stasi e movimento

all’inizio della quarantena pensavo che niente sarebbe cambiato nella mia esistenza. da molti anni mi sono ritirata fuori dalla capitale, dal Rione Monti dove ho sempre vissuto dopo essere partita da Bari. la mia esistenza di border line è fatta di abitudini e riti irrinunciabili, di stampelle cui affido il mio precario equilibrio psichico. come quando facevo teatro, la mia giornata è una preparazione al debutto. solo che adesso la mia scena non è sul palcoscenico, ma su un file di word. e ogni invito fuori, a cena o a un concerto, è un’interruzione spiacevole, un giorno di buco non pagato.

STAMPELLE: al mattino corro o faccio pilates, metto a posto casa, recito Sutra e Mantra, lavoro di editing e schede di valutazione, pranzo, mi riposo, rifaccio meditazione, appronto la cena e poi, finalmente, attorno alle 17:00 accendo candele e incensi e mi metto a scrivere, emozionata come andassi a incontrare il mio amante. spesso alzo gli occhi dal Mac e mi accorgo che sono già le 23.00, che ho famissima e mal di testa. talvolta il Man torna dalle prove o dai concerti che io sono ancora a tavola.

mentre tutti si muovono, mentre il mondo attorno a me si affaccenda e fa chiasso, lontanissimo dal mio rifugio sul lago, io scrivo. io traggo il silenzio necessario alla mia concentrazione dal vostro caos: marmitte e mamme urlanti, bastardi picchiatori e amanti, studenti fuori corso e impiegati di banca; tra compravendite e furti, offerte promozionali e investimenti, cinema e teatri e musica. è dal movimento che la mia stasi scaturisce. io sono colei che scatta la foto.

ma ora che siete tutti fermi, non posso far altro che inserirmi nel gruppo.
c’è troppo silenzio per il mio chiasso interiore.

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pietre di paragone

durante la stesura di Proibito ’50, racconti su Roma nel dopoguerra, parafilie e cambiamenti urbanistici, che appena un anno fa una nota casa editrice romana si offrì di pubblicare per il 5% del ricavato sul prezzo di copertina (mi vien da ridere) e senza editing, dunque andando alla ricerca di notizie su Mario Dé Fiori incappai in questo detto L’uomo ha la pietra di paragone per saggiare l’oro, ma l’oro è la pietra di paragone per saggiare gli uomini. 

possedere pietre di paragone, ossia artisti con cui confrontarsi, determina nel creativo puro un onnipresente senso d’inferiorità e scontentezza, quindi una naturale tensione alla perfezione. Alberto Moravia, per citarne uno, non rileggeva mai i propri scritti una volta pubblicati,  viceversa vedo colleghi che si autopromuovono senza ombra di dubbio, convinti di aver scritto l’opera immortale.

quando assistevo Roberto Cotroneo al Master biennale Luiss di editoria e scrittura creativa, profetizzai quanto sarebbe accaduto: mediocri scrivani con faccia di culo; figli di papà col quattrino per pagarsi la scuola a Torino o l’editor a Milano; belle stanghe telegeniche, ovviamente under 30, avrebbero avuto la meglio su talentuosi e geniali scrittori, magari timidi, insicuri, squattrinati, non esibizionisti.

oggi dovrò autointervistarmi per una rete privata. e niente, preferisco morire piuttosto che parar bene di me.

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lettori

quando poco più di undici anni fa iniziai a scrivere, in definitiva una inezia di tempo in confronto a chi pratica questo territorio dall’università, avevo la presunzione che tutti i miei contatti volessero leggere i miei romanzi: se ti diverti alle mie battute su FB, se ti piaccio come persona, talvolta solo come donna, allora non puoi non essere curioso/a di leggere storie che scrivo, soprattutto perché, se parlano di sesso, come nelle mie prime uscite editoriali, e se è il sesso che cerchi da me, come minimo t’interesserà capire come lo faccio su carta.

me la sono presa tantissimo e per anni, ho sofferto, tolto amicizie, bannato: stupida.  anche io, lettrice forte, non riesco a stare dietro alle uscite editoriali, anzi, sono spesso sospettosa nei confronti dei miei colleghi, il più delle volte non ho fiducia nella validità del libro. senza tenere conto di quanti non leggono narrativa, basta dare uno sguardo ai grafici ufficiali del mercato editoriale che mostrano chiaramente quanto la narrativa abbia uno spazio esiguo, per non parlare della narrativa generale, una fetta ancor minore rispetto a quella di genere.

quindi nessun risentimento. sono prima di tutto una lettrice. se poi riesco ad accrescere il mio minuscolo seguito di estimatori, meglio, viceversa, pazienza.

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un paio di paroline agli amici “esperti”

stanotte sono stata assediata da sogni terrificanti, ma pieni di elementi esteticamente superlativi: case su più piani dai pavimenti di legno e i soffitti affrescati, completi di terrazze con vista sul mare, dove si praticavano aborti servendosi di uncini da macellaio e ferri da calza; giovani uomini dai corpi atletici, in apparenza inoffensivi, che mi stupravano in gruppo; borghi antichi entro cui mi perdevo e dove mi derubavano picchiandomi a sangue; e poi cibo, una quantità di cibo impressionante che offrivo a un bellissimo ottantenne (credo mio padre) che però mi respingeva: rustici con ricotta forte e melanzane, o zucchine, o carciofi; bignè salati con purea di carote montata a neve (non so cosa sia ma così dicevo mentre lo servivo); pomodori verdi fritti su hamburger vegetali e pesce bianco; orata su letto di asparagi; crema di tartufo bianco su crosta di branzino; torta al cioccolato nero con pere e panna piccante (?); crema al limone in cristalli di sale aromatico (non so); e altro che non ricordo.

va be’, questo solo per dirvi che ho ripreso a lavorare sulla distopia cui manca il finale e contiene alcune criticità, e su una raccolta su parafilie e dopoguerra, al termine di 58 giorni che mi hanno vista evitare la scrittura, per la prima volta in 12 anni, causa caviglia e fisioterapia.

quindi un invito agli addetti ai lavori: agenti, editor che lamentate qui sopra la mancanza di talento e tecnica di troppi scrittori pubblicati da big dell’editoria: ho 3 lavori pronti, se volete sono qui, ma non pago nessuno. o meglio posso retribuire il giusto, come già mi è capitato, ossia ciò che io chiederei per un lavoro che potrebbe darmi soddisfazione. ma lo dico soltanto perché mi avete rotto il cazzo con i vostri status e siete anche ipocriti, giacché con i poveri di fantasia guadagnate di più: chi ha i quattrini molto spesso non ha inventiva né disperazione da offrire ai lettori, perciò fatevi avanti.

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astinenze

i digiuni seguiti con serietà e prescritti dal medico fanno bene. comunque, nutrirsi continuativamente è dannoso, bisogna lasciare che le “molecole spazzine” abbiano il tempo di ripulire l’intestino dagli scarti prodotti, anche detti veleni: perché i nostri organi interni sono più intelligenti di noi e rifiutano tutto quanto è dannoso.

stessa cosa per l’amore. il popolare “chiodo schiaccia chiodo” non sempre funziona. il più delle volte il sostituto si rivela, appunto, soltanto un sostituto, una ruota di scorta che lascerà il posto a una ruota nuova e senza toppe. una pausa serve a riprenderci dall’abbandono, a riconquistare noi stessi, gli spazi che, stando in due, avevamo tralasciato, abbandonandoli all’incuria del tempo.

ho iniziato a scrivere nel 2009 per colpa di Alberto Castelvecchi (sì, colpa, non finirò mai di ripeterlo) e finora non avevo mai smesso, non mi ero mai presa una pausa. come ho detto alla preziosa editor che ultimamente ha valutato uno tra i miei romanzi, sono una persona fortunata a poter trascorrere le giornate a leggere e scrivere in una stanza tutta per me, tra bambole, ricordi e libri, e dove al mattino correggo testi altrui e al pomeriggio, tra candele e incensi, lavoro per me. scrivo ogni giorno per 3 o 4 ore. ho almeno 4 romanzi completi che non pubblicherò mai e 5 inediti che aspettano revisioni e pubblicazioni. quando il Man ha le prove, mi dilungo fino alle 23.00. cene, concerti, viaggi, sono una vera iattura per me, mi distraggono dall’unica attività m’interessi. mi sforzo, però, di avere anche una vita sociale. era così anche per il teatro. niente di nuovo.

ma perché le “molecole spazzine” della creatività potessero eliminare idee inutili e dannose, immagini e metafore e personaggi, dovevo cadere dal sesto gradino di una scala. un digiuno creativo durante il quale fare meditazione e ripulirmi. perché come diceva sempre Roberto Cotroneo: bisogna coltivare a maggese, far riposare la terra per avere raccolti più ricchi.

tra pochi giorni in libreria Io e il Minotauro, GiaZira Scritture

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