TV del dolore

sono tonti. non ci arrivano. hanno limiti di comprensione di una frase anche breve. perché quando affermo: non ho nulla contro Nadia Toffa e il suo video (in onda durante -guarda caso- la prima puntata delle Iene e ormai su tutti i siti di notizie e musica e TV) ma mi oppongo alla Tv del dolore, continuano a insultarmi e a rispondere con argomenti insensati e banalità, tipo che la Toffa faceva TV e quindi DEVE andare in TV con il suo ultimo video girato per suo volere a un passo dalla propria morte: ma va? ma dai. perché ognun dal proprio cuor l’altrui misura, e il metro dell’imbecillità social pare infinito.

come ben trattato qui dall’osservatorio di Pavia: si parla di “TV del dolore quando i programmi televisivi affrontano determinati argomenti: casi di cronaca nera, malattie invalidanti, fine vita, declinandoli in un senso che molto concede allo spettacolo del dramma personale o collettivo, si parla di “TV del dolore””. 

mi spiego un’ultima volta: presentare il video della conduttrice all’interno di un programma d’intrattenimento come le Iene, e pazienza se lei ci lavorava, in sovrappiù con il tam tam pubblicitario che se n’è fatto, comunicati stampa atti a titillare la curiosità dei turisti del dolore con slogan del tipo: al termine della prima puntata del programma, in esclusiva, l’ultimo video della nostra Nadia; alla fine di ogni puntata un video esclusivo di Nadia Toffa in punto di morte; a me continua a sembrare nauseante e nonostante voi.

vi vedo correre in direzione Rigopiano per la foto ricordo sul luogo del tragico crollo, vi immagino in posa davanti alla Costa Concordia, vi penso in fila sul raccordo anulare a contare le macchie di sangue, felici di essere al di qua del fiume, ancora in salvo, ancorati a un’esistenza così meschina da ignorare il nonno con la flebo e, viceversa, piangere una sconosciuta famosa.

qui Pioggia Dorata

qui il mio ultimo romanzo Castevecchi

debito pubblico e altre soluzioni

mia madre li chiama “i conti della serva”, il due più due sbrigativo che tutti siamo in grado di fare, (o almeno crediamo), soprattutto da quando abbiamo imparato a leggere i titoli dei quotidiani più diffusi (mai l’intero articolo), e abbiamo facoltà di parola sui social e la possibilità (tra l’altro) che qualcuno (non sia nostra moglie) ci dia ragione.

ma l’italiano è così, si dà da fare. chiede soluzioni al debito pubblico ma non paga le tasse. costruisce case abusive, se facciamo un giro a Ischia ne troviamo a migliaia di hotel Rigopiano, in posizione strategica proprio a un metro dal dirupo, o dal belvedere, dipende dai punti di vista; l’uomo medio si strappa le vesti in piazza per ottenere il selfie con il cantante di XFactor, ma saputo della sua dichiarazione dei redditi, lo manda al rogo, felice di gettarlo giù dalla torre in nome della giustizia sociale, sebbene all’amico che gli ha domandato duecento euro in prestito abbia detto di avere l’acqua alla gola.

è solidale l’italiano. sempre il nipote di quello che ha messo via fez e camicia nera al momento giusto. è femminista, sebbene sua madre abbia lavato i pavimenti in ginocchio fino all’altro ieri, mentre il padre ruttava in poltrona leggendo la Gazzetta dello Sport.
e adesso dispensa consigli, perché siamo tutti opinionisti, ed è chiaro come il sole che chiudendo Sanremo gli Sponsor daranno i quattrini ai terremotati. perché basta un po’ di logica.

e quindi, giacché l’italiano conosce approfonditamente solo la musica di XFactor, ama l’arte ma il biglietto del Museo non lo paga, legge ma soltanto i bugiardini delle medicine, sa di recitazione ma non ha mai messo piede a Teatro, non mi meraviglierebbe se proponesse di eliminare anche gli scarsissimi fondi che ci restano (teatri chiusi, orchestre soppresse da anni, compagnie di balletto inesistenti, cori ammutoliti), per mandare le attrici a prostituirsi sulla Salaria, i jazzisti ai mercati generali, gli scrittori a “fare i cartoni”.

 

tutto ha un prezzo?, sicuri?

in questi giorni ho letto tantissime sciocchezze, una quantità inverosimile di stupidaggini. una, ricorreva più spesso, per ferirmi: ah, questi eroi dovrebbero guadagnare almeno ventimila euro al mese; per millecinquecento euro al mese, poverelli!; altroché pensioni d’oro, i nostri vigili del fuoco sì che li meritano questo soldi.

partiamo da qui: io ventenne, studentessa alla Silvio d’Amico, facevo appostamenti alla Caserma di Piramide ogni pomeriggio. Arturo, mio compagno di classe e fidanzatino, abitava proprio lì di fronte. una volta, credo una quindicina di anni fa, nelle more del mio fallimento imprenditoriale, ci fu un mezzo inseguimento in metropolitana tra me e un moretto riccio in divisa; ero depressa e stanca, la mia azienda stava crollando, il mio matrimonio anche. un’altra volta mi entrarono in casa per salvare l’appartamento della vicina che si stava allagando. non feci che guardarli estasiata, balbettavo per l’occasione di avere dieci di loro in casa mia, un’orgia di testosterone; nei giorni successivi leccai il pavimento che avevano calpestato (non è vero ma ci stava bene). come il draghetto Grisou (il grisou è una miscela di gas a base di metano), ho una vera e propria venerazione per i Vigili del fuoco. qualcuno sostiene malignamente siano gli unici a poter spegnere la mia passione. a me piace la loro divisa, il loro valore, il coraggio, l’eroismo che appunto non ha prezzo.

e invece arrivano i contabili della compassione a quantificare il valore di ognuno.
ma perché insozzare con il denaro la vitalità umana?, l’eroe che agisce per cuore, come chi ha un surplus d’amore che si riproduce come il colesterolo cattivo.
assieme ai Vigili del fuoco ci sono centinaia di eroi che meritano la nostra ammirazione ma di cui nessuno parla: medici che prestano la propria opera in Caritas, volontari sulle strade che distribuiscono ai poveri pasti caldi e preservativi e siringhe, gattare che raccattano animali e li curano, volontari dei canili, volontari per gli anziani, volontari per malati di mente.

pregare più spesso aiuta.
evitare di vantarsi delle proprie imprese eroiche, anche.
non dare un prezzo all’amore, invece, è santità.