scuole d’arte

io per esempio frequentai la Silvio d’Amico, almeno allora l’Accademia nazionale di teatro tra le più esclusive in Europa. era l’unico modo che mi avrebbe consentito di andare via da Bari. mio padre fu chiarissimo, o la Silvio d’Amico, scalata difficilissima e impresa da Titani essere ammessa tra i quindici della classe di recitazione, oppure scegliere una facoltà che potesse soddisfare il mio desiderio di stare sul palcoscenico, lì in Puglia però, amata terra dove non volevo rimanere.

ma allora era diverso. il teatro si faceva anche sul palco, non c’era tutto questo social ad accontentare l’ego. c’erano secoli di tradizione da conoscere, la ritualità, le scaramanzie.
ebbi la fortuna di lavorare con attori diversissimi tra loro e diversi da me, e che più che alimentare le mie certezze informi post adolescenziali, me le distrussero. e nemmeno troppo delicatamente. facile per una con il mio faccino immedesimarsi in Mirandolina, Colombina, Zerlina. complicato entrare in un ruolo tragico. ed era ciò che invece dovevo imparare a fare.

soltanto attraverso la conoscenza di ciò che non ci piace e la pratica di ciò che è distante da noi, possiamo ascoltare tutte le voci che la nostra anima non ha mai emesso. ed è questo che le scuole d’arte dovrebbero insegnare, non a valorizzare pigramente ciò che il nostro talento già esprime, a esaltare ciò che il mercato richiede, per quello ci sono gli Agenti, quelli sono compromessi cui dovranno scendere (forse) dopo il diploma. le scuole d’arte dovrebbero essere l’inizio della ricerca, non la fine.

Molière in bicicletta

Fabrice Luchini, nato il 1° Novembre 1951 è un attore francese, bravo, bravissimo, sorprendente vederlo in originale, e Molière in bicicletta da lui anche sceneggiato è un bellissimo film, un film nel film e un film intelligente.
la trama è presto digitata: un attore famoso ma poco talentuoso cerca l’amico Serge, fuggito al nord dal mondo del teatro che l’ha ferito e matrattato, perché lo aiuti con la messa in scena del Misantropo. Serge, che avrebbe meritato la celebrità, si rifiuta d’interpretare l’amico ottimista di Alceste, Filiente, e anche di confermargli che parteciperà all’impegno.
Gautier Valance (Lambert Wilson) accetterà qualunque condizione, e l’invito a rimanere lì per alcuni giorni di prova pur di coinvolgere Serge.
e il film monta, monta scena dopo scena, tra minuscole comicità e battute intelligenti, e realtà e finzione scenica diventano un tutt’uno, con tanto di comparsa femminile e tradimento maschile.

i francesi fanno bei film. lasciando stare la vecchia insuperabile tradizione (parlo di oggi!), i francesi al contrario di noi provinciali presunti colti (su twitter pare che tutti abbiano un abbonamento in prima fila), non lasciano che i teatri chiudano. sicuramente anche lì ci saranno centinaia di MILF che mandano i figli a Londra ma non comprerebbero mai un biglietto per la prosa, ma credo che oltralpe gli attori e la tradizione siano da sempre più rispettati.
qui è tutto così approssimativo che non vale neppure la pena dannarmi per aver perso un’occasione.
qui, al solito, ma lasciate che lo dica ancora e ancora e ancora, non servono diplomi di Conservatorio, non Accademie, non anni e anni sulle punte per poter campare dignitosamente.
qui si fa tutto tra le quinte. lo so ci sono stata. anche all’arte si accede grazie a per parentele e amicizie. così negli anni ottanta così oggi.
nella patria di Goldoni si guarda a YouTube, si esalta la stupidità che fa audience, non la perfezione della parola che accarezza l’udito. perfino i doppiatori più giovani hanno l’accento romanesco, in barba alla più grande tradizione dei Gazzolo degli anni cinquanta.

pazienza Sorrentino e Garrone. la produzione media dei film francesi di cassetta è ben altro. ma noi qui ci accontentiamo del poco che resta. finché resta.