non spiegateci lo #stupro

trovo sempre fastidiose le teorie sullo stupro. mi viene da ridere soprattutto quando a spiegarcele sono lor signori. e perché, poi, dovreste farlo voi uomini, se i numeri degli stupri in Italia sono di una donna su tre? abbiamo sufficienti vittime a testimonianza per poter fare a meno di certe teorie.

quando successe a me avevo sedici anni, frequentavo il Socrate, a Bari, e quel pomeriggio tornavo da casa del mio fidanzatino, Massimo, che viveva a Japigia; attraversavo il ponte, erano gli anni ottanta ed erano le diciotto e trenta di un pomeriggio infrasettimanale d’inizio novembre. c’era traffico, c’era scirocco, lo ricordo come fosse ieri. indossavo una giacca a uomo comprata al mercato dell’usato, borsalino, anfibi e jeans. non ero ubriaca né fumata.

il tizio aveva pochi anni più di me, era pure caruccio, altrimenti mai e poi mai avrei accettato il passaggio. mi fece salire sulla moto, (e quello della moto sarà un elemento assai importante in questa breve indagine che mi riguarda). mi domandò come mi chiamassi, dove andassi a scuola. dovevo fermarmi su viale Kennedy, all’epoca vivevo lì, al nono piano di quel palazzone altissimo. invece lui tirò dritto, nemmeno più un semaforo a fermare la sua corsa, mi sarei giustificata dopo, con me stessa, tra le lacrime: perché da una moto in corsa, forse, si può scappare, ci si può lanciare da una moto in corsa, ne ero abbastanza certa, allora.

abusò di me per circa un’ora e mezza inclusi pugni, schiaffi, calci nella pancia e piccoli sadismi, giusto per vedermi piangere un po’; abusò di me tra i palazzi in costruzione, minacciando di chiamare gli altri, e che se non avessi fatto quello che diceva si sarebbero divertiti con me per tutta la notte. non usò preservativo. mi tenne tutto il tempo il coltello alla gola: ma in fondo che cos’è un coltello alla gola, certamente non è una pistola, avrei potuto liberarmi, mi dissi più tardi, quando decisi di essermela voluta, perché non si prendono passaggi dagli sconosciuti.

quando tornai a casa m’infilai vestita sotto la doccia. piansi a lungo e decisi che quello stupro fosse solo colpa mia, e che forse non era neppure uno stupro, non dissi nulla a mia madre e andai a farmi una birra al Rimini.

questo cambia qualcosa nella sostanza?  sono stata meno stuprata di altre? ditemelo voi che sapete tutto.

(in uscita per Castelvecchi, il 28 settembre, Conversazioni sentimentali in metropolitana)

esibizionisti

in tutto questo inutile cercare spiegazioni agli altrui suicidi, alle violenze tra adolescenti ubriachi nei bagni delle discoteche e a quelle sulla nostra pagina FB, dove ogni giorno qualcuno si prende la briga di venirci a insegnare come stare al mondo, mi sono dimenticata di scrivere della legge che consentirà di masturbarsi in pubblico senza finire in galera. la multa fino a 12mila euro potrebbe essere scoraggiante, sebbene pensi sia del tutto inutile, giacché gli esibizionisti godono proprio perché è proibito farlo, e chi ne è vittima, solitamente adolescenti timide/i, non correranno mai a chiamare aiuto nel momento opportuno. ma sono le contraddizioni di un Paese che non ragiona più, e che solo 10 anni fa chiedeva di punirli al pari degli stupratori

di esibizionisti ne ho visti tanti, e tutti quando ero troppo giovane per prenderli a martellate sulla testa. anche se a me la violenza mi immobilizza ancora oggi.
tante volte, anzi, mi domando se maschi con questa natura: padri di famiglia pingui, bavosi e osceni, siano stati collocati tutti negli anni 70′ (verso la fine), per tendere agguati a ingenue ragazzine senza web che in TV guardavano Heidi e Happy Day’s, oppure se ce ne sono anche oggi da vedere live, magari conservati in qualche teca nei musei di zoologia, giacché la maggior parte son tutti sul web, finalmente liberi di mostrare il proprio arnese.

l’esibizionista classico si appostava nei pressi delle scuole, elementari e medie, in una utilitaria fatiscente verde o arancione. aspettava pazientemente che la folla diminuisse e la malcapitata  si attardasse con le amiche davanti ai cancelli per poi seguirla, e rallentare nei pressi delle vie isolate domandandole: ragazzina, vieni qui, che me la dai un’informazione? e lei abboccava, restando impietrita con le lacrime agli occhi a bordo marciapiede, o scappava con il cuore pieno di rabbia per non essere maschio, adulto e armato.

una sera ne vidi uno che avrebbe potuto lavorare in un circo. io quindicenne rabbiosa seduta sulle scale della mia casa in viale Kennedy in attesa del fidanzato di turno, e il maniaco, alle dieci di sera, si masturbava su un Ciao rumoroso andando su e giù per il  viale deserto. non era facile eh… il movimento masturbatorio mal si accorda con quello di acceleratore e frizione sui manubri. e faceva anche linguetta, per non farsi mancare nulla. ed io piansi lo stesso, nonostante fossi armata di coltellino e di più esperienza, perché era nello sguardo concupiscente il germe della violenza che avrei subito ancora.

pronta alla fuga

“Si tratta di uno stile di vita. Mantenere sempre e con serietà, un atteggiamento protettivo nei confronti della propria persona è importante. L’idea di poter subire delle violenze non può essere tollerata. Un senso d’impotenza cronico danneggia e nuoce profondamente”. (libro primo 1Q84 – Murakami -Einaudi Super ET-)

se dovessi fare il conto degli stupri subiti, più o meno gravi, casomai ci fosse una scala di valori anche in questo caso, non finirei mai. includendo i datori di lavoro, registi, attori, produttori; gli amici, ubriachi, molesti, semplicemente tristi; i conoscenti, superficiali, prepotenti, che scambiano un passaggio in auto per un invito esplicito; gli incontri casuali, pericolosi, pericolosi, pericolosi; i parenti, vicini, lontani, arroganti, ricattatori.

quando scappai di casa per la terza volta raggiungevo mia sorella a Parigi e avevo 16 anni. che non mi volesse lì me lo dimostrò lasciandomi senza denaro né casa né riferimenti telefonici. dormii per strada, poi mi aggregai a un gruppo di italiani. Paolo aveva 50 anni, e me lo feci perché mi piaceva, il giorno dopo partì. poi scesi le scale del più famoso locale gay dove incontrai un angelo del paradiso, Pierre, che mi lasciò le chiavi di casa sua a Montmartre e ben mille franchi. me la cavai. mia sorella ha sempre affermato che ho culo. forse anche lei mi voleva morta.

ero una ragazza al limite -ciò spiega un po’ quel che sono diventata- senza tetto né legge, tanto che mia madre pensava mi avrebbero persa molto presto. ero una border line come ancora gli specialisti non mi definivano. si chiamava creatività ma nessuno lo sapeva, si disperavano e basta. facevo l’autostop, viaggiavo di notte o di giorno purché lontana dalla scuola, purché lontana dai miei che odiavo senza una ragione. eppure quella volta lì non me lo so perdonare. nonostante siano passati decenni penso che quella violenza lì, in un cantiere abbandonato alla periferia di Bari, me la sarei potuta risparmiare se solo avessi corso più veloce di lui.

ed è ciò che penso ogni mattina, quando spingo il mio corpo a resistere al dolore che ora si fa sentire, alla fatica, alla stanchezza, al desiderio di restare a casa sui social anziché infilare la tuta e fare il mio allenamento quotidiano.

correre veloce può salvare la vita. assestare un calcio nelle palle anche.

dire di “no”, e in caso chiamare la polizia, pure.