crisi

i Maestri che si alternavano in Accademia ripetevano che nessun metodo è quello giusto ma tutti sono utili.
noi ventenni venuti a Roma si cercava qualcuno che potesse insegnarci la formula magica della perfetta interpretazione, e invece ci trovavamo davanti a professionisti carismatici che sorridevano alle nostre domande ingenue, si commuovevano al nostro entusiasmo e ci sottraevano sadicamente qualunque certezza.

ogni volta che arrivava un nuovo insegnante ricominciavamo daccapo. e la voce non doveva partire più dalla pancia ma dalla testa, e l’interpretazione migliore era quella pacata e realistica piuttosto che marcata e colorita di espressioni.
è perciò che per me l’espressione artistica non può essere frutto di semplice intuizione né dell’intuizione del semplice. perché il metodo va conosciuto per essere superato, perché la sperimentazione vuole conoscenza e molto tempo a disposizione. perché Modigliani non dipingeva nei ritagli di tempo.

la crisi di metodo è finalmente arrivata anche con la scrittura. ed io la trovo di buon auspicio come la febbre alta una volta l’anno per i medici cinesi, perché per me continua a essere più importante il percorso che la meta, checché ne pensino gli arrivisti ottusi, quelli che scrivono un solo romanzo con la speranza di fare il botto e anche un film.
l’espressione artistica costa fatica e vuole ambizione, il sogno di superare te stesso che non coincide quasi mai con l’aderire al gusto degli altri.

scuole d’arte

io per esempio frequentai la Silvio d’Amico, almeno allora l’Accademia nazionale di teatro tra le più esclusive in Europa. era l’unico modo che mi avrebbe consentito di andare via da Bari. mio padre fu chiarissimo, o la Silvio d’Amico, scalata difficilissima e impresa da Titani essere ammessa tra i quindici della classe di recitazione, oppure scegliere una facoltà che potesse soddisfare il mio desiderio di stare sul palcoscenico, lì in Puglia però, amata terra dove non volevo rimanere.

ma allora era diverso. il teatro si faceva anche sul palco, non c’era tutto questo social ad accontentare l’ego. c’erano secoli di tradizione da conoscere, la ritualità, le scaramanzie.
ebbi la fortuna di lavorare con attori diversissimi tra loro e diversi da me, e che più che alimentare le mie certezze informi post adolescenziali, me le distrussero. e nemmeno troppo delicatamente. facile per una con il mio faccino immedesimarsi in Mirandolina, Colombina, Zerlina. complicato entrare in un ruolo tragico. ed era ciò che invece dovevo imparare a fare.

soltanto attraverso la conoscenza di ciò che non ci piace e la pratica di ciò che è distante da noi, possiamo ascoltare tutte le voci che la nostra anima non ha mai emesso. ed è questo che le scuole d’arte dovrebbero insegnare, non a valorizzare pigramente ciò che il nostro talento già esprime, a esaltare ciò che il mercato richiede, per quello ci sono gli Agenti, quelli sono compromessi cui dovranno scendere (forse) dopo il diploma. le scuole d’arte dovrebbero essere l’inizio della ricerca, non la fine.

voi Morandi io Ciprì

perché anche se ho l’influenza ho lavorato lo stesso. dalle dieci del mattino alle ventuno e quaranta non mi sono mai alzata dalla mia postazione di lavoro se non per ovvie pause tecniche. perché sull’impaginato i refusi si vedono tutti, le inesattezze, quelle cose che proprio suonano male e le senti stonare all’improvviso, come un canto che si leva dal monitor e che dice: “correggimi”. perché il lavoro più importante è badare ai particolari e a questioni tecniche come le interlinee e il tipo di carattere, elementi che poi non correggi più e che costituiscono la leggibilità di un testo. sperando che gli amici non si limitino a selfie con libro, il che è un’utopia.

così alla fine son capitata su un film delizioso stranamente trasmesso da Sky, La buca, con la regia di Daniele Ciprì, prodotto e scritto, tra gli altri, da Alessandra Acciai, un anno avanti a me alla Silvio d’Amico. è quando vedo film come questi, grande scenografia, musica gershwiniana a firma di Pino Donaggio, storia esile e funzionale, dialoghi e nessun effetto speciale, mi sento fiera di essere italiana. mi piacciano le produzioni che danno lavoro a un sacco di persone, a scenografi, costumisti, macchinisti, casting. Castellitto poi è un fenomeno come caratterista, un mago della controscena, un dispensatore di buongusto recitativo. Rocco Papaleo è umano e misurato. perfino la Bruni Tedeschi è giusta. nessuna parlata romanesca, nessun doppiaggio in doppiaggese, nesssua fichetta con patata in bocca.

insomma lo consiglio di cuore.

sipario su Ronconi

pensavo di scrivere un post sui 4 “piuttosto che” comparativi ragliati da Saviano ieri sera durante il solito marchettone da Fazio, ma son già stata distrutta dalla visione del filmetto tratto dal romanzetto di Pennac “Il paradiso degli orchi” e non ce la faccio a incazzarmi ancora.
è domenica, giorno di letizia, ho da preparare il brodetto e correre, rassettare casa e leggere.

e devo riflettere, riflettere sulla lontananza di un mondo che anch’io per non impazzire dovrò per forza dimenticare, quello del rigore, della tecnica, della tradizione, del rispetto che in teatro ho imparato ad avere verso i Maestri e per chiunque avesse qualche anno più di me ed esperienze più importanti.
il rispetto, il sacro timore di non essere all’altezza in un mestiere come quello dell’attore dove non contavano tette, culo o amicizie ma presenza scenica, voce, e talento.
il rispetto che mi portava a tacere pur pensando di avere ragione.
il rispetto che mi faceva tenere il becco chiuso, al contrario delle oche bercianti che sia aggirano oggi in TV.

anche Luca Ronconi ci ha lasciati.
ora a decine potranno raccontare di aver lavorato con lui, come succede con ogni personaggio che, al contrario di tanti e di me, lascerà un segno nella storia della nostra maltrattata arte.
io però lo conobbi sul serio.
molto prima di decidere cosa fare nella vita.
prima di sapere cosa fosse la vita stessa.

Mia zia recitava nell’Orlando Furioso che vidi a Matera, avevo sì e no cinque anni. Fu perciò che decisi di fare l’attrice anziché scrivere, come andavo dicendo sin da prima di imparare a fare le stanghette, quando vidi gli attori muoversi nella magia del tramonto, le loro maschere mostruose portare scompiglio nel mio animo bambino.
a causa di quel magico imprinting son cresciuta con il mito del teatro sperimentale, intellettuale, politico. del teatro che cambia la vita, così come la cambiò a me quel giorno tra i sassi.

dico la verità, da giovane attrice accademica le sue “ronconiadi” mi annoiavano a morte. ma avevo vent’anni, frequentavo la Silvio d’Amico e mi sentivo importante, non ce la facevo a stare ferma sulla poltrona per più di quattro ore, però le vedevo tutte, le sue performance erano come amare medicine di cui però conoscevo l’effetto benefico.
quando “la Ninni”, la sua segretaria, mi telefonò ero a Torino con “La trasfigurazione di Benno il ciccione” e caddi letteralmente dalla sedia. in realtà non le credetti, pensai a uno scherzo. le chiusi il telefono in faccia poi, nel dubbio, mi procurai il suo numero e richiamai. il Maestro mi aveva vista, gli ero piaciuta e voleva sentirmi su parte.
feci ben tre prove precedute da un lungo incontro in un caffè torinese. voleva sapere di me, guardarmi con attenzione, cercare l’anima del personaggio dentro di me.
nessuna legge di marketing ma soltanto ricerca del senso profondo di una scelta piuttosto che di un’altra.

Luca Ronconi lascia un vuoto culturale, un cratere di non senso.