artisti a stipendio

rivendico a gran voce il coraggio dell’artista puro, di chi già al liceo aveva la testa al palcoscenico e perciò era sempre impreparato, umiliato dalla propria stessa intelligenza: mi meraviglio di te, che brutta delusione, torna al banco.

sì, faccio il tifo per chi ha scelto la strada meno certa, all’orizzonte l’ipotesi di finire in un ospizio pubblico in braccio a un’infermiera sadica; applaudo soltanto chi, come tanti attori e musicisti che resteranno nella storia, è rimasto in punizione chiuso nella propria stanza, durante una giovinezza piena di “ma dove credi di andare tu”.

non contemplo nemmeno l’eccezione rarissima alla regola dell’ottuso che, anziché starsene buono in platea, e applaudire e imparare, giggioneggia recitando per anni sempre lo stesso Pirandello, il petto gonfio di soddisfazione, la qualifica di “artista” sul profilo FB. lui, che ha la compassione del tergicristalli in movimento sul cadavere di un moscerino, che non sa neppure come si sta in quinta, come ci s’inchina al pubblico, come s’impagina un romanzo o si arreda un camerino, ma che ha quattrini sufficienti per pagare perfino il pubblico. lui, che rompe il silenzio degli eterni scontenti, che ha voluto e potuto replicarsi, sicuro e certo di lasciare ai discendenti una casa con mutuo pagato, e che a sessant’anni, e con 15 mensilità sicure, si permette battute umilianti sul vecchio artista che si muove sul palco come un triste clown.

lui, che si è risvegliato all’arte a cinquant’anni, non e non sa cosa significhi fare marchette, salire le scale del Monte di Pietà, lavorare a serata in pizzeria o vivere in una casa condivisa fino a 40 anni, non merita che il rumore che produce.

oggi le mie meditazioni andranno a un artista puro, Kirk Douglas, che ci ha lasciati all’età di 103 anni.

qui il mio sito

tra pochi giorni in librerai il mio quarto romanzo “Io e il Minotauro” edito da GiaZira scritture

artista

«impara l’arte e mettila da parte», mi disse papà quando seppe che ero stata selezionata tra centinaia per la Silvio d’Amico: «la bambina non può fare altro, confermò mia madre», quasi si trattasse di una grave malattia. d’altra parte avevo lasciato il liceo, tentato più fughe da casa con l’idea folle di vivere a Parigi per strada.

«hai un sacco di soldi e un bell’attico in centro?, perché soltanto così avrai buoni e rapidi risultati, giacché teatro e cinema si fanno per lo più durante le cene in terrazza». la veritiera rivelazione di mia zia attrice, che sul finire degli anni ’50 dovette cambiare nome e cognome su richiesta del padre, che si vergognava per quella scelta scellerata, mi fece piangere. eppure anche oggi certi insulsi personaggi della TV del pomeriggio fanno carriera in terrazza, scattando selfie.

gli anziani ci provavano regolarmente con noi ragazzine: attori, registi. la vocazione alla sofferenza andava d’accordo con la perdizione, Justine 2.0 (cioè io) era una piccola ingenua né più né meno che Suzanne Simonin, non faceva calcoli, non metteva in preventivo la ricerca di un buon nome da cui farsi impalmare così da ottenerne i favori. non tutte nasciamo Juliette, purtroppo.

ma oggi basta meno, molto meno. è sufficiente la fantasia di un chiodo arrugginito e il papà che paghi un corso professionale.  basta un diploma per essere artista professionista, per aprire una Partita Iva, dimenticare la vocazione al dolore e correre veloce a occupare ogni ambito, vincere tutti i premi, senza lasciar spazio ad altri.

qui Pioggia Dorata

qui Conversazioni Sentimentali in Metropolitana.

 

in scena

non trovo il teatro, non so neppure in quale stazione sia scesa da un treno che portava ritardo, e soprattutto perché fossi in viaggio; non ricordo la parte che certamente avevo mandato a memoria, il copione, come da copione, pare sia sparito, non trovo nemmeno il costume di scena. eppure ero certa di volerlo fare lo spettacolo, di aver firmato il contratto, ma i calzini che ho hai piedi sono quelli di mio padre che però è morto quando avevo ventisei anni, e non credo siano giusti per il personaggio che devo recitare sebbene non ricordi quale sia.  perché la cosa l’ho presa sottogamba, perché ho detto di sì non credendo si potesse fare, che lo spettacolo sarebbe saltato come succede tante volte.

invece sono tutti in scena e c’è anche una folla incredibile di pubblico pagante. e continuo a cercare tra i camerini quello giusto, dove forse la sarta ha già appeso il costume; nonostante il vociare in platea e la prima campanella, mi guardo attorno alla ricerca di uno sguardo amico: dicono che anche il testo faccia schifo, che le battute son scritte con i piedi.

mi rassegno, non ce la farò mai, dovrei fuggire. ma il tramestio tra le quinte m’impensierisce, quell’idea assurda di lasciare i colleghi da soli ad affrontare un buco di scena. perché la differenza tra un vero artista e un accattone di consensi sta nella generosità e nello spirito di sacrificio.

poi mi sveglio. oggi sarà una giornata meno calda.

mai fare nulla per piacere agli altri

anni e anni fa, Luca Ronconi mi chiamò per un provino, o meglio fu la sua assistente, la Ninni,  a telefonare. Sulle prime pensai a uno scherzo, poi seppi che era vero e richiamai Milano con tanto di scuse.
all’epoca, studiavo alla Silvio d’Amico, ero una nevrotica ragazza punk seduttrice di attori anziani e fissata con certe pratiche dolorose. Mia zia e la mia agente mi convinsero a cambiarmi i connotati e “farmi” come piaceva al Maestro: gonnellina a pieghe, camicetta con colletto bianco, scarpette basse, capelli tirati, poco trucco.
il risultato fu che sembravo Mercoledì Addams, e che Ronconi non fu colpito dalla mia personalità e quindi non mi prese. avessi tirato fuori un coltello insanguinato dallo zaino sarei stata più credibile.
credo che nella creatività valga una sola regola, mai fare nulla per piacere agli altri. che sia un uomo, i lettori, il pubblico, nostra madre. perché il più delle volte la creazione nasce proprio da ciò che l’uomo non è.

Marité e certe vecchie storie

«tu non racconti mai niente di te… ».
sento del baccano, un frullare d’ali, forse i suoi angeli che litigano. Marité mi tranquillizza, sta definendo un rapporto di lavoro, cioè si sta facendo pagare da un cliente.
«in che senso non dico nulla di me?», le domando quando sento che ha congedato il tizio, un ottantenne del quartiere, confessa, che ha ritrovato la felicità grazie ai ritrovati della medicina e dei sexy shop.
«ma sì, capisco, ti racconti attraverso i romanzi… ma sai, le persone vogliono la verità, sapere chi sei tu veramente, quando fai le analisi del sangue, se soffri e di quale malattia».
rido: «certo, vogliono verità ma poi si bevono le fiction RAI».
«e dai!», insiste lei.
«allora ti racconterò dell’unica volta in cui me la tirai con uomo e lui non ci stette», rido. francamente mi pare inverosimile, io che mi nego a un divo di quella portata.

Marité mette in viva voce perché anche i suoi angeli in tacco dodici possano ascoltare.
«avevo circa 24 anni. non so a quale replica fossimo lì al teatro Colosseo, La trasfigurazione di Benno il ciccione faceva sold out da mesi. ero schiva anche quando facevo teatro, sai?, non amavo prendere gli applausi giudicandomi per lo più indegna, dopo, evitavo le cene di gruppo… »
«adesso capisco», m’interrompe Maria Teresa, la mia amica che con tre lauree fa marchette per fare la spesa. «capisco perché non avrai mai il colpo di culo. quello arriva soltanto se frequenti salotti, e non sempre. non lo sapevi?».
«ma ascolta!».
silenzio.

«in camerino arriva un tizio alto e butterato che lì per lì mi parve di aver già visto. Antonino (Iuorio), mio collega, mi fa: Elena, Murray vorrebbe conoscerti… , ecco, lo avevo visto al cinema, forse agli Oscar. cazzarola, Abraham, il Salieri di Mozart, che mi fa il baciamano per complimentarsi.
così quella sera fui sua ospite in pizzeria dove l’attore parlò soltanto con me, nonostante il mio inglese elementare o forse proprio perciò. fu così che mi propose di seguirlo, dicendomi che l’Italia era splendida ma un talento come il mio meritava di più».
«allora?«, Maritè vuole conoscere la fine della storia.
«allora niente. poiché giacché “darla” fin lì mi era servito a poco, decisi di rifiutare il suo invito per un bicchiere al de Russie e lo lasciai nel taxi sotto la pioggia battente. ovviamente gli scrissi, ma non ebbi risposta».
sospira lei e sospiro io.
«credi che se fossi andata da lui mi avrebbe portata a Broadway?, dimmi la verità, Maria Teresa».

si consulta brevemente con i suoi angeli in minigonna.
«no, ti avrebbe usata».
«ecco», le dico infilandomi in bocca un grosso pezzo di cioccolata amara «son storie senza lieto fine, le mie, perciò non le racconto».

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