selfie d’agosto

ieri ho scrollato la Time line di twitter. il profilo domenicale di una donna  in bikini leopardato davanti allo specchio, esibizione di granitica solitudine, di amaro abbandono di ogni specificità intellettuale a favore della sborra, mi ha fatto pensare.

è possibile non  si riesca a rinunciare alla funzione sociale imposta che ci vede come strumento di piacere? è giusto vivere l’esistenza con la sensazione di essere utili soltanto a quello? o crediamo che la donna in bikini davanti allo specchio stesse ripassando la Critica della ragion pura?

non credo che la libertà stia nel mostrare al mondo le proprie beltà in protesi  (culo, naso, labbra), quanto nel provare a noi stesse di poter fare a meno degli inutili occhi social, di poter stare a braccetto con la solitudine, di non dovere dimostrare un cazzo alla vita, che in definitiva è un dono e non un invito alla guerra. vecchiaia compresa, quando, da gran figa quale sei stata e sei, puoi finalmente deporre il bikini leopardato.

qui Pioggia Dorata (tanto per rinfrescare le idee)

qui l’ultimo mio romanzo Castelvecchi

 

il momento del selfie

non vado mai alle feste. la gente, chi mi conosce lo sa, preferisco guardarla da lontano. e poi ho un mucchio di ragioni serie per restarmene a casa, tipo terminare la mia trilogia noir, o che dopo anni di case di lusso a Monti, a Roma, in uno dei rioni più belli del centro, ho deciso di vivere in paese, complice anche il  fallimento imprenditoriale che mi colpì nel 2007, ed è quindi complicato schiodarmi da questa quiete per gettarmi nella mischia, perché sono allergica alle conversazioni formali e alle risate forzate, per non soffermarmi troppo su quanto sia doloroso per un’alcolista sobria aggirarsi per un tavolo pieno zeppo di bottiglie e di persone che amabilmente mi offrono il bicchiere ghiacciato.

comunque alla fine ci vado ed è quasi sempre una bella cosa. in certi ambienti, per esempio, posso misurare con precisione lo stato di salute, pessimo, della sinistra italiana, conoscere le tresche sentimentali del 70% dei gruppi Facebook di cui in salone alcuni validi rappresentanti, toccare il livello di lassismo generale, o sapere con esattezza quali e quanti romanzi saranno stampati da tizio Editore il prossimo inverno.

ma il leitmotiv, che le terrazze siano di destra o di sinistra, è sempre lo stesso: mani armate di cellulari sempre più sottili e sempre meno discreti e polpastrelli pronti a postare miei orribili ritratti sui social. ed è così che, liberatisi dall’imbarazzo delle prime conversazioni  e dall’incombenza della cena, complici anche quei cinque bicchieri di rosso, arriva il momento clou della serata, la testimonianza, l’unica, che noi viviamo e, soprattutto, siamo felici.

così, dopo una sessantina di scatti che testimoniano il buono stato di salute del gruppo e la sua capacità d’incidere sul reale nonostante non si conti più niente, possiamo anche andare a casa.

mentre gioca a Pokemon Go la sorprende a letto con l’amico

no, vabbeh, vi ho fatto uno scherzo, stando alle boiate che scrivono i giornaletti di gossip vi piacciono tanto certe notizie di corna e botte per corna. ma insomma questo gioco è carinissimo, altroché sesso. non l’ho scaricato né lo farò mai, mi sembra di avere già molte perdite di tempo, ma lo dico subito per fugare ogni dubbio, in modo che chi commenta non debba ravvisare in me alcuna frustrazione e quindi rispondermi con trattati di psicanalisi sul sesso compulsivo: trovo bellissima questa follia collettiva dei Pokemong Go, mi piace, è fantastico che si scenda in strada e si giochi assieme. si potrebbe perfino trovare fidanzato tra una battuta di caccia e l’altra, mentre uno allena il Pokemon e l’altro cerca distributori di sostanze dopanti.

non scherzo, giuro. l’Ego dei social dimenticato per un po’ in nome della gara estiva, i selfie con boccuccia sostituiti dai punti ottenuti, il bisogno di apparire intelligenti a ogni costo, soppiantato dalla concreta abilità di catturare i mostrini giapponesi tra i topi di fogna che giocano nelle fontane e carte di gelato abbandonate dai turisti. sicuramente questa gara puerile, ma più genuina che stare davanti al monitor in cerca di follower o sesso gratis, distrarrà per un po’ la Massa dal sogno di scrivere bestseller e diventare popolari.

ma la notizia del gruppo di giocatori che ha sventato un furto d’auto, mi fa però pensare alla sindaca Appendino e all’orrenda idea di fottere il circuito dello spaccio di droga a Torino facendo far fare da delatori i cittadini. e allora è in me subito Apocalisse, subito Blade Runner, è immediatamente tirannia: orde di spie per le strade, innocenti gruppi di ragazzini o di impiegati del catasto in ferie a caccia di possibili terroristi da denunciare in base a semplici sospetti, a cose viste, a conversazioni che si è creduto di ascoltare mentre si portava Pikachu dal dentista in attesa del prossimo combattimento.

attenzione. con la scusa del terrorismo ci toglieranno quel poco di libertà che ancora abbiamo.

 

 

casca il mondo casca la terra

ci sono persone, donne e uomini, senza distinzione di sesso o età, che qualunque cosa accada al mondo: guerre, uomini incinti, apparizioni di UFO, assegnazioni di Oscar, unioni civili, crisi di governo, crisi economiche, crisi umanitarie, non si smuovono neppure un po’, la cui esistenza sembra non essere scalfita dalla sofferenza altrui, dalle lotte ideologiche, dall’afflato di morte che abbiamo ai confini della nostra fallimentare Eurozona.

per loro, le farfalle potrebbero sbattere le ali anche tutte assieme, e le stelle cadere in massa facendo un baccano insopportabile, e la terra precipitare, ma nulla cambierebbe.
dalla propria vetrina social continueranno a guardare il mondo attraverso il selfie in ascensore, il selfie alla guida, il selfie col cane e il gatto, il selfie in ufficio, il selfie all’uscita dell’ufficio con tanto di Martini e di colleghi alticci.

immagino la loro vita ridotta a migliaia di scatti tutti uguali, catalogati in identiche cartelle di cui cambia soltanto la data, nominate e disposte in un capiente hard disk.
mi domando cosa accadrebbe se un giorno un bug di sistema dovesse cancellare ogni traccia di quei momenti dove le stagioni cambiano secondo l’abito, tanti istanti privi di senso, di cui si perderà per sempre la memoria.

da qui guardo la foto di mio padre e zia Alma Rosa, una foto minuscola in bianco e nero, sono al confine con la Francia, durante quel folle viaggio in lambretta da Bari a Parigi. sorridono sotto le incerate antipioggia.

sempre a proposito di selfie e di amore

“Gli uomini soli bevono vino scadente; si addormentano e gli puzza l’alito; poi si svegliano e ricominciano; muoiono presto. Le donne sole prendono calmanti, fanno yoga vanno in analisi; vivono a lungo e soffrono parecchio. Il corpo che offrono è inflaccidito, imbruttito; loro lo sanno e ne soffrono. Tuttavia continuano, perché non riescono a rinunciare a essere amate. Fino all’ultimo sono vittime di questa illusione. Le donne hanno la possibilità di prendere cazzi anche quando non sono più giovani; ma non hanno più la possibilità di essere amate. L’umanità è fatta così, tutto qua”.

questo brano di Michel Houellebecq, tratto da “Le particelle elementari”, potrebbe essere un monito per tante donne che si offrono suadenti e sensuali dagli specchi delle proprie stanze ordinate, solitarie, tristi, decolorate ed evidentemente smorte.

ho iniziato ad avere rapporti sessuali che ero giovanissima. quasi una bambina. morivo dalla voglia di perdere la verginità. ho trascorso l’adolescenza cercando l’amore in ogni uomo che invece mi offriva sesso. e denaro. crescendo la situazione è cambiata, io volevo soltanto sesso e gli uomini mi davano amore. ora che basto a me stessa è la perfezione. ora sono in grado di ricevere e dare a profusione. ora l’assoluto equilibrio. è una fortuna lo so. ma se evitassimo di mostrare il nostro bisogno d’amore, soprattutto quando le nostre braccia non hanno più turgore…