essere, oggi, equivale a possedere.

la maggior parte delle argomentazioni del popolo del web è un misero “ne ho sentito parlare“, che non è un “eufemismo ironico”, come scritto stamattina tale Max, fan dell’iperproduzione cinese e della crescita immotivata dei prodotti inquinanti; ne ho sentito parlare è la nuova certezza del tuttologo social, perché, in effetti, vista la vastità di argomenti cui ci si sente chiamati a trattare ogni giorno, non si può sempre conoscere ciò di cui si parla.

ma non m’interessa parlare del solito webete, lo fa meglio Crozza. vorrei invece sapere che cosa c’è di così attraente nell’essere schiavi delle cose, di telefonini, automobili, case di proprietà, borse firmate, Louboutin, cene, vacanze extralusso, corsi extrascolastici per i figli, master inutili in costose università private che già sappiamo non ci daranno lavoro. perché difendiamo l’idea che esistano persone mal pagate che fanno pubblicità occulta, perché meglio mal pagate che niente, anziché protestare per la chiusura dei teatri o delle orchestre.
ci siamo dati per vinti, prendiamone atto. qualcuno ci ha detto che siamo un fallimento e noi gli abbiamo creduto.

certi desideri, travisati per bisogni, sono un po’ come chi inizia ad andare in palestra a maggio per avere un corpo perfetto a giugno.
mi sembra, ma forse sbaglio, che le forme di schiavitù si siano semplicemente evolute e adattate al cambiamento sociale, che siano cambiati i personaggi ma il risultato sia sempre lo stesso, lavorare nelle peggiori condizioni, oggi anche gratis, per morire appagati al suono della suoneria del nuovo IPhone.
se nel dopoguerra ci si prostituiva per dare da mangiare a uno stuolo di ragazzini affamati, oggi lo si fa, a quindici anni, per ottenere ricariche telefoniche o un provino per il Grande Fratello, il discorso, però, per me non cambia. e l’odio sociale è ancora quello. sebbene la sopravvivenza non s’identifichi più nel cibo, che almeno qui in occidente c’è, bensì nella fama, sui social, sui giornali, in TV.
essere, oggi, equivale a possedere.
si diventa “qualcuno” per possedere altra roba, e non per essere felici, non per sentirsi appagati.
la fama, anche per poche ore, è la nuova rivincita sociale. cellulari e abiti i mezzi con cui ottenerla.

 

nomade

papà me lo diceva sempre che il DNA della gente di frontiera ce l’avevo anch’io nel sangue, che avrei continuato a viaggiare fino alla fine dei miei giorni, che non avrei mai messo radici. il nomadismo mi sta bene addosso. stare in compagnia di giro a far valigie ogni giorno, lasciare la città all’alba, come un’assassina salpare di notte, era ciò che amavo di più della vita del teatro.
ogni giorno s’incontra l’ignoto.
ogni giorno si provoca il destino.
da ragazzina andavo in giro con una grande sacca piena del necessario per la sopravvivenza. credevo di dover essere sempre pronta all’apocalisse. più probabilmente mi sentivo in colpa. c’era sempre qualcosa per cui avrei dovuto espiare. pensavo, credo avessi meno di dici anni, che se tutto fosse andato storto avrei risolto la mia esistenza terrena facendo un viaggio a piedi fino al Polo Nord.
dormire sotto cieli diversi mi fa rivedere la strada percorsa attraverso prospettive diverse e a darle ogni volta nuove direzioni, a esplorare le infinite opportunità che la vita mi offre.
sono nomade, non avrò casa, non avrò legge. e soprattutto non sarò mai schiava di un mutuo.