sono tornati i 4 Chef

ormai lo sanno tutti. quando la commercialista del Man, una settimana fa, mi ha estorto la confessione, ha poi dichiarato muovendo le mani davanti al viso: «no, no no… io non sarei mai in grado di scrivere». non le ho domandato perché dovrebbe farlo, ma è chiaro che molte sue amiche sono ormai nel vortice.
dal parrucchiere, ieri l’altro, la ragazza con la spazzola in mano ha fatto le tre dichiarazioni dell’esordiente:
– leggo moltissimo (salvo poi non capire cosa)
– scrivo perché mi scarica (tira la catena)
– per riuscire però bisogna fare il botto (di Capodanno).

che pena quelli che pensano al “botto editoriale” ma poi digitano sui social che è importante il viaggio e non la meta. quelli che parlano di spontaneità ma pensano soltanto al guadagno. e li sentivo, ieri, in TV, mormorare sciocchezze sul “cambiare vita“, “lasciare il lavoro“, “diventare altro“; perché la realizzazione passa attraverso la celebrità e cazzi non ce ne sono; e questa mania di cambiare pelle a ogni costo, e che ha preso alle viscere anche il sottoproletariato, salvo poi lottare strenuamente sui social per l’uso a cazzo dei congiuntivi, ha del patologico.
sì, lo so, l’uso del termine “sottoproletariato” vi ha offeso più che vedere i 4 giudici stellati perculare il ragazzo siciliano con evidenti problemi di comprensione del reale. perché la categoria in sé imprigiona, la realtà imprigiona, e si preferisce sognare anziché guardare com’è fuori dai nostri sogni irrealizzabili: un gruppo di privilegiati di merda (cuochi, scrittori, politici) che pisciano in testa a tutti noi.

guardando Masterchef ieri sera ho pensato che per loro deve essere all’incirca lo stesso che per noi: 4 cuochi che fan successo in TV e riempiono ristoranti, e una follia di cuochi esordienti che gli stanno dietro per fargli la pelle. con la differenza che un pranzo tre stelle lo paghi un occhio della testa e che arrivare ai fornelli non è facile come aprire un file di word.

ma siamo lì, attaccati a un sogno che ci fa sopravvivere e ci uccide. e questa idea della lotta per il podio si è già impadronita di noi spettatori e dei concorrenti perfetti: la timida bellina, il padre di famiglia giovanissimo e operaio, la pensionata che fa battute, il caso patologico, il settantenne galante: per il nostro divertimento e non per il loro successo, perché anche le cucine, a un certo punto, chiudono e tutte le mode passano.

troia

è da ieri, dopo il breve “moment”pubblicato su Tiziana Cantone, che mi scrivono “troia” in tutte le lingue del mondo. si sa che gli imbecilli hanno fake numerosi a coprir loro le spalle, a difenderli e aggredire il prossimo: li bannerò finché il tizio esaurirà i mandanti. sono abituata ad aggressioni maschiliste. le ragazze carine e sveglie, soprattutto al sud, son considerate troie sin dalla nascita. io poi io mi chiamo Elena, e fu proprio sul muro del prefabbricato delle elementari che lessi per la prima volta l’infamia associata al mio nome. è una specie di marchio impresso alle bimbe, quando affettuosamente, guardandoci, l’amico dice al papà: questa te ne farà passare di tutti i colori.

e sono quei colori che io non mi giustificherò mai di aver voluto vedere, toccare. di aver sofferto addirittura per poterli fare miei, e dipingere così il grigio mostruoso della grettezza e del moralismo che nutre la gente che non ha niente da fare, che non legge, che non si accontenta di riempire gli spazi vuoti della propria esistenza attraverso le vite e le storie di altri, quelle edificanti e che possano fare da esempio, e portare colori in una esistenza che serve solo a pagare buffi, a nutrire vendette.

io non credo si possa educare all’amore con l’odio, non c’è perdono né vendetta scriveva Borges. ed io penso che il problema che affligge chi chiama troia una donna libera, sia di essere frustrato, infelice, poco amato, ignorante, debole. e non sarà certo la vecchia legge del taglione a educare chi l’amore non lo ha mai conosciuto. bisogna ripartire dalle scuole, dalla televisione. e come si fa in un Paese dove proprio in TV vedi gente che s’insulta e sta sulle prime pagine dei giornali, un paese dove ci sono mensilmente episodi di violenza all’interno di asili, palestre, discoteche. se le adolescenti riprendono con la video camera l’amica stuprata c’è qualcosa che non va nel paese, non in loro, e non è soltanto cultura machista.

non sarà forse che le TV e i giornali come “il Fatto” devono piantarla di esaltare i social?, così l’editoria, che stampa a getto continuo roba illeggibile scritta da twitstar del gossip che spariranno tra meno di due mesi? vogliamo far capire ai ragazzi che non è la celebrità a salvarti il culo ma la cultura? anche se non ti dà soldi?, anche se devi soffrire?, e che il successo non dipende dalla visibilità che ottieni ma dalla felicità che senti dentro? dall’appagamento, che non è roba che si compra?

poi vince la maggioranza. e pazienza. io ballo da sola.

l’odio

Doina è in semilibertà dopo aver scontato 9 anni di carcere, e Raffaele, la cui colpevolezza non è stata provata, in carcere ha studiato e si è laureato e condurrà un programma come esperto di giustizia. quindi? cos’è?, più scandaloso forse di Asia Argento, che sta ancora sui nostri schermi nonostante in anni  di carriera non sia riuscita a mostrarci nemmeno uno dei suoi talenti? togliendo il posto a chi magari ne ha?

almeno quei due hanno pagato la loro pena, checché ne pensiate voi, giudici popolari dall’animo candido che, per scaramanzia e non per rispetto, perdonate ogni defunto sulla terra, anche se non amato in vita; voi, cui nessuno ha domandato nulla, esseri dotati dell’intelligenza di un granchio che sui social fondate Gruppi d’incitazione all’odio, che inviate raccolte firme contro Sollecito; difensori dell’umiltà a parole che vi arrogate il diritto di giudicare ciò che non conoscete, che nutrite il vostro odio sorseggiandolo assieme al caffè, dopolavoristi della creatività letteraria e giurisprudenziale che inviate contro-note alle professoresse di vostro figlio.

se non è abbastanza, non ciò che penso di voi, Massa che cresce dietro la spinta dell’acrimonia nei confronti del potere, se non è sufficiente la pena pagata da Doina e Raffaele, è una questione del tutto ininfluente. vivete sul territorio italiano, pagate le tasse (non sempre) per  respirare quest’aria e avete questa Giustizia, lenta, problematica, talvolta ingiusta. ma Doina ha pagato e sta pagando. Raffaele anche.

provate a ridimensionare il peso della vostra opinione, cercate di leggere certi incitamenti alla pena di morte, da parte di account apparentemente innocui, come espressione della frustrazione e del malcontento che alberga dietro un’immagine del profilo falsamente felice.

chi incita all’odio non può essere felice. chi è felice non ha bisogno d’infliggere ad altri punizioni esemplari o di vendicarsi, anche perché non saranno questa a cambiare la nostra esistenza a darci soddisfazione o a rendere meno dolorosa la nostra esistenza. impariamo piuttosto a dire ciò che pensiamo a chi ci ha ferito, non a chiedere la gogna per chi ha pagato già la propria pena e ha soltanto l’ambizione di continuare a esistere.

 

TV

non dovete prendervela con l’arroganza altrui, sempre lì su twitter a minacciare di far scendere la gente dal piedistallo.

certo l’atteggiamento di superiorità è comunque osceno ed è sempre punito dagli dei, ma che qualcuno pensi di essere un po’ meglio di altri perché legge il quadruplo, perché ragiona meglio, perché passa il  proprio tempo a svolgere attività intellettuali, è anche possibile. in una società di teledipendenti e social dipendenti e figa e cazzo dipendenti e coca dipendenti, perché non se ne parla più ma il traffico di coca continua a essere ben redditizio, ci vuol pure chi pensa per gli altri. e non è cattiveria, giuro, basta calcolare con onestà il tempo che riuscite a ricavare per costruire un pensiero indipendente che non sia quello della Gruber, o di Ferrara, o di chi so io. basta domandarvi qual è l’ultima volta che avete scelto un romanzo dall’incipit e non perché ve l’ha detto Fazio o la De Gregorio.

vi va in pappa il cervello. mi è bastato campeggiare poche ore da una vicina che aveva necessità di una consulenza per il giardino per capire che siete pazzi. si calcola che nelle famiglie normali abitate da anziani ci sia un televisore acceso sin dal mattino, spesso due. io le ho dovuto domandare  di togliermi dal campo uditivo quel fastidioso basso continuo. è perciò che il libro di Riina è primo in classifica. nonostante i vostri cartellini di minaccia. o che gli editori pubblicano soltanto storiacce vere, per dar modo al lettore del sabato di masturbarsi in santa pace sui più efferati delitti Made in Italy. quella pettegola della Leosini  è osannata sui social, le dive del venerdì trattano con piglio stucchevole ciò che andrebbe duramente denunciato e risolto, così che la coscienza di tutti si senta a posto.

siam sempre lì, usare il mezzo o renderci sui schiavi fa la differenza tra chi pensa e chi no. se c’è gente che va dall’estetista per farsi poi i selfie allo smalto, e ce n’è, non saremo mai in grado di scegliere tra la bugie e  verità.

il metro della celebrità

basta una puntata in TV per ricevere, sui social, centinaia di like a vita. talvolta leggo imbecillità inverosimili applaudite da oceani di imbecilli, ma siamo fatti così, abitanti del buco del culo del mondo non riusciamo ad andare oltre il giudizio della massa, a farcene una nostra di opinione, piccola piccola, che ci tenga al riparo dalla stupidità collettiva, la stessa collettività belante cui basta leggere il titolo di un articolo per sentirsi edotta sulla faccenda e per andare a insultare il politico di turno, la stessa che portò al potere Mussolini. e i social network sono l’esaltazione del giudizio sommario, dove vince la volgarità e chi non si distacca mai dal sentire e dal sentiero comune, che crede veramente che la proprietà privata valga più della vita di un ragazzo.

deploriamo la “botta di culo” di chi scrive un romanzo caruccio che vende però milioni di copie, ma misuriamo la statura morale e la credibilità del nostro prossimo con il metro della celebrità. siamo schifosamente opportunisti e poveri di argomenti, pronti ad aderire al pensiero di chi si fa sentire più forte soltanto perché è più in vista. compriamo best seller e poi ci lamentiamo della pochezza di argomenti dell’autore. perché la celebrità tocca anche agli assassini e ai ladri, a chi è sceso a patti con la politica per non trovarsi bastoni tra le ruote, a chi è passato sul cadavere di qualcun altro. chi è famoso non ha sempre ragione, chi è famoso ha avuto soltanto l’opportunità di mostrare il proprio talento, talvolta anche assai scarso.

io credo soltanto a chi va controcorrente.