oltre l’irreprensibilità

forse saranno le serie TV a educarci che non è necessario dimostrare nulla né essere irreprensibili, oltre tutto il resto: brave madri, mogli, professioniste, amanti.

quindi trovo ci rendano giustizia certi personaggi femminili. per esempio Hellen Solloway, la moglie tradita in The Affair e Wendy  Byrde, la moglie infedele del sanguinoso Ozark. perché se finora siamo state ritenute non all’altezza, e quando interrogate ci siamo sentite in dovere di mostrarci mille volte più preparate di quanto richiesto, certamente molto più dei colleghi uomini, oggi abbiamo finalmente capito che a nulla serve, perché in definitiva restiamo quelle che non sanno fare manovra e che hanno il mestruo.

questo mi piace di Hellen e Wendy, questo le rende moderne e vitali: la loro capacità di cedere a vizi e debolezze, di manifestare i propri picchi ormonali come un vezzo, di abdicare alla perfezione richiesta ma per lo più disprezzata, di non essere soltanto quelle con la testa sul collo o viceversa le bisognose dell’uomo forte, ma donne in grado di districarsi dai problemi, farne uscire anche la famiglia e in più sapersi concedere una nottata di sesso sfrenato con uno sconosciuto e di sbronze senza sensi di colpa.

siamo state irreprensibili per secoli nel tentativo di risultare anche capaci. ma finalmente abbiamo capito che il primo passo da fare è restare dove siamo.

qui Pioggia Dorata

qui Conversazioni sentimentali in Metropolitana

 

il bello di Dallas

Unbelievable, Broadchurch, Crime, Dr Foster, Black Mirror, Nell’erba alta, Mind Hunter, The Iland, The politician…

metti una sera a cena cinque amici che cerchino argomenti in comune. metti che le famiglie (quelle diverse dalla mia) abbiano in casa almeno 2 televisori, se dotate di figli anche 3, mettendoci l’apparecchio piccolino in cucina per tata, nonna e badante e son quattro. ecco, adesso, se non lo avete mai fatto, sfogliate la guida Netflix e sommate a queste serie TV quelle Sky. ecco un altro elemento che alimenta la nostra quotidiana alienazione.

a un tavolo di cinque persone sarà complicato trovare una serie che tutti abbiano seguito, che ricordino, un argomento comune. la conversazione standard tra persone anche intelligenti e colte non troverà terreno fertile; l’elencazione delle serie televisive viste da parte del singolo commensale, dei pregi e dei difetti di ognuna, non sarà seguita da analisi e conclusioni, dal confronto fertile delle opinioni contrastanti.  titoli randagi resteranno nella memoria del passeggero televisivo, come figli bastardi da riconoscere un giorno, forse.

io che sono nata e vissuta tra enciclopedie e biblioteche ricordo un tempo di brutti sceneggiati di cui parlare tutti assieme per giorni e settimane; di nomi dei protagonisti da dare ai figli, di sigle cantate durante i giochi. l’iperproduzione editoriale, che si tratti di romanzi o serie televisive o film  non cambia assolutamente nulla, sta arricchendo soltanto l’industria, la nostra crescita, che deriva dal confronto e dalla discussione, è inevitabilmente compromessa. 

dramma d’amore

ieri sera ho visto questo film del 1964 per la regia del nonno di Calenda, Luigi Comencini, appunto, Dramma d’amore. uno di questi Industrial drama che circolavano all’epoca, in definitiva il pubblico era anche quello operaio, i cinema dovevano far cassa pur fingendo d’interessarsi al proletariato. la pellicola, sui Classici Sky, racconta la difficoltà degli operai meridionali a integrarsi al nord: altra lingua, altre usanze, altri modo. e ce lo dice direttamente Stefania Sandrelli, un po’ eroina che si fa picchiare dal fratello pur di mostrare un carattere autonomo, e un po’ “slave”, perché “delle botte di un fratello ci si vergogna, ma quelle del tuo uomo danno soddisfazione”, giustificando il proprio occhio nero.

io me le ricordo le botte dei fratelli maggiori: non quelle che ho avuto io, ho una sorella e mio padre non mi ha mai colpita se non direttamente al cuore prima di morire giovanissimo. del ’74 ricordo anche gli stivaletti con i lacci e le calze color carne sotto le minigonne. ricordo  le calze di cotone che diventavano dure al primo lavaggio e al terzo così molli che restavano alle caviglie, e i fratelli maggiori che facevano le veci del padre così da esercitare il loro piccolo potere di brufolosi sulla sorellina ribelle.

in quanto a integrazione, chiedetelo al Sindaco di Riace se qualcosa è cambiato da allora. in definitiva dal ’74, l’italiano medio, che è sempre quello che credeva nel Lanital del Duce e che ha beatificato Montanelli, ha soltanto cambiato oggetto del proprio odio. per esempio, il suo senso di superiorità nei confronti della donna è rimasto uguale uguale ad allora, come svela la battuta fatta da un operaio e cioè che “le donne di oggi mica sbagli a chiamarle troie”.

qui Pioggia Dorata (il libro che vi toglie ogni prurito) GiaZira Scruttire

qui Conversazioni sentimentali in Metropolitana, Castelvecchi editore

Qui, in anteprima in ebook il 2 novembre un mio racconto dell’orrore.

sono tornati i 4 Chef

ormai lo sanno tutti. quando la commercialista del Man, una settimana fa, mi ha estorto la confessione, ha poi dichiarato muovendo le mani davanti al viso: «no, no no… io non sarei mai in grado di scrivere». non le ho domandato perché dovrebbe farlo, ma è chiaro che molte sue amiche sono ormai nel vortice.
dal parrucchiere, ieri l’altro, la ragazza con la spazzola in mano ha fatto le tre dichiarazioni dell’esordiente:
– leggo moltissimo (salvo poi non capire cosa)
– scrivo perché mi scarica (tira la catena)
– per riuscire però bisogna fare il botto (di Capodanno).

che pena quelli che pensano al “botto editoriale” ma poi digitano sui social che è importante il viaggio e non la meta. quelli che parlano di spontaneità ma pensano soltanto al guadagno. e li sentivo, ieri, in TV, mormorare sciocchezze sul “cambiare vita“, “lasciare il lavoro“, “diventare altro“; perché la realizzazione passa attraverso la celebrità e cazzi non ce ne sono; e questa mania di cambiare pelle a ogni costo, e che ha preso alle viscere anche il sottoproletariato, salvo poi lottare strenuamente sui social per l’uso a cazzo dei congiuntivi, ha del patologico.
sì, lo so, l’uso del termine “sottoproletariato” vi ha offeso più che vedere i 4 giudici stellati perculare il ragazzo siciliano con evidenti problemi di comprensione del reale. perché la categoria in sé imprigiona, la realtà imprigiona, e si preferisce sognare anziché guardare com’è fuori dai nostri sogni irrealizzabili: un gruppo di privilegiati di merda (cuochi, scrittori, politici) che pisciano in testa a tutti noi.

guardando Masterchef ieri sera ho pensato che per loro deve essere all’incirca lo stesso che per noi: 4 cuochi che fan successo in TV e riempiono ristoranti, e una follia di cuochi esordienti che gli stanno dietro per fargli la pelle. con la differenza che un pranzo tre stelle lo paghi un occhio della testa e che arrivare ai fornelli non è facile come aprire un file di word.

ma siamo lì, attaccati a un sogno che ci fa sopravvivere e ci uccide. e questa idea della lotta per il podio si è già impadronita di noi spettatori e dei concorrenti perfetti: la timida bellina, il padre di famiglia giovanissimo e operaio, la pensionata che fa battute, il caso patologico, il settantenne galante: per il nostro divertimento e non per il loro successo, perché anche le cucine, a un certo punto, chiudono e tutte le mode passano.

Carlo Cracco, l’uomo monoespressivo

come ogni anno i concorrenti hanno solo nomi propri, si sa, sono Anna, Guglielmo, Luca, Lucia… nella cucina di Hell’s, come in tutti i Talent Show, la notorietà è consentita giusto per quel tempo lì, circoscritta al programma e al contratto, poi ripiomberai nell’anonimato e nonostante la commozione della vittoria. Carlo Cracco non delude, credo sia l’unico essere umano ad avere una sola tonalità di voce e una sola espressione del viso, e la cadenza sempre identica nonostante sia infuriato.

le donne non fanno gruppo e lo sanno dal principio. forse, penso, non facciamo gruppo perché questa è la regola imposta dal maschio, perché è così ci dicono da sempre e non è nemmeno più una questione di zoologia ma di autoconvinzione, ossia che per natura stiamo una contro l’altra, e quindi poi ci riesce bene passare per confusionarie indecise e vergognosamente passive. è una regola. così come è una regola che “le donne son come le pentole e non si lasciano mai”. grazie per questa perla, Chef.

lo dico qui e ora, io faccio il tifo per Guglielmo. per la sua esistenza che immagino fricchettona, nella quiete del paesello dove dopo tante battaglie si è rifugiato, in un appartamentino nel centro storico, su in alto, dove soltanto l’amata figlia, di cui è amico più che padre, potrà raggiungerlo.
non mancano anche quest’anno gli emotivi. due per la verità, e maschi.
tra le femmine c’è il personaggio, la sciabolatrice partenopea cui sfugge sempre di guardare in camera.

Flavia è una gran bella Miss.
le donne sono chiamate a scegliere l’immune, e quella che farà loro da timoniere per il primo servizio di Hell’s Kitchen, ovviamente e senza offesa, è la più maschio tra tutte. ed è la debacle. la squadra rossa non chiude il servizio. umiliazione nel silenzio raggelante delle cucine.
battuta di qualcuno della squadra maschile, sfumata sul finale però, udibile ad alcuno fuorché a una rompiballe come me: le femmine  a casa.

si versa qualche lacrima per gli esclusi. ma è lo stesso che quando si sta in fila sul raccordo anulare e si contano le macchie di sangue sull’asfalto, la gioia disumana e colpevole di sentirsi vivi davanti alla morte degli altri.