scuole d’arte

io per esempio frequentai la Silvio d’Amico, almeno allora l’Accademia nazionale di teatro tra le più esclusive in Europa. era l’unico modo che mi avrebbe consentito di andare via da Bari. mio padre fu chiarissimo, o la Silvio d’Amico, scalata difficilissima e impresa da Titani essere ammessa tra i quindici della classe di recitazione, oppure scegliere una facoltà che potesse soddisfare il mio desiderio di stare sul palcoscenico, lì in Puglia però, amata terra dove non volevo rimanere.

ma allora era diverso. il teatro si faceva anche sul palco, non c’era tutto questo social ad accontentare l’ego. c’erano secoli di tradizione da conoscere, la ritualità, le scaramanzie.
ebbi la fortuna di lavorare con attori diversissimi tra loro e diversi da me, e che più che alimentare le mie certezze informi post adolescenziali, me le distrussero. e nemmeno troppo delicatamente. facile per una con il mio faccino immedesimarsi in Mirandolina, Colombina, Zerlina. complicato entrare in un ruolo tragico. ed era ciò che invece dovevo imparare a fare.

soltanto attraverso la conoscenza di ciò che non ci piace e la pratica di ciò che è distante da noi, possiamo ascoltare tutte le voci che la nostra anima non ha mai emesso. ed è questo che le scuole d’arte dovrebbero insegnare, non a valorizzare pigramente ciò che il nostro talento già esprime, a esaltare ciò che il mercato richiede, per quello ci sono gli Agenti, quelli sono compromessi cui dovranno scendere (forse) dopo il diploma. le scuole d’arte dovrebbero essere l’inizio della ricerca, non la fine.