il momento del selfie

non vado mai alle feste. la gente, chi mi conosce lo sa, preferisco guardarla da lontano. e poi ho un mucchio di ragioni serie per restarmene a casa, tipo terminare la mia trilogia noir, o che dopo anni di case di lusso a Monti, a Roma, in uno dei rioni più belli del centro, ho deciso di vivere in paese, complice anche il  fallimento imprenditoriale che mi colpì nel 2007, ed è quindi complicato schiodarmi da questa quiete per gettarmi nella mischia, perché sono allergica alle conversazioni formali e alle risate forzate, per non soffermarmi troppo su quanto sia doloroso per un’alcolista sobria aggirarsi per un tavolo pieno zeppo di bottiglie e di persone che amabilmente mi offrono il bicchiere ghiacciato.

comunque alla fine ci vado ed è quasi sempre una bella cosa. in certi ambienti, per esempio, posso misurare con precisione lo stato di salute, pessimo, della sinistra italiana, conoscere le tresche sentimentali del 70% dei gruppi Facebook di cui in salone alcuni validi rappresentanti, toccare il livello di lassismo generale, o sapere con esattezza quali e quanti romanzi saranno stampati da tizio Editore il prossimo inverno.

ma il leitmotiv, che le terrazze siano di destra o di sinistra, è sempre lo stesso: mani armate di cellulari sempre più sottili e sempre meno discreti e polpastrelli pronti a postare miei orribili ritratti sui social. ed è così che, liberatisi dall’imbarazzo delle prime conversazioni  e dall’incombenza della cena, complici anche quei cinque bicchieri di rosso, arriva il momento clou della serata, la testimonianza, l’unica, che noi viviamo e, soprattutto, siamo felici.

così, dopo una sessantina di scatti che testimoniano il buono stato di salute del gruppo e la sua capacità d’incidere sul reale nonostante non si conti più niente, possiamo anche andare a casa.

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mentre gioca a Pokemon Go la sorprende a letto con l’amico

no, vabbeh, vi ho fatto uno scherzo, stando alle boiate che scrivono i giornaletti di gossip vi piacciono tanto certe notizie di corna e botte per corna. ma insomma questo gioco è carinissimo, altroché sesso. non l’ho scaricato né lo farò mai, mi sembra di avere già molte perdite di tempo, ma lo dico subito per fugare ogni dubbio, in modo che chi commenta non debba ravvisare in me alcuna frustrazione e quindi rispondermi con trattati di psicanalisi sul sesso compulsivo: trovo bellissima questa follia collettiva dei Pokemong Go, mi piace, è fantastico che si scenda in strada e si giochi assieme. si potrebbe perfino trovare fidanzato tra una battuta di caccia e l’altra, mentre uno allena il Pokemon e l’altro cerca distributori di sostanze dopanti.

non scherzo, giuro. l’Ego dei social dimenticato per un po’ in nome della gara estiva, i selfie con boccuccia sostituiti dai punti ottenuti, il bisogno di apparire intelligenti a ogni costo, soppiantato dalla concreta abilità di catturare i mostrini giapponesi tra i topi di fogna che giocano nelle fontane e carte di gelato abbandonate dai turisti. sicuramente questa gara puerile, ma più genuina che stare davanti al monitor in cerca di follower o sesso gratis, distrarrà per un po’ la Massa dal sogno di scrivere bestseller e diventare popolari.

ma la notizia del gruppo di giocatori che ha sventato un furto d’auto, mi fa però pensare alla sindaca Appendino e all’orrenda idea di fottere il circuito dello spaccio di droga a Torino facendo far fare da delatori i cittadini. e allora è in me subito Apocalisse, subito Blade Runner, è immediatamente tirannia: orde di spie per le strade, innocenti gruppi di ragazzini o di impiegati del catasto in ferie a caccia di possibili terroristi da denunciare in base a semplici sospetti, a cose viste, a conversazioni che si è creduto di ascoltare mentre si portava Pikachu dal dentista in attesa del prossimo combattimento.

attenzione. con la scusa del terrorismo ci toglieranno quel poco di libertà che ancora abbiamo.

 

 

casca il mondo casca la terra

ci sono persone, donne e uomini, senza distinzione di sesso o età, che qualunque cosa accada al mondo: guerre, uomini incinti, apparizioni di UFO, assegnazioni di Oscar, unioni civili, crisi di governo, crisi economiche, crisi umanitarie, non si smuovono neppure un po’, la cui esistenza sembra non essere scalfita dalla sofferenza altrui, dalle lotte ideologiche, dall’afflato di morte che abbiamo ai confini della nostra fallimentare Eurozona.

per loro, le farfalle potrebbero sbattere le ali anche tutte assieme, e le stelle cadere in massa facendo un baccano insopportabile, e la terra precipitare, ma nulla cambierebbe.
dalla propria vetrina social continueranno a guardare il mondo attraverso il selfie in ascensore, il selfie alla guida, il selfie col cane e il gatto, il selfie in ufficio, il selfie all’uscita dell’ufficio con tanto di Martini e di colleghi alticci.

immagino la loro vita ridotta a migliaia di scatti tutti uguali, catalogati in identiche cartelle di cui cambia soltanto la data, nominate e disposte in un capiente hard disk.
mi domando cosa accadrebbe se un giorno un bug di sistema dovesse cancellare ogni traccia di quei momenti dove le stagioni cambiano secondo l’abito, tanti istanti privi di senso, di cui si perderà per sempre la memoria.

da qui guardo la foto di mio padre e zia Alma Rosa, una foto minuscola in bianco e nero, sono al confine con la Francia, durante quel folle viaggio in lambretta da Bari a Parigi. sorridono sotto le incerate antipioggia.

sempre a proposito di selfie e di amore

“Gli uomini soli bevono vino scadente; si addormentano e gli puzza l’alito; poi si svegliano e ricominciano; muoiono presto. Le donne sole prendono calmanti, fanno yoga vanno in analisi; vivono a lungo e soffrono parecchio. Il corpo che offrono è inflaccidito, imbruttito; loro lo sanno e ne soffrono. Tuttavia continuano, perché non riescono a rinunciare a essere amate. Fino all’ultimo sono vittime di questa illusione. Le donne hanno la possibilità di prendere cazzi anche quando non sono più giovani; ma non hanno più la possibilità di essere amate. L’umanità è fatta così, tutto qua”.

questo brano di Michel Houellebecq, tratto da “Le particelle elementari”, potrebbe essere un monito per tante donne che si offrono suadenti e sensuali dagli specchi delle proprie stanze ordinate, solitarie, tristi, decolorate ed evidentemente smorte.

ho iniziato ad avere rapporti sessuali che ero giovanissima. quasi una bambina. morivo dalla voglia di perdere la verginità. ho trascorso l’adolescenza cercando l’amore in ogni uomo che invece mi offriva sesso. e denaro. crescendo la situazione è cambiata, io volevo soltanto sesso e gli uomini mi davano amore. ora che basto a me stessa è la perfezione. ora sono in grado di ricevere e dare a profusione. ora l’assoluto equilibrio. è una fortuna lo so. ma se evitassimo di mostrare il nostro bisogno d’amore, soprattutto quando le nostre braccia non hanno più turgore…

memoria

e se non restasse traccia di noi? sarebbe la punizione più appropriata per una umanità che tiene principalmente alla propria sorte individuale e, forse, a quella dei propri cari. milioni di selfie svaniranno, il digitale non ha una durata certa. e chissà gli e-book. e la musica.

la memoria è legata a un’esperienza. un’esperienza è tattile, è visiva, tridimensionale, olfattiva, uditiva. a lungo andare delle persone ricordiamo l’odore o la voce, le espressioni ricorrenti più che i concetti espressi. dopo appena sei mesi la mia memoria ha cancellato la metà degli account che pure erano presenti nella mia esistenza digitale.

quando facevo teatro imparavo il testo a memoria grazie alla logica dei movimenti che scaturivano dalla parola, che a essa erano legati, dall’esperienza di andare da un punto A a un punto B del palcoscenico, di alzare un braccio o di voltare la testa. se ripetevo il testo anche mille volte stando ferma, non ne ricordavo che il trenta per cento. quando scrivo un racconto su carta devo prima elaborarlo nella mente con attenzione, ripassarlo attraverso lo scanner della memoria, imprimerlo sul foglio attraverso il gesto della mano e l’esperienza tattile della porosità della carta, del suo odore.

quale esperienza può darci una parola di conforto digitata rispetto a una carezza? quanto c’è in un gesto che milioni di parole non potranno restituirci? eppure c’è ancora chi sostiene che le due esperienze, analogica e digitale, si equivalgano.