vacca da mungere

l’editoria è una vacca da mungere. nel marketing si chiamano così  le aziende floride da spremere fino all’osso. e l’editoria è evidentemente una vena inesauribile di idioti che cercano di vendere i propri libri a qualunque costo, che pagano agenti letterari fino a 5.000 euro senza ricevuta fiscale per editing infiniti e inutili e frequentano costosi corsi di scrittura con autori alla prima pubblicazione se tutto va bene.

l’editoria è un affollatissimo non-luogo dove anche gli analfabeti, da sempre ostili alla parola scritta, hanno deciso di far finire i propri sogni di celebrità. colpa di cinema e  TV, di protagonisti fascinosi e sempre in crisi che raccattano figa ovunque. certamente non è a causa dello studio di Anton Cechov sul trattamento dei prigionieri politici a Siskind, se oggi siamo così in tanti da non trovare neppure l’uscita di questo bordello.

eppure a leggere le biografie di Ferrero o Petrignani non lo avrei mai detto. soltanto 10 anni fa quello dell’editoria sembrava un campo infinito di possibilità e ora non si trova impiego  nemmeno come eliminatore di “d” eufoniche.

ma il genio c’è sempre, perché di idioti privi di autocritica è pieno il mondo. lui, il vincitore della settimana, confonde Piccola editoria con autopubblicazione, vende DVD e libri su come diventare autori di successo, ma se lo cerchi on line sta in culo in culo alla Classifica di Amazon e i suoi bestseller sul marketing vincente hanno ottenuto 2 voti e 2 stelline. su FB  pubblicizza con enfasi autori di successo che nessuno mai ha sentito nominare.

 

 

trasversali impositori del proprio “io” 

si è in troppi ormai, e urlare non basta. e io vorrei tanto saper scrivere su FB una di quelle narrazioni della mia quotidianità con dialoghi pieni di pronomi personali “io dissi, lei disse; lui disse, lei rispose”, affollate di protagonisti della strada: macellaio, impiegato, passante, e che, senza nemmeno essere letta (troppo lunga, verbosa, inutile, didascalica), ottenga 600 like in 7 minuti e  sveli di me non tanto l’animo ribelle o il pensiero romantico, quanto innocue e divertenti idiosincrasie alle carote, o amori folli per i broccoli.

vorrei avere la metà dell’ingegno e della faccia di culo di chi trova ogni scusa per pubblicizzare del proprio libro in uscita, o per ricordare all’ampio pubblico di FB la recensione ottenuta 10 anni fa sul grosso giornale.

chiedo in ginocchio che mi si riservi un giorno almeno la possibilità di saccheggiare, di rubare e di spacciare per mia qualunque idea a buon mercato.

domando a dio la sicumera e il cuore di chi non conosce l’insoddisfazione cronica dell’artista e trova modo per vantarsi dei propri successi letterari anche tra i commenti a un post di cucina vegana come di politica estera.

il mondo è dei trasversali e multiformi impositori del proprio “io”.

(Grazie a Pier Francesco de Iulio. lui sa il perché)

qui Pioggia Dorata

qui Conversazioni Sentimentali in metropolitana

 

sono tornati i 4 Chef

ormai lo sanno tutti. quando la commercialista del Man, una settimana fa, mi ha estorto la confessione, ha poi dichiarato muovendo le mani davanti al viso: «no, no no… io non sarei mai in grado di scrivere». non le ho domandato perché dovrebbe farlo, ma è chiaro che molte sue amiche sono ormai nel vortice.
dal parrucchiere, ieri l’altro, la ragazza con la spazzola in mano ha fatto le tre dichiarazioni dell’esordiente:
– leggo moltissimo (salvo poi non capire cosa)
– scrivo perché mi scarica (tira la catena)
– per riuscire però bisogna fare il botto (di Capodanno).

che pena quelli che pensano al “botto editoriale” ma poi digitano sui social che è importante il viaggio e non la meta. quelli che parlano di spontaneità ma pensano soltanto al guadagno. e li sentivo, ieri, in TV, mormorare sciocchezze sul “cambiare vita“, “lasciare il lavoro“, “diventare altro“; perché la realizzazione passa attraverso la celebrità e cazzi non ce ne sono; e questa mania di cambiare pelle a ogni costo, e che ha preso alle viscere anche il sottoproletariato, salvo poi lottare strenuamente sui social per l’uso a cazzo dei congiuntivi, ha del patologico.
sì, lo so, l’uso del termine “sottoproletariato” vi ha offeso più che vedere i 4 giudici stellati perculare il ragazzo siciliano con evidenti problemi di comprensione del reale. perché la categoria in sé imprigiona, la realtà imprigiona, e si preferisce sognare anziché guardare com’è fuori dai nostri sogni irrealizzabili: un gruppo di privilegiati di merda (cuochi, scrittori, politici) che pisciano in testa a tutti noi.

guardando Masterchef ieri sera ho pensato che per loro deve essere all’incirca lo stesso che per noi: 4 cuochi che fan successo in TV e riempiono ristoranti, e una follia di cuochi esordienti che gli stanno dietro per fargli la pelle. con la differenza che un pranzo tre stelle lo paghi un occhio della testa e che arrivare ai fornelli non è facile come aprire un file di word.

ma siamo lì, attaccati a un sogno che ci fa sopravvivere e ci uccide. e questa idea della lotta per il podio si è già impadronita di noi spettatori e dei concorrenti perfetti: la timida bellina, il padre di famiglia giovanissimo e operaio, la pensionata che fa battute, il caso patologico, il settantenne galante: per il nostro divertimento e non per il loro successo, perché anche le cucine, a un certo punto, chiudono e tutte le mode passano.

la gente parla di ciò che non ha

io per esempio parlo sempre di Porche…
…così risponde un tizio su Twitter alla mia solita provocazione del mattino: ma perché certe donne parlano sempre d’amore?
anche al mattino, che noia, mentre sono magari intrappolate nel traffico, blindate nel SUV con figli urlanti, sognano il tizio che finalmente le porterà via da questo disarmante carico di responsabilità, e lo cercano su twitter.

ed io che cosa voglio ora? il successo, è ovvio. ci sto lavorando come un maschio rampante negli anni ottanta, più alacremente di uno (sempre maschio)che voglia mettere su famiglia e accendere un mutuo.
perché le femmine, appunto, a guardarle dalla mia TL parlano soltanto d’amore.
“ti voglio, ti sento, ti cerco, ti prendo…” poesiole corredate da foto e cuoricini.

la gente parla di ciò che non ha. mi si dice.
ed evidentemente non si stanca mai.
anche se è soltanto quando si smette di parlare d’amore che s’inizia a farlo.
ma è l’attenzione, forse, che manca alla gente, anche se chi non sa darla non saprà neppure ottenerla. e nella vita non bastano #hashtag

il successo lo fa la barba

non è vero che le mie donne, le protagoniste delle mie storie, vincono sempre. certo, io un po’ le aiuto.

se gli uomini son per lo più misogini, e presto avrò messo assieme tutte le prove, se troppe donne son sempre più cazzo dipendenti, ossia ritengono ben fatto soltanto ciò che viene concepito da mente maschile, se la maggior parte delle lettrici sono donne che a loro volta scrivono e odiano le donne che scrivono a meno che non siano lesbiche o brutte, allora battersi serve a poco. abbandonare le armi, gettarmi per terra e mettermi a fare le fusa sarebbe l’unica soluzione praticabile. non scrivere più idiozie su massa, società, intellettuali e politica, -che poi son pure discorsi che non portano a nulla-, e proporre una bella saga famigliare, sullo sfondo gli attentati di Parigi, così da stare sul pezzo e dare all’editor l’opportunità di masturbarsi dalla contentezza.

non so perché ma i like delle star maschio son sempre più numerosi che sotto qualunque grande tetta. la star maschio gioca con l’ironia, la femmina preferisce la poesia di un gatto. il maschio è sempre più ficcante, forse sa tenere a freno l’ormone, forse evita di digitare stronzate da sindrome premestruale, forse è più efficace.

ma non ditemi che non serve più parlare di femminismo. partendo dai medici obiettori antiabortisti, i direttori editoriali che hanno sempre un amico maschio da pubblicare, i mariti maneschi, i capi ufficio che licenziano al primo ritardo mestruale o perché non sei stata carina con loro, per finire all’imbecille in auto che fa battute e posta foto sulla nostra manovra impeccabile, siamo messe peggio che negli anni ’60. essere libere di parlare non significa che qualcuno ci ascolta.