semi umanizzanti

ogni volta che vi leggo mi domando dove abbiate imparato certe cose, dove si acquisisca tanta sicurezza e una cultura legislativa da far impallidire Davigo & C. nonostante i “si” affermativi senza accento, i “se stesso” invece fieramente accentati e i condizionali sbagliati. perché una buona sintassi talvolta chiarisce i pensieri.

ma guai a contraddirvi. a difendere la “straniera” che ha ucciso involontariamente si rischia con voi, nonostante si sia pentita ed è comunque in semilibertà, e porta sulle spalle un passato offensivo per qualsiasi donna, come minimo a difenderla si rischia l’etichetta di “radical chic”, unico insulto che vi sembra calzante nonostante sia passato di moda, e che indica il comunista colto e col maglione di cachemire che parla parla dei diritti altrui ma se ne sta con il culo al caldo. ed è vero. come è vero che  la lotta di classe esiste ancora. tra chi ha il soldo e chi no. tra chi ha accesso ai privilegi e chi no.

ma così, per vostra informazione, vorrei avvertirvi che la cultura ormai è a portata di mouse, ed è così diffusa che nessuno se ne occupa più, e che magari, se non potete trovare in voi un po’ di umanità potreste almeno leggere un articolo da cima a fondo e cercare di capire, prima di domandare la forca.

invece no. siete in grado di fare da soli e decidere chi deve morire e chi no. nonostante il diploma in ragioneria preso grazie ai calci in culo dello zio o del parente più prossimo amico del Preside e il posto in Regione ottenuto a forza di favori, guai ad affermare che ci sono competenze che non toccano a voi, o leggi che non sono scritte da nessuna parte, o pene, come quella di morte che voi invocate, che in Italia, grazie al cielo non esistono.

voi siete quelli che “la droga uccide sempre”, ma che al sabato vi sfondate di alcol e vi mettete alla guida col bimbo a bordo, e che magari, un par de ceffoni alla Signora scappano sempre.
mi domando, a proposito di droghe, se oltre i semi femminilizzanti usati per la cannabis non si possano produrre semi umanizzanti per voi, o intelligentizzanti, che vi aiutino a pensare, anche.

fotografie

Lara dice che è soltanto così che si diverte. e ridendo aggiunge che lo fanno tutte. anche le sue amiche. che ha perso la maggior parte dei suoi scatti in un bug di sistema perché talvolta il digitale è una iattura, ma che poi si è rifatta con altro materiale. ha pagato un fotografo per farsi fare un servizio, suo marito gliel’ha regalato volentieri, ma quelle foto non sono le più belle. non così spontanee, vere, come la gente la vuole.
e chi sarebbe la gente? domando io.
Lara fa boccuccia e si rifugia dietro un cornetto alla crema.

l’ho voluta incontrare a Roma centro per parlare un po’ di questa storia dei ricatti e delle marchette, insomma volevo una storia un po’ pepata ma lei non ne sa niente. anzi scuote la testa sorpresa.
in realtà Lara è un nome di fantasia.
mi dice che non c’è niente di strano e che a lei piace così, che le piace esibirsi, insomma, farsi guardare. e che lo fa da anni.
le domando se anche per suo marito è così.
mi risponde annuendo rapidamente come se qualcuno potesse vederla. dice che comunque dopo un po’ l’amore finisce e allora devi fare qualcosa per forza se non vuoi trovarti sola.
le dico che non è l’amore che finisce, ma lei non capisce la differenza.

afferma che per lei maschio o femmina fa lo stesso. che infatti le piace tanto inviarmi quelle foto, e l’idea che magari le faccia vedere a mio marito la fa andare in estasi.
non dice “estasi”.
usa le parole che deve: bagnarsi, eccitarsi, schizzare.
Lara ha un vocabolario che sta tutto in una mano, nel suo Smartphone.
ha un forte accento abruzzese, suo marito invece è di Prati e fa il tecnico, di cosa non sa dirmelo.

ci lasciamo con un bacio frettoloso.
in definitiva non le piace incontrare le persone fuori dai social. il divertimento sta tutto nell’immaginare, dice sentendosi liberata, senza volersi giustificare.
come se dai tempi della prima rivoluzione industriale a oggi non fosse cambiato nulla, soltanto il mezzo con cui garantirsi una certa promiscuità.

l’affermazione di sé

un amico molto giovane mi dice che lui non è pessimista ma preoccupato sì, rispetto ai #social e dipendenza, #social e perdita dei valori, #social e analfabetismo.
mi confessa che vede amiche trentenni esibirsi nude si Instagram e poi, dopo nemmeno un anno, con il figlio appena nato. e che lo fanno con la stessa identica naturalezza, la stessa espressione, come se la propria nudità e il proprio bebè servissero alla stessa cosa, ossia ad affermare se stesse, a creare un prolungamento del proprio ego.

vado in cerca del bollitore con “il man” e mi ritrovo in un maledetto ipermercato pieno di donne con il culo basso che si esibiscono in jeans scintillanti e maglie alla vita come se nulla fosse, come mancasse loro la capacità di distinguere l’armonia dalla sua mancanza. e anche i loro “man” sembrano felici, dei loro culi bassi e di tutto quel trucco che hanno sugli occhi e che le fa sembrare vere soubrette televisive.
siamo in un ipermercato, non al provino di XFactor.

anche il bagno è affollato di donne. anzi direi che ogni bagno del pianeta è affollato di donne, ed è perciò che io mi arrischio sempre in quello dei maschi, pazienza se poi me li ritrovo in piedi con il loro affare in mano. sempre meglio che stare in attesa, nauseata dall’odore acidulo del nostro mestruo, a parlare di quanto sia scomodo doversi tingere i capelli ogni mese o di quali assorbenti siano più convenienti.
tanto la sorellanza è questione di cui soltanto gli zoologi possono occuparsi. io ho gettato le armi da un po’.
invece mi ritrovo sola tra una folla di ragazze e signore, stanno tutte con gli occhi sul cellulare, ridono tra se stesse e il display, cui riservano ogni ben di dio di amore.

se saltassi la fila precipitandomi nel primo bagno libero nessuna se ne accorgerebbe. faccio un esperimento, al massimo mi riprenderanno, mal che vada mi diranno che sono una maleducata.
vado.
nessuna fiata.
qualcuna lo scriverà su #Twitter: tutte educate col culo delle altre.

il fiume Amore

oggi ragiono un po’ tra me e Romain Gary, che nel suo strano romanzo “Il mio caro pitone” (Neri Pozza), sicuramente da leggere e in francese, per via dei giochi di parole che in italiano non rendono convincentemente, sebbene abbia una traduzione professionale (ma la lingua madre è la lingua madre si sa), racconta tra l’altro del fiume Amore, un fiume russo di cui non ho verificato l’esistenza preferendo credere in Gary, che è uomo maschio e scrittore suicida, e che dirà certamente il vero seppure inventandolo di sana pianta.
il fiume Amore, quindi, il cui cammino ognuno di noi dovrebbe deviare perché possa nutrire la vita di tutti, anche dei più soli, però non si trova più. forse, la presa di corrente cui ci siamo attaccati per ricevere “amore”, come previsto sempre da quel genio gollista del mio scrittore preferito, ci ha fatto dimenticare che c’è gente che al contrario di noi non ha corrente elettrica e chi vive accampata ai confini con l’Europa e di cui l’Europa non sa bene che fare.

è veramente incredibile, amici miei, la tristezza che mi prende il cuore quando qui sui #social, al posto delle notizie sui rifugiati di guerra, perché non si chiamano nemmeno migranti i disgraziati che fuggono lasciandosi dietro macerie, leggo hashtag come #gioire, come #amare. anni fa non era così. giravano soltanto articoli importanti, si litigava e si discuteva e si bannava anche ma per ragioni serie.

mi domando se sia per via dell’analfabetismo di ritorno (o anche funzionale), quello di cui leggevo ieri e che dice chiaramente che il nuovo analfabeta sa leggere e purtroppo anche scrivere ma 1) non comprende il senso del testo, 2) non costruisce analisi articolate, e 3) paragona il mondo alle sue esperienze dirette. e quindi sarà per questo terzo punto, perché non riusciamo a vedere oltre il nostro naso, o l’ombelico pieciato su pancia piatta, perché stiamo tutti al calduccio che in tanti non riusciamo proprio a non vedere la guerra, a sentirne l’odore acre, a connetterci a loro, a vederci nei loro panni, noi occidentali rammolliti alle prese con la fame.
è perché ci accontentiamo del consueto “buongiorno mondo”?, che non riusciamo a interessarci ad altro che a noi stessi nonostante la guerra sia ovunque?
o perché il fiume Amore si è prosciugato?
o non è mai esistito?

#calzinispaiati

ieri, dopo aver affermato che la rivoluzione non si fa su twitter, un profilo femminile e purtroppo giovane, con falce e martello in bella mostra sul profilo, è venuto ad aggredirmi.
gneregnégnégné, è stato il suono insopportabile del suo tweet a difesa del social dall’uccellino azzurro.
bella mia, certe affermazioni non posso spiegarle. è la storia a farlo, sono i libri, l’esperienza, il sentito dire da chi ha lottato in Piazza veramente.

SUI SOCIAL NON SI FA LA RIVOLUZIONE.
sui social non si forma nemmeno il consenso, o il dissenso. perché i social son fatti dalla gente, e più sono popolari, come twitter è diventato negli ultimi due anni, più prevale il cattivo gusto e il menefreghismo. per non parlare dell’invidia e dell’aggressività.
al popolo basta una sanatoria di #Equitalia per fare festa. un po’ di pettegolezzo e dell’ironia, va bene anche quella usata su facebook.

prova ne è che stamattina i top tweet siano degni di un asilo nido.
in modo che possiate scrivere le vostre imbecillità su #calzinispaiati e su #Ulisse, unico argomento culturale di cui forse avete memoria scolastica, senza sforzarvi troppo. dando, certo, un sguardo a wikipedia.
siete così impegnati a veder crescere il numero dei vostri retweet, che nemmeno vi siete accorti che un ragazzo, Giulio Regeni, è morto.

ma poco importa, stasera è venerdì e vi esibirete nella tontoneria felice dell’impiegato alticcio, e lunedì riprenderete a lamentarvi per il lavoro.