in scena

non trovo il teatro, non so neppure in quale stazione sia scesa da un treno che portava ritardo, e soprattutto perché fossi in viaggio; non ricordo la parte che certamente avevo mandato a memoria, il copione, come da copione, pare sia sparito, non trovo nemmeno il costume di scena. eppure ero certa di volerlo fare lo spettacolo, di aver firmato il contratto, ma i calzini che ho hai piedi sono quelli di mio padre che però è morto quando avevo ventisei anni, e non credo siano giusti per il personaggio che devo recitare sebbene non ricordi quale sia.  perché la cosa l’ho presa sottogamba, perché ho detto di sì non credendo si potesse fare, che lo spettacolo sarebbe saltato come succede tante volte.

invece sono tutti in scena e c’è anche una folla incredibile di pubblico pagante. e continuo a cercare tra i camerini quello giusto, dove forse la sarta ha già appeso il costume; nonostante il vociare in platea e la prima campanella, mi guardo attorno alla ricerca di uno sguardo amico: dicono che anche il testo faccia schifo, che le battute son scritte con i piedi.

mi rassegno, non ce la farò mai, dovrei fuggire. ma il tramestio tra le quinte m’impensierisce, quell’idea assurda di lasciare i colleghi da soli ad affrontare un buco di scena. perché la differenza tra un vero artista e un accattone di consensi sta nella generosità e nello spirito di sacrificio.

poi mi sveglio. oggi sarà una giornata meno calda.

mai fare nulla per piacere agli altri

anni e anni fa, Luca Ronconi mi chiamò per un provino, o meglio fu la sua assistente, la Ninni,  a telefonare. Sulle prime pensai a uno scherzo, poi seppi che era vero e richiamai Milano con tanto di scuse.
all’epoca, studiavo alla Silvio d’Amico, ero una nevrotica ragazza punk seduttrice di attori anziani e fissata con certe pratiche dolorose. Mia zia e la mia agente mi convinsero a cambiarmi i connotati e “farmi” come piaceva al Maestro: gonnellina a pieghe, camicetta con colletto bianco, scarpette basse, capelli tirati, poco trucco.
il risultato fu che sembravo Mercoledì Addams, e che Ronconi non fu colpito dalla mia personalità e quindi non mi prese. avessi tirato fuori un coltello insanguinato dallo zaino sarei stata più credibile.
credo che nella creatività valga una sola regola, mai fare nulla per piacere agli altri. che sia un uomo, i lettori, il pubblico, nostra madre. perché il più delle volte la creazione nasce proprio da ciò che l’uomo non è.

Marité e certe vecchie storie

«tu non racconti mai niente di te… ».
sento del baccano, un frullare d’ali, forse i suoi angeli che litigano. Marité mi tranquillizza, sta definendo un rapporto di lavoro, cioè si sta facendo pagare da un cliente.
«in che senso non dico nulla di me?», le domando quando sento che ha congedato il tizio, un ottantenne del quartiere, confessa, che ha ritrovato la felicità grazie ai ritrovati della medicina e dei sexy shop.
«ma sì, capisco, ti racconti attraverso i romanzi… ma sai, le persone vogliono la verità, sapere chi sei tu veramente, quando fai le analisi del sangue, se soffri e di quale malattia».
rido: «certo, vogliono verità ma poi si bevono le fiction RAI».
«e dai!», insiste lei.
«allora ti racconterò dell’unica volta in cui me la tirai con uomo e lui non ci stette», rido. francamente mi pare inverosimile, io che mi nego a un divo di quella portata.

Marité mette in viva voce perché anche i suoi angeli in tacco dodici possano ascoltare.
«avevo circa 24 anni. non so a quale replica fossimo lì al teatro Colosseo, La trasfigurazione di Benno il ciccione faceva sold out da mesi. ero schiva anche quando facevo teatro, sai?, non amavo prendere gli applausi giudicandomi per lo più indegna, dopo, evitavo le cene di gruppo… »
«adesso capisco», m’interrompe Maria Teresa, la mia amica che con tre lauree fa marchette per fare la spesa. «capisco perché non avrai mai il colpo di culo. quello arriva soltanto se frequenti salotti, e non sempre. non lo sapevi?».
«ma ascolta!».
silenzio.

«in camerino arriva un tizio alto e butterato che lì per lì mi parve di aver già visto. Antonino (Iuorio), mio collega, mi fa: Elena, Murray vorrebbe conoscerti… , ecco, lo avevo visto al cinema, forse agli Oscar. cazzarola, Abraham, il Salieri di Mozart, che mi fa il baciamano per complimentarsi.
così quella sera fui sua ospite in pizzeria dove l’attore parlò soltanto con me, nonostante il mio inglese elementare o forse proprio perciò. fu così che mi propose di seguirlo, dicendomi che l’Italia era splendida ma un talento come il mio meritava di più».
«allora?«, Maritè vuole conoscere la fine della storia.
«allora niente. poiché giacché “darla” fin lì mi era servito a poco, decisi di rifiutare il suo invito per un bicchiere al de Russie e lo lasciai nel taxi sotto la pioggia battente. ovviamente gli scrissi, ma non ebbi risposta».
sospira lei e sospiro io.
«credi che se fossi andata da lui mi avrebbe portata a Broadway?, dimmi la verità, Maria Teresa».

si consulta brevemente con i suoi angeli in minigonna.
«no, ti avrebbe usata».
«ecco», le dico infilandomi in bocca un grosso pezzo di cioccolata amara «son storie senza lieto fine, le mie, perciò non le racconto».

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Maestri

quando avrò il costume entrerò in parte. così dicevamo da ragazze, in Accademia, quando proprio non riuscivamo in un ruolo.
ma non è così. si è in parte anche senza costume né scena, dipende dal talento, dallo studio e dalla capacità mimetica di ognuno.
il vecchio saggio afferma: stai con gli ospiti come stessi in casa da solo e stai da solo come avessi ospiti.
la casalinga di Ardea, invece, dice: uso il congiuntivo e gli accenti giusti quando scrivo un romanzo, non quando commento su un blog o quando sto a casa rilassata con un amico.
giuro, lo ha affermato ieri una che si è offesa a morte per la mia, nemmeno diretta, provocazione.

ebbene sì, sono in grado di creare scompiglio pure qui su wordpress. luogo quieto per eccellenza.

ed ecco spiegata la differenza tra il professionista e il dopolavorista. che il dopolavorista usa l’arte per divertirsi e misurarsi con qualcosa che non sia il cartellino da far timbrare al collega, il professionista ne è ossessionato. il dopolavorista usa la pancia per scrivere, e normalmente ne vengono fuori flautolenze, il professionista sublima. il dopolavorista non tollera le provocazioni, il professionista vive soltanto di queste. il dopolavorista è permaloso, il professionista è felice di prenderne di santa ragione per migliorare. paga perfino le Agenzie letterarie. il dopolavorista non ritiene che la formazione sia importante per il lavoro, normalmente in Italia si assume per parentele, il professionista s’indebita per studiare.
perché non è vero che la Cultura si fa per lo più fuori dalle università, come dice l’esperto Fabio Volo, quello si chiama “culo”.

puoi leggermi qui 

quarantena del lutto

della sua morte resteranno alcune tracce in un racconto, il Pusher, pubblicato per 80144 Edizioni.
ma come?, in un libro di racconti erotici scrivi di morte?
e che cosa c’è di più vicino allo strazio della morte che quello della passione?

avevo venticinque anni, quando lo seppi ero a casa del mio nuovo amante sbagliato. ero fuggita da Modena dove provavo “Donna Rosita nubile” con la regia di Cesare Lievi, per il Teatro Stabile. avevo un personaggio secondario e nessunissima intenzione di restare lì il fine settimana ed essere convocata in teatro. così quel mattino presi il primo treno per Roma.

l’ultima volta che lo avevo sentito mi aveva detto: «Sbrigati bimba con i maglioni di cachemire, che tra un po’ viene il freddo».
tra fratelli avevano un commercio solidale di pezzi rari, ed io facevo da corriere tra Roma e Bari.
quando chiusi il telefono scoppiai in lacrime: il suo cuore non avrebbe retto e neanche il mio.

quando mia madre chiamò era mezzanotte, a me disse che papà era in coma, al mio uomo sbagliato raccontò la verità.
quando mi misi in ginocchio con l’intento di pregare per lui fino all’alba, prima di partire per Bari, lui dovette dirmelo.
mi addormentai di colpo, sul tappeto.
un sonno salvifico che sperai fosse eterno.
era una vita che immaginavo la morte del mio uomo perfetto, ed io non ero nemmeno lì a vestirlo, come una brava ragazza etrusca, perché a 62 anni è ancora presto.

resterà per sempre l’immagine delle sue spoglie avvolte nel lenzuolo bianco di lino, come da sue precise volontà, per sempre la sua voce da fumatore, la “erre” francese e la pelle marocchina; i detti popolari, liguri e pugliesi; i libri che amava, La leggenda del Santo bevitore, I Viceré, il Gattopardo.
mi resterà la sua ciocca bruna, la mia la infilai tra le sue mani di ghiaccio, perché si rianimassero durante il lungo viaggio.

resteranno per sempre anche gli errori che ho commesso durante gli anni del lutto, tanto per dimostrargli che senza di lui non sarebbe stato lo stesso.
e la sua sciarpa preferita, che tengo avvolta nella velina in fondo a un cassetto, che di tanto in tanto annuso, trovandoci ancora, dopo vent’anni, tracce evidenti del suo odore.
oggi non è il suo anniversario, ma ho un’amica in lutto, e magari le può servire sapere che non passa.