un paio di paroline agli amici “esperti”

stanotte sono stata assediata da sogni terrificanti, ma pieni di elementi esteticamente superlativi: case su più piani dai pavimenti di legno e i soffitti affrescati, completi di terrazze con vista sul mare, dove si praticavano aborti servendosi di uncini da macellaio e ferri da calza; giovani uomini dai corpi atletici, in apparenza inoffensivi, che mi stupravano in gruppo; borghi antichi entro cui mi perdevo e dove mi derubavano picchiandomi a sangue; e poi cibo, una quantità di cibo impressionante che offrivo a un bellissimo ottantenne (credo mio padre) che però mi respingeva: rustici con ricotta forte e melanzane, o zucchine, o carciofi; bignè salati con purea di carote montata a neve (non so cosa sia ma così dicevo mentre lo servivo); pomodori verdi fritti su hamburger vegetali e pesce bianco; orata su letto di asparagi; crema di tartufo bianco su crosta di branzino; torta al cioccolato nero con pere e panna piccante (?); crema al limone in cristalli di sale aromatico (non so); e altro che non ricordo.

va be’, questo solo per dirvi che ho ripreso a lavorare sulla distopia cui manca il finale e contiene alcune criticità, e su una raccolta su parafilie e dopoguerra, al termine di 58 giorni che mi hanno vista evitare la scrittura, per la prima volta in 12 anni, causa caviglia e fisioterapia.

quindi un invito agli addetti ai lavori: agenti, editor che lamentate qui sopra la mancanza di talento e tecnica di troppi scrittori pubblicati da big dell’editoria: ho 3 lavori pronti, se volete sono qui, ma non pago nessuno. o meglio posso retribuire il giusto, come già mi è capitato, ossia ciò che io chiederei per un lavoro che potrebbe darmi soddisfazione. ma lo dico soltanto perché mi avete rotto il cazzo con i vostri status e siete anche ipocriti, giacché con i poveri di fantasia guadagnate di più: chi ha i quattrini molto spesso non ha inventiva né disperazione da offrire ai lettori, perciò fatevi avanti.

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ma quanto è bello Carlo

stanotte, saranno state le quattro, sono stata svegliata dalla mia stessa voce, bella piena, che diceva: «Carlo è ancora bellissimo». mi riferivo a Carlo Cecchi, di cui sono innamorata da sempre. non ho mai lavorato con lui,  l’unica volta che mi chiamò per una sostituzione, credo fosse uno Shakespeare, ero sposata da un anno con il tizio che,  a suo dire per il mio bene,  mi aveva convinta a lasciare il teatro.

nel sogno finisco a casa di Carlo assieme a mia madre e a un gruppo di sconosciuti. è estate, siamo in centro, Parione, lui è tornato  dalle prove avvolto in un mantello nero. è affabile, chiacchiera, ci offre da bere. casa sua è stipata di mobili Art déco. sulla sottile scrivania, sotto un bel fermacarte bronzo e smalto vedo un bigliettino che gli scrissi a Napoli (nella realtà) mentre lui girava Morte di un matematico napoletano e io gli andavo dietro fin nei bagni: piccerella, mi diceva, ma tu ami gli amori impossibili? insomma, il bigliettino d’amore è lì, conservato come una reliquia.

ridiamo di questo e lui m’invita a sedere sulle sue ginocchia. parliamo fitto fitto finché mi rendo conto che è tardi e devo tornare a casa, mia madre effettivamente è stanca. si offre di accompagnarci, come non volesse separarsi da me (sospiro sonoro). scendiamo in strada e mi dice: so che sei diventata una scrittrice, Elenuccia, e ti piace? ti riempie di gioia? io nicchio, gli confesso che mi hanno inibita, che mi hanno infilata erroneamente tra le scrittrici erotiche benché i miei romanzi parlino anche di altro e soltanto perché sono una donna. allora lui si ferma, mi prende per le spalle e mi fa: ti piace l’erotismo? ti riempie di gioia raccontare le sozzure umane? e allora fallo, fottitene, urlagliele in faccia, elencagliele una per una una le loro perversioni. io piango in silenzio e lui mi abbraccia: non dargliela vinta a questi ipocriti, l’artista deve essere libero.

un suo amico si offre di accompagnarci a casa su una decappottabile azzurra anni ’70. Roma è deserta, la linea del giorno definisce le mura delle terme di Caracalla. io sono felice e dico: «Carlo è ancora bellissimo». mi sveglio. il Man no, ha il sonno pesante.

Tra pochi giorni, per GiaZira scritture uscirà Io e il Minotauro il mio quarto romanzo.

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togliere

diversamente dal solito lo faccio con rito religioso. ma non solo, la cerimonia si tiene a piazza di Spagna. il prete è un figo con barba. ho anche le damigelle vestite di rosa, tre ex amiche che un tempo smisero di essermi amiche per farsi il mio ex marito. l’organizzazione dell’evento è a cura del Signor M., Master Esperto che chi ha letto “Justine 2.0” conosce, un uomo che pubblicando quel romanzo ho allontanato per sempre.

non ho nulla con me, né abito né scarpe. sono lì quasi per caso. non ho neppure le unghie dei piedi smaltate. non sono stata dal parrucchiere. l’abito non l’ho provato ma a guardarlo alla gruccia non sembra male.
lo sposo non lo vedo, mi dicono che è con i fonici, c’è pure la jazz band.

le ex amiche si prodigano attorno a me. tra incidenti e personale delle pulizie che ci chiede di sgomberare il camerino infilo l’abito, tra tante, trovo un paio di graziose scarpe numero trentacinque e chiuse davanti. trovo anche chi mi accompagni all’altare. un cinquantenne bello, occhiali di tartaruga, sguardo severo, troppo alto ma pazienza, non ho alternative, la marcia nuziale sta per suonare.
un nugolo di nemiche mi viene incontro: ho dimenticato di truccarmi, peggio, ho un occhio segnato dalla matita e uno no e non ho la borsina dei trucchi. lo stesso incubo di essere in quinta e non sapere in quale spettacolo mi trovo.

riesco a passarmi un filo di rossetto domandandolo a una passante. il prete nel frattempo ha alzato il prezzo per la cerimonia e io lo affronto, mi offro come merce di scambio e lui cede. miracolosamente arrivo all’altare. l’abito mi sta d’incanto seppure sembra uscito da una sartoria teatrale.
lui è lì, è “il man” vestito da sposo.
mi porge il microfono, il prete officia e io mi sveglio.

questo sogno mi dice che è venuto per me il momento di togliere.
in teatro mi hanno insegnato che è meglio mettere, creatività, idee, gesti. poi si leva con calma. così ho fatto con la scrittura, ma ho idea sia più proficuo misurare prima lo sforzo, anziché lavorare poi per mesi sull’eccedenza.

trascrivo questo paragrafo letto stanotte, tratto dal libro di Ernesto Ferrero “I migliori anni della nostra vita”, che consiglio a chiunque voglia scrivere. queste parole di Italo Calvino sono anche un ringraziamento al MIO Editor, una persona sorprendentemente sensibile che si sta interessando alla mia scrittura (Buddha sia lodato), dandomi consigli su misura: la parola è una cosa gonfia, molle, un po’ schifosa, mentre ogni tipo di comunicazione dovrebbe essere improntato a un massimo di precisione, d’economicità.

vorrei visitare la torre di Jung e magari dormirci

volare in deltaplano, fare il giro del mondo in 80 giorni, sconfiggere la fame nel mondo, non conformarmi mai, mandare in galera i disonesti, dormire in un cottage vicino alle cascate del Niagara come Marilyn nel film; vorrei immergermi per qualche ora nel mio passato e non cambiarne niente. saper sciare come James Bond. poter incontrare mio padre a abbracciarlo ancora. vorrei baciare Gary Cooper, fare da assistente alla regia ad Alfred Hitchcock e ballare con Fred Astaire. vorrei essere un gatto per quarantotto ore sui tetti di Parigi in primavera; un mandorlo fiorito in Giappone. vorrei stare qualche secondo tra le stelle senza pensare all’infinito, vorrei essere il tramonto frettoloso dell’autunno, una foglia che cade, un uccello tra i rami. vorrei incontrare De Sade ed essere contemporaneamente l’amante di Valmont. per una volta soltanto vorrei che mi ascoltaste: io morirò e l’Europa sarà ancora un tentativo fallito. qui, tutto è una presa per il culo.