not in my name

l’ultima frontiera della rivoluzione fai da te è siciliana, si chiama Emilia Clementi e la sua pagina, recitano i giornali (pochi per fortuna) è piena zeppa di “seguaci”. il suo video ed è stato inviato per posta a un imprecisato numero di utenti. ma lei non è nuova a certe esibizioni, scrivono di lei, ed è proprietaria di un centro estetico, incazzata nera contro i parlamentari “fitusi e ladri” che prenderanno il vitalizio dopo soli quattro anni di lavoro ben retribuito. e ha ragione, per carità, povera Emilia.

ho pensato di farlo anch’io tante volte, di andare a urlare in Piazza quando la mia azienda è fallita e sono finita sul lastrico soltanto perché, a Roma, mancava la mappatura dei locali di proprietà del Comune, e il mio investitore milanese, che mi avrebbe salvata dal fallimento, mi lasciò (giustamente) nei guai. ci penso ogni giorno dacché sono disoccupata e ho perso fino all’ultimo euro del mio nutrito patrimonio, ci penso da quando  scrivere non è più un’occupazione remunerativa, come non lo è recitare o suonare. da quando cioè il palcoscenico è stato occupato da gente come Emilia, che siede dalla parte sbagliata ma non sa nemmeno perché, che non ha nessun altro fine se non quello di accumulare consensi per diventare sponsor di qualcosa, che ha un vocabolario così povero da provare vergogna per lei.

io non mi sento rappresentata da Emilia. E non voglio neppure essere infilata tra “tutti i suoi detrattori” come recita sulla propria pagina, anche perché fino a trenta minuti fa non sapevo neppure chi fosse. Non voglio essere rappresentata da lei, perché io e tanti di noi, che manifestazioni ne facciamo da quando siamo ragazzi, e abbiamo stazionato, bambini, in qualche sede del PCI, sappiamo che la democrazia funziona in maniera diversa, che un uomo solo che urla in una Piazza o un esibizionista che accumula “like” o un povero pazzo. e chissà perché, credo che interrogando la signora in rivolta sui quesiti costituzionali o altro, non saprebbe che cosa rispondere.

mi spaventa la rabbia fine a se stessa di chi con l’affanno non fa che ripetere “fitusi e ladri”. mi spaventa una che si presenta in Piazza  così disarmata da far sorridere anche i poliziotti, mi spaventa che la Rivoluzione diventi appannaggio di chi non sa cosa sia.

non c’è altro modo per uscirne

da quando sono ritornata #social ho adottato un metodo infallibile per non ricadere nella dipendenza, per non chiedere più endorfine e diventare anch’io come certi amici che non scopano più e postano per ore evitando qualsiasi rapporto esuli da quello digitale: ho eliminato le applicazioni sul cellulare, spengo il computer e scrivo a mano in attesa di ordinare la Hemingwrite. non c’è altro modo per non finire sotto il loro controllo.

la gratificazione ci tiene incollati ai social per non farci pensare, chiunque noi siamo, qualunque sia la nostra levatura sociale o il nostro mestiere o il nostro passato. tette grandi o piccole siamo tutti ridotti alla miseria e alla frustrazione se abbiamo bisogno dei consensi di sconosciuti che riteniamo pure imbecilli per sentirci realizzati, e se per farlo ci riduciamo a fare i buffoni in video come i pischelli che non hanno altri contenuti da mostrare, se non ci basta l’atto in sé, la parola scritta, per esempio, l’idea di un progetto di narrazione che non abbia come unica finalità il successo ma la scrittura stessa, questo cazzo di successo che trasforma uomini in carnefici, stragisti, dirottatori di aerei. è questo il morbo che si sta diffondendo tra gli uomini qualunque, gli anonimi, i niente, ma anche gli scrittori, gli intellettuali, gli attori. l’accumulo di fan, la collezione completa dell’album: 20mila teste di cazzo che mi seguono. 

allora c’è un solo modo per fare la rivoluzione, amici miei complottisti e antiamericani, nemici della CIA e fantapolitisti, antivaccinari e alternativi, vegani e ufologi, bisogna chiudere questi maledetti social. ma che gusto c’è, direte voi che avete twittato il colpo di stato in Turchia tutta la notte e certamente non per il bene dell’informazione, che gusto c’è a essere complottisti, a essere analisti a essere fantapolitisi, a essere scrittori, se non per comunicare al mondo chi siete?, che state andando in TV, che sarete intervistati su Radio tre, che sarete… io ora vi saluto.

ho una giornata intera per leggere, io.

expo e guerriglia: il vostro qualunquismo ci seppellirà

non so come questo paese abbia sopportato tre manifestazioni così ravvicinate: 25 aprile, primo maggio e l’apertura dell’expo.
ancora oggi mi domando come mai sia ancora in piedi e se non sia meglio aspettare la fine per cantare vittoria.
perché io al mio paese un po’ ci tengo.
non mi unisco al coro idiota perché muoia sansone con tutti i flistei, sperando che così cambi qualcosa. vorrei costruire, oppure rivoltarmi sul serio.

stanotte ho sognato di emigrare in francia. svegliandomi mi son domandata cosa avrebbe la francia di diverso e, non trovando risposta, mi son rimessa a dormire.
le cazzate sparate sui social sono arrivate fin qui, al mio minuscolo e silenzioso studio sul lago, ripetitive e così inutili, tanto simili al “bla bla bla” dei politici che sembrano scritte da loro.
immagino voi combattenti e la comodità di far rivolta stando al PC, ridicoli nella vostra tenuta da dissidenti firmata Prada.

chissà se lo capirete mai che nessuno ha bisogno dei vostri sproloqui, e che la rivoluzione vera si fa uno accanto all’altro e non ognuno per sé.
ma l’individualismo è troppo difficile da combattere.
individualismo e materialismo assieme sono il demonio. individualismo, materialismo e ironia a tutti i costi sono imbecillità allo stato puro.
perché si dice twitstar, ma si scrive qualunquista.
esibire la propria celebrità tra i condomini è l’aspirazione dei più. quasi come dirsi intellettuali leggendo soltanto topolino.