da oggi solo sesso

che tristezza questo mondo social. nessuno che proponga analisi, tutti che trovano ogni mattina un pretesto per selfarsi, per mostrarsi umani, corretti, per portare alta la bandiera dell’hashtag del giorno. ma sì, nessuno ha mai bullizzato nessuno per come veste, mai fatto commenti ignobili sull’amica, sulla scrittrice rivale, sull’amante del marito; tutte femministe inclusive; narratori fantastici di una società di buoni sentimenti. poi domandi loro una sinossi e non sanno cosa sia, poi contrasti il loro pensiero e ti azzannano.

ma d’altra parte, se Marione (vignettista volgare, discusso, scorretto) insegnerà educazione civica nelle scuole romane, perché dovremmo scandalizzarci per un giornalista che scrive una lettera a Salvini indubbiamente brutta, sciatta, volgare?

la sciatteria è ovunque. anche nei romanzi Rizzoli. e il problema del #Paese non dovrebbe essere chi l’ha fatta più grossa, se il figlio di #Grillo con la sospetta violenza sessuale di gruppo su una modella ventenne, o il figlio di Salvini sulla moto d’acqua. il problema è che i nostri Ministri devono piantarla di stare sui #social e lavorare per portarci fuori dalla crisi.

perché se le nostre casalinghe incensurate sono costrette per debiti a tentare rapine e a rubare, il problema non sarà soltanto #Salvini, il problema saremo noi. nel frattempo, direi che scrivere solo di sesso mi pare già una soluzione.

qui il mio ultimo romanzo Castelvecchi

qui Pioggia Dorata

 

 

in generale mi fate schifo

anche vedervi seduti sugli scranni con al polso braccialetti di perline, abbronzati e senza cravatta, mi fa schifo. m’inorridisce vedervi consultare ogni 3 secondi quel cazzo di cellulare, come un adolescente poco seguito dai genitori.

sento gente che in spiaggia evoca Andreotti, o Pomicino, in qualche modo preferisce chi fotteva quattrini alla Sanità ma dimostrava un po’ di rispetto per il Parlamento, per il mandato ricevuto dal popolo.

talvolta sì: la confezione rispecchia il dono, l’apparenza la sostanza.

e se lasciaste “la narrazione della politica” agli scrittori, e vi preoccupaste di farla, forse si uscirebbe da questa commedia buffa.

vorrei un Parlamento di gente che parli correttamente almeno l’italiano, non affidi ai tweet la crisi di governo, non cambi idea ogni 5 minuti, non abbia Casalino come consulente, abbia un curriculum e non  un comico come padrone 

 

qui Pioggia Dorata

qui il mio ultimo romanzo uscito per Castelvecchi

cantavo l’Inno di Mameli

per cui considero una figuraccia indegna, gonfiare il collo e passare la giornata a digitare puttanate galattiche sul colpevole immigrato di turno, e invece. oggi ce n’è di gentaglia del genere che va a votare, papà. che parcheggia fuori dalle strisce e in doppia fila e che quando glielo fai notare, dandogli dell’incivile, ti risponde pure che l’incivile sei tu e che ti devi informare prima di parlare, perché lui stava “a portà a spesa ar padre, che porello nun se move”.

è gente che ti passa avanti alla cassa e poi dice: nun l’avevo vista, me scusi. tanto per farti sentire indegno di nota.  invisibile ai suoi occhi bovini, come chiunque non abbia un nome sulla porta di un camerino TV di un programma becero del pomeriggio casalingo.

qui si tratta di fermarli. di fermare la valanga di opinioni non richieste, di insulti. ho conosciuto un mondo diverso, fatto di obblighi e di dati di fatto, di dogmi incrollabili, di punti di riferimento e del bello oggettivo.

ho acceso la luce e ho visto moltitudini, gente che ucciderebbe a mozzichi i tuoi figli per difendere i suoi, anziché ragionare per trovare un modo di salvarli entrambi.
e il mondo si ferma, papà.
beato te che non li vedi.

qui il mio libro da leggere con due mani nonostante il titolo

qui il mio romanzo Castelvecchi, in attesa del prossimo, a gennaio

Il Pusher (stralcio)

(il brano è tratto dal mio racconto Il Pusher, Porn to be alive, 80144 Edizioni)

Quel giorno indossavo un abito primaverile dal taglio retrò. Vistoso per un tardo pomeriggio domenicale. Troppo elegante per andare a San Lorenzo in cerca di fumo, di un pusher nascosto nell’ombra di un portone, un poeta dello spinello vecchia maniera.
Preferisco la fragilità di chi non trova risposte, piuttosto che la tracotanza di chi se le sente tutte in tasca. Parteggio per l’infelice. Un disperato avrà sempre un po’ di poesia nascosta da qualche parte, avrà sempre musica di cui nutrirsi, magari in un paio di note in minore, così vere che te ne bastano due per capire che la vita è un attimo.
Cercavo qualcosa, forse qualcuno. Seguivo un presentimento.
Non avevo piani, volevo soltanto chiudermi alle spalle la porta blindata, far risuonare le scarpe in corsa per cinque rampe di scale, spingere il portone  del palazzo in via Leonina e camminare per la città sonnolenta del giorno di festa. Lieve. Appena ingiallita di primavera. Già odorosa di gelsomini prossimi alla fioritura.

Cercavo del fumo.
Meglio erba. Agghindata a quella maniera, taglio ultimo grido, sopracciglia depilate, unghie laccate e nessun accessorio non fosse di lusso.Sull’asfalto delle strade di San Lorenzo i miei tacchi avrebbero fatto più chiasso di cento ballerini durante una performance di tip tap.
Rischioso aggirarmi per certe zone vestita così. Indegno di un Paese civile costringere una signora, alcolista sobria da 17 anni, a cercare roba illegale in zone oscure, piuttosto che concederle di acquistarla in modo regolare. Pagando anche l’IVA.
Rischiavo qualcosa di ben più pericoloso che un trip in solitaria davanti a un film, o le mie dita infilate nelle mutande.
Così pensavo, vagamente eccitata. Come mi succedeva allora, prima, quando prendevo treni notturni al volo e dormivo in alberghetti da due soldi. Quando attorno a me c’era soltanto poesia, l’ombra di un pomeriggio estivo che danzava con una tenda chiara o con il suo chimono. Il kimono della donna del pusher.

I pusher stanno sempre a casa alla domenica. Sempre con una donna mezza nuda da qualche parte. Morbidamente distesa sul letto nel monolocale dove lui abita, sul divano, avvolta in un kimono, appunto, o in un accappatoio un po’ lurido: al balconcino guarda giù nel vicolo, segue un rumore, alza lo sguardo arrossato e triste al cielo di Trastevere, o di San Paolo, o della Bufalotta.
È sempre accaldata la donna del pusher, madida anche d’inverno per quanto è fatta, pallida. Quando la guardo, so che sta soltanto facendo una pausa tra un pompino e l’altro, tra una tiro e l’altro. Perché io sono stata la donna di un pusher.
I pusher ne hanno in casa una diversa ogni domenica. Dipende dove sono stati il sabato.
Sempre bella e sempre strafatta.
La sua pelle, giovane, trasuda perle oppiacee. A leccarle, le donne dei pusher, ti fai senza tirarla.
E invece niente. Stavo lì in piedi da un’ora, nascosta da un’auto e cercando disperatamente di non dare nell’occhio, e nessun pusher si era fatto vedere. E nemmeno la sua donna, che sa di alcol, fumo e di notte insonne. Che sa della fretta inutile di chi sta pippando dal giorno prima, che si sente braccato dalla voglia di farlo ancora. Che si guarda attorno. Che sta in paranoia.
Niente. Nemmeno un tossico vecchia maniera per strada, di quelli che restano tossici per sempre, anche quando hanno smesso da anni. Che ogni tanto barcollano, si fermano per strada senza motivo, come se la roba che si son fatti per più di trent’anni gli salisse tutta assieme di botto, per regalargli ancora un breve viaggio. Poi si riprendono come se nulla fosse. Un buco nero.
I tossici rimangono per sempre tossici, soprattutto quando passano la vita a non ricaderci.

Entrai in un bar. Mi misi al bancone ma vicino all’uscita, per non dare nell’occhio mi fingevo impegnata a scrivere messaggi.
La ragazza alla cassa si accarezzava le chiome bionde. Da sotto la frangetta lunga guardava la mia sacca di Vuitton. Anziani depressi e tossici più di me stavano davanti alle slot. L’aria puzzava di straccio bagnato. Il televisore ultrapiatto monopolizzava la stanza. C’era chiasso anche se nessuno parlava.
Domandai una spina piccola.
Alla seconda pinta sorridevo a un tizio un po’ ammaccato, il sorriso nascosto dai baffi prometteva intelligenza e faceva anni settanta.
«Sì, salute», risposi. Alzai il boccale fino agli occhi.
Lui guardò con interesse il mio rossore.
«Sei una ballerina?», sorprendendomi di nuovo. «Caviglie così sottili non se ne vedono tante. E nemmeno scarpe. Spalle magre, collo lunghissimo, grazia perfetta».
L’uomo continuò a fare l’elenco dei miei pregi mentalmente, soffermandosi a lungo sul mio didietro, valutandone capacità e morbidezza.
«Che cosa ci fa una come te da queste parti?», riprese scorrendo il mio abito fin sopra al ginocchio.
«Cerco del fumo». Scossi la testa, come a una domanda ovvia.
«E lo cerchi per strada?».
Arrossii di nuovo.
«Non so come mi sia venuto in mente». Alzai le spalle come una ragazzina rassegnata alla presa in giro. Lui mi ordinò di seguirlo.

Nel portone l’uomo temporeggiò. Nel buio io mi bagnai.
Forse lui aveva sentito il fruscio dell’abito non lo so. Forse vedeva nell’oscurità come i gatti. Forse l’afrore del mio sesso era arrivato fino ai suoi baffi, perché si voltò e sentii il suo alito di fumo dirmi che, se volevo farlo lì adesso andava bene, ma che potevo anche salire due rampe di scale e lo avremmo fatto là, più al sicuro, a casa sua.
E lo ribadì, stavolta concludendo con un punto di domanda imbarazzante, stavolta con voce chiara, con un “lo vuoi ora o te lo do di sopra” che non lasciava alcun dubbio.
Poi, mentre avvampavo me lo mise in mano. Lo tastai, era un bel pezzo di fumo.

«Sono cento», concluse appoggiando la sua bocca al mio orecchio.

qui il mio ultimo romanzo Castelvecchi

qui i miei racconti erotici GiaZira Scritture

F come cretini

me li immagino i gendarmi che nel cuore della notte”scaricano” gli africani su territorio italiano al grido di: facciamo un dispetto a Salvini.

intanto, a Taranto, Amadou Jawo, un 22enne del Gambia che da due anni viveva in Italia, si è tolto la vita impiccandosi, sui social la raccolta fondi per rimandare la salma in Africa.

sapete dov’è il Gambia e come ci si vive? no, al massimo voi siete stati a Gardaland.

 

 

qui il mio ultimo romanzo edito Castelvecchi

qui Pioggia Dorata (anche in ebook)