autofiction

per Romain Gary, per esempio, sarebbe stato più facile parlare della solitudine dell’uomo medio parigino, scrivendo la storia di un impiegato che s’innamora di una collega che non lo vuole, che magari si ubriaca tutte le sere e che alla fine si suicida. in questo romanzo pubblicato nel ’74, invece, “il mio caro pitone”, sotto lo pseudonimo di Ajar, che i critici adorano, Gary scrive un libro pieno di acrobazie linguistiche, di sperimentazione, e che procede con la stessa sinuosità del pitone Gros Calin, che il nostro protagonista Cousin ha comprato durante un viaggio in Africa perché lo abbracciasse al ritorno dall’ufficio, ogni giorno. perché questo è un romanzo che racconta la solitudine di un uomo che si occupa di statistica a Parigi e che prima di comprare un pitone si abbracciava da solo.

a voi è mai capitato?, a me sì, quando volevo saper con certezza che effetto faceva l’amore.
comunque è così. al pubblico piace leggere i cazzi altrui (scusate, ma scrivere “i fatti altrui” non rende).
ma da borghese un po’ pudica non mi dispiace aver costruito Justine 2.0 come una storia lontanissima da me. me lo dissero anche alcuni editor che il titolo “storia vera” accoppiato alla mia scrittura avrebbe avuto un altro effetto sul pubblico, un altro numero di copie vendute. ma forse l’avrebbe fatto anche me, un altro effetto, e agli uomini che avrei sputtanato. ed è anche probabile che non sarei mai crescita.

personalmente le autofiction mi annoiano. e per me non rientrano nel novero della letteratura. anche Covacich, non avesse un linguaggio raffinato e un ritmo del tutto nuovo per me, lo avrei cestinato. non m’interessa il malessere individuale dell’uomo medio gravato dai debiti. e non credo sia un gesto raffinato speculare sulle proprie disgrazie e servirle così come sono, senza neppure avanzare nella loro comprensione, magari guardandole da lontano.
e la nostra letteratura è fatta per lo più di tristi numeri uno. di storie uniche perché sole e non perché originali, che raccontano la banalità dell’esistenza quotidiana o il dramma della morte.

scritto bene=bello?

lui, il mio amico, sostiene che se un testo è ben scritto e si lascia leggere, significa che è oggettivamente un bel libro. e un bel libro, sempre a suo parere, deve piacere a tutti.

gli ho portato l’esempio di Saramago. L’uomo duplicato io l’ho amato alla follia e letto in meno di quattro giorni, tanto da regalarlo e sponsorizzarlo in giro.  eppure una mia amica piena di lauree e master per il mondo, non è riuscita ad andare oltre la cinquantesima pagina. significa forse che Saramago non scrive bene? che la mia amica è un po’ tonta?, o che la correttezza della scrittura è una questione oggettiva, mentre la bellezza di un’opera non lo è?

iniziamo dicendo l’ovvio, che una buona scrittura significa correttezza grammaticale, che non è un’opinione, quindi l’uso  corretto degli accenti, (e a tal proposito vi prego, blogger, evitate di dichiararvi scrittori riempiendo le vostre paginette di “né” senza cappellino, i refusi ci stanno, sono umani, ma non gli errori reiterati), perché la scrittura è RIGORE, una ricerca accurata di termini, ritmo, profondità. è fantasia!, di cui nessuno più parla ma che sarebbe basilare per uno scrittore.
in Mauro Covacich per esempio, dal quale vi garantisco c’è moltissimo da imparare, e che ha una scrittura personalissima, ho trovato la profondità abissale in un linguaggio apparentemente semplice.
l’emozione, almeno per me, non sta quasi mai nella storia, ma nelle immagini che la parola riesce a evocare, come nel ritmo determinato dalla musicalità delle parole e dalla costruzione del periodo.
“La nera schiena del tempo”, per esempio, immagine che Javier Marias utilizza spesso, ha toccato in me delle corde profonde, ma sicuramente ha un significato differente sia per lui che ha scritto quelle parole, sia per chiunque altro le legga.

direi quindi che tutti siamo scrittori ma non tutti siamo SCRITTORI PROFESSIONISTI.
questa netta separazione che Murakami opera tra lo “scrittore professionista” e lo “scrittore e basta” potrebbe bastare affinché ognuno occupi il posto che gli compete. il primo, lo scrittore professionista, è in grado di fare un buon editing al proprio scritto e a quello di altri. ha la capacità di scrivere più di un romanzo e che non sia soltanto la propria autobiografia, il primo ha dei progetti, non butta giù un po’ di righe per il gusto di farlo. e direi anche che lo scrittore professionista conosce la differenza tra un testo ben scritto e un una bella opera.
leggo romanzi ben scritti ma che non fosse per lavoro non leggerei mai. privi di personalità, costruiti ad hoc su manualetti made in U.S.A. e niente sorprendenti.
leggo bei romanzi, quelli che il 70% dei miei amici definirebbero “mattoni pieni di pippe mentali” (le pippe mentali sarebbero le digressioni), e sono quelli che rileggo nel tempo, e dopo anni mi fanno lo stesso effetto, e sono ACCURATI, lirici, eterni.
ma per fortuna siamo diversi. anche se poi abbiamo tutti la pretesa di scrivere capolavori, mentre basterebbe un po’ di sana ambizione e senso critico, perché ognuno tornasse tranquillo a far ciò che gli compete.