta impresa, oggi avrei una rendita netta di quattromila euro mensili.
e non sono pochi.

il primo grido di allarme lo lanciai nel 1995, quando andai a Palazzo Chigi e riuscii a parlare con il segretario di Bertinotti ottenendo molto più di una promessa (lecita e non sottobanco). ma il governo cadde dieci giorni dopo, se non ricordo male grazie all’appoggio di Mastella alla maggioranza.
poi riuscii a ottenere l’attenzione di una grande azienda che investiva sulla cultura.
l’A.D della mega S.p.A. milanese che aveva appena comprato l’accademia di Danza a Milano, venne a Roma e mi disse di sì.
tanti quattrini e il rilancio.
avrebbe rilevato l’UM e tutti i suoi problemi.

al Comune di Roma (giunta Veltroni e poi Alemanno), il compito di assegnarmi una cazzo di sede da rimettere a posto e avere in comodato per 80 anni. e come scuola che opera da più di 20 anni sul territorio, elargisce borse di studio annuali di tasca propria, ha una mediateca a disposizione dei ragazzi del quartiere, offre aule gratis per lo studio, stampa un giornale di tecnica e teoria musicale… invece no.

niente sede, niente riconoscimenti e quindi liquidazione, chiusura, fallimento, pianti.
avevo trentasei anni.
sì, un romanzo ce l’ho nel cassetto su questa storia di merda. anche sui consulenti, avvocati e commercialisti che un po’ sono maldestri e ignoranti, un po’ non riescono a stare dietro ai cambi di normative che questi pasticcioni e ladri che ci governano applicano a ogni maledetto cambio di governo.
ma è troppo deprimente.
non me lo pubblicano.

quando gli stessi politici che dovrebbero aiutarti ti domandano prestazioni sessuali in cambio d’informazioni su chi può aiutarti a salvare l’azienda sulla quale hai investito TUTTO, non c’è nulla che sta più in piedi.
se sei alla canna del gas e qualcuno ti domanda la mazzetta gliela dai pure dimenticandoti di filmare le prove.
quando scopri che un direttore di banca ti concede uno scoperto di trenta quarantamila e senza garanzie, grazie alla percentuale cash sottobanco, significa che vivi nel mondo di Ali Babà e i 40 ladroni.
e che siamo alla resa finale.
e che non si può cambiare.

perché non suoni?

è la domanda che mi fanno quando accenno alla mia esistenza, del tempo ho passato nei locali di jazz, o nelle vinerie di Luca. o dei fidanzati musicisti, dei mariti, delle scuole di musica che ho diretto e che mi ha vinto, o le oceaniche Master class che ho organizzato: Petrucci, Bozzio, Carl Anderson, Franco Cerri.
perché non suoni?

c’è sempre qualcuno che pur avendo un lavoro sicuro con tanto di tredicesima si proclama pronto a lasciare ogni cosa per l’arte.
ne ho conosciuti di questi bizzarri sognatori dall’aria esatta di chi conosce la puntualità del cartellino, che in treno, al ristorante o in fila per prendere il traghetto verso Procida, si dichiaravano pronti a fare carte false e salti nel buio per vivere come me, tra l’ansia di non riuscire in niente, la sensazione esatta di essere stati ingannati alla nascita, e di non sapere se avrò una morte dolce che mi strappi alla vita senza convenevoli o se finirò tra le braccia d’infermiere sadiche in un ospizio per poveri. perché di questo si tratta il più delle volte.

ma vi ho già detto tante volte dei miei amici perdenti. di tutti quelli che ho amato e che sapevano stare veramente bene sul palco, a loro agio, dei poveri sfigati secondo il corrente pensiero renziano o delle nostre maestà dei Talent Show. sfigati che avevano però l’universo mondo nel cuore e che riuscivano a metterlo tutto in un solo gesto e a farmelo anche vedere.

quindi non suono perché la musica ha bisogno di studio e dedizione, di tanto amore, di bocca, lingua, dita e tendini, perché non s’improvvisa se non dopo anni di maturazione, perché i locali non pagano se non li riempi, perché il pubblico non è curioso e fa come i cani, e porta il proprio culo nei posti che conosce già, o per sentito dire.

ma un prezzo bisogna pur pagarlo per questo ben di dio di felicità, sentirsi assolutamente irresponsabili per se stessi e per gli altri, del tutto inutili, un ornamento di cui in guerra si fa sempre a meno. nonostante il morale dei soldati sia basso.