memoria

e se non restasse traccia di noi? sarebbe la punizione più appropriata per una umanità che tiene principalmente alla propria sorte individuale e, forse, a quella dei propri cari. milioni di selfie svaniranno, il digitale non ha una durata certa. e chissà gli e-book. e la musica.

la memoria è legata a un’esperienza. un’esperienza è tattile, è visiva, tridimensionale, olfattiva, uditiva. a lungo andare delle persone ricordiamo l’odore o la voce, le espressioni ricorrenti più che i concetti espressi. dopo appena sei mesi la mia memoria ha cancellato la metà degli account che pure erano presenti nella mia esistenza digitale.

quando facevo teatro imparavo il testo a memoria grazie alla logica dei movimenti che scaturivano dalla parola, che a essa erano legati, dall’esperienza di andare da un punto A a un punto B del palcoscenico, di alzare un braccio o di voltare la testa. se ripetevo il testo anche mille volte stando ferma, non ne ricordavo che il trenta per cento. quando scrivo un racconto su carta devo prima elaborarlo nella mente con attenzione, ripassarlo attraverso lo scanner della memoria, imprimerlo sul foglio attraverso il gesto della mano e l’esperienza tattile della porosità della carta, del suo odore.

quale esperienza può darci una parola di conforto digitata rispetto a una carezza? quanto c’è in un gesto che milioni di parole non potranno restituirci? eppure c’è ancora chi sostiene che le due esperienze, analogica e digitale, si equivalgano.

il miracolo

mi spezzo, mi scoloro, mi azzero, decido d’inabissarmi nel grigio anonimo di un pomeriggio autunnale di un brutto quadro gettato nell’angolo di una bottega di rigattiere pur di non essere nessuno. non necessaria, indispensabile, non presenza. ciò che ho fatto lo dimentico, ciò che so e che ho conosciuto non ha più importanza, non ha senso nel circo del selfismo selvaggio, dei culi in mostra, della gara giornaliera dell’apparire dell’apparenza.

non vedo bellezza che nella segretaria dell’ufficio comunale. è lei l’eroina vera dell’oggi eccezionale, lei che lavora anche a Ferragosto nel disperato tentativo di farmi ottenere il nullaosta alle nozze, che veste anonima, che non si mostra, che appoggia con accuratezza gli occhiali dalle lenti spesse sul tavolo dell’ufficio deserto, che invia fax e attende pazientemente risposta, che si accontenta di conservare i propri sogni in un cassetto troppo piccolo per contenerli. la fama non è tutto. il successo per l’ottenimento del mio nullaosta sì.

e mentre state tutti voltati di là, attratti dai giochi di luce che abbagliano, io mi godo la realtà di un nodo alla cravatta fatto male, di una scarpa slacciata, del pantalone liso del vecchio senza nome che conosce il santo del giorno, il volto che avrà la sua stessa morte e con quale scusa busserà alla sua porta.

balene spiaggiate

non volete il razzismo estetico, sì, mi pare giusto, ma almeno guardatevi nello specchio e giudicate voi stesse prima di selfarvi e costringere amici e parenti all’ipocrisia.
il fatto è che non si può, in nome della pseudo uguaglianza propagandata dai social, eliminare anche la superiorità del bello, dopo quella della cultura.
non potete in nome del populismo che negli ultimi anni ha placato l’animo dei disperati, proporci corpi inguardabili e pretendere anche il plauso.

qualche giorno fa, sul lago, una coppietta di adolescenti ha passato l’intera mattinata col telefonino in mano mostrandosi in pose da playboy. lei magrolina, bellina, normalina. lui idem. entrambi fieri per quelle cattive imitazioni di sé proposte immediatamente al loro pubblico.
tendete a cosa?
dove volete arrivare?
non sarebbe più proficuo cercare in voi caratteristiche vincenti e originali anziché concentrarvi per diventare ciò che non sarete mai e soltanto perché pensate sul serio che “volere è potere”?
cercare un posto adatto a indole e caratteristiche, anziché provare a tutti i costi a essere ciò che non vi si confà?

c’era una volta la ricerca di sé che adesso non c’è più.
ci sarà mai un risveglio da questa ubriacatura generale? potremo tornare mai a guardare e giudicare con obiettività il mondo e noi stessi?

il museo dell’horror vacui

forse sono cresciuta abbastanza per non illudermi più che la gente la pensi come me, che sia in buonafede, che mantenga le promesse, che faccia ciò che dice, dica ciò che fa. che paghi i debiti. che promuova ciò che vale per se stesso e non per gli altri. che legga i libri che compra e afferma di aver letto.

però continuo a innamorarmi.
dura di meno e ciò m’intristisce. dura quanto un video breve su youporn e un paio di e-mail.
dura il tempo di capire che l’oggetto dei miei desideri è uguale agli altri, alla ricerca di una sveltina o un paio di foto osé.
di una mano, insomma.
so di uno che le colleziona tutte le foto che gli arrivano.
un giorno ne farà un museo.
il museo dell’horror vacui che s’intravede nello sguardo di chi posa davanti a se stesso e a uno specchio, compiacendosi della propria diversità ma uguale a chiunque.

come sto

riuscite a immaginare come si vive senza gli occhi di tremila sconosciuti puntati addosso?, o di tremila sconosciuti che non hanno niente di meglio da fare che scorrere la home del proprio social e dare giudizi sul prossimo?, positivi o negativi che siano poco importa?

scrivi così, fai così, parla colì, dormi così, mangia pomì, scopa con mì…

in questi ultimi giorni mi hanno scritto così tanti amici che se vi va e mi condividete magari facciamo prima.
no so quando né se tornerò.
veramente, non lo so.
ho finito il quinto romanzo ma ho già per le mani il sesto.
non ho tempo, e non ho voglia di perdere quello che ho a convincervi che valgo qualcosa.
lontana dai social non ho più nemmeno l’ossessione di essere pubblicata né la frustrazione che nessuno lo faccia.

credo di voler esibirmi soltanto per chi paga il biglietto, come ho sempre fatto a teatro dove non ho mai recitato gratis.
non mi va più di stare in strada e di mostrarmi gratuitamente, c’è troppa gentaglia, folla chiassosa, pessimi guitti che mi tolgono lo spazio.
certo non avrei conosciuto nemmeno certe meraviglie di cui ora ho il numero di telefono e l’amicizia. vero.
ma vince l’orrore, almeno in questa fase della mia esistenza vince il disgusto per la condivisione.

siamo in troppi.
preferisco essere una pazza che urla in piazza.

come sempre questa è la mia email bibolotty@gmail.com, volendo possiamo sentirci.