c’è miseria e miseria

confesso che non ne posso più. ed è anche più terribile riuscire a superare gli eventi, che anche se non mi riguardano in prima persona mi fanno malissimo, quando devo risolvere misere questioni di danaro con misere persone. perché il problema sta anche qui. che non solo non siamo in trincea perché la trincea è ovunque, che non sentiamo i colpi di mortaio e non abbiamo armi per poter reagire, ma dobbiamo anche badare alla nostra esistenza quotidiana come se nulla fosse, e farci insozzare dalle miserie di chi ha la fortuna di restare in vita, dall’avidità di chi in assenza di fede, e preghiera, e forse anche di letteratura, tratta gli affari e i propri guadagni come fosse la sola cosa che importi.

allora parlo di questo. non scrivo di Nizza, dove mia sorella ha vissuto ed io amato. non ho voglia di ricordare la Promenade dove tutte le sere incontravo Nic, giovane tunisino bellissimo e infoiato che mi voleva sposare.

vi racconto un’altra guerra, quella tra poveri, senza morti ammazzati né rivendicazioni di gruppi terroristici, la cui arma è l’avidità, il pettegolezzo usato da irreprensibili occidentali di nascita cristiana, per screditare chi è in difficoltà e non abbia l’aspetto di un bancomat. persone, che si dicono artisti, perché è di questo che io vivo da 30 anni ed è questo il mio ambiente, che parlano di principi acquisiti e leggi sindacali andando contro chi, fino a ieri, poteva elargire cachet altissimi e oggi è in difficoltà, e non può  pagare l’amico artista per la serata che è andata in vacca causa pioggia.

e ci sono. esseri abietti entrati nel mondo dell’arte attraverso mezzucci, artistoidi malpensanti e sicuramente del tutto privi di talento e della capacità di entrare nella storia. gli stessi che sparlando e godendo della mia disgrazia, quella di aver sposato un cretino megalomane, anni fa mi hanno portata a non essere lucida e ad agire avventatamente pur di farli star zitti.

eppure io conoscevo il mondo dell’arte che era solidarietà, comprensione, miseria condivisa, strette di mano.

A scopare di testa dimagrisce soltanto il cervello

Qualcuno mi ha domandato come mai presto tanta attenzione alle descrizioni degli status sociali dei personaggi maschili. Perché ci avete insegnato voi a prostituirci per la sicurezza economica. Io l’ho fatto sempre e soltanto per divertirmi, non per soldi, non per la carriera. Ce lo avete insegnato voi negli ultimi anni che le donne da sole non vanno da nessuna parte. E che comunque, quella parte, sono sempre i quattrini.

Oggi non puoi prescindere dal valore economico di ognuno. Funziona così in ogni ambiente, dire che così non è equivale a prendersi in giro. Succede per i film, a Hollywood gli attori si suicidano perché nessuno finanzia più la sperimentazione. Succede per i libri,  tutti mi dicono la stessa cosa: devi conoscere qualcuno nelle redazioni e scopartelo. Succede lo stesso per un lavoro qualunque.

Allora ci accontentiamo di scopare con la testa, per posta, via DM, su whatsup. In questo vuoto di valori, in un pieno di nevrosi, insicurezze, vizi, impotenze, dipendenze -dal lavoro, dalla carriera, dai social network- ci innamoriamo di fantocci, di parole. Di maschi sposati che non vedremo mai. Padri di famiglia insoddisfatti e frustrati.

Sempre più evanescenti, gli uomini 2.0, affermati e non, ci propongono un ologramma di sé, quello migliore che hanno a disposizione, affinché, contemporaneamente a chissà quante altre, possiamo sollazzarci per un po’ al remoto pensiero di un amore dolcissimo e un po’ infantile mentre con l’altra metà del cervello, cerchiamo qualcuno da sedurre e che ci faccia lavorare.