se non sai, non fare

andare per approssimazione, seguire l’emozione e il cuore, questo è il motto di chi non conosce la materia creativa che invece vuole un progetto, che vuole studio, originalità e rispetto delle regole.

preparai un monologo tratto da “Orgia” di Pasolini. aspettavo quel provino da anni. Massimo Castri cercava attrici giovani, apriva le convocazioni a luglio, entrare nella rosa delle prescelte era complicato, ma avevo il fisco del ruolo e dovevo provarci lo stesso. quando mi arrivò la telefonata di convocazione mi trovò già pronta,  munita perfino del denaro per prendere il treno per Prato, felice di esibire davanti al Maestro la mia tenacia e la mia preparazione.

mi lanciai sul palco con fervore, tesa come una corda di violino ma trattenuta e cauta. studiai le luci e come prenderle in faccia, misurai il palco in lungo e in largo, mentre spiavo le mie colleghe che come me si riscaldavano, riadattai i movimenti già provati e l’intensità della voce.

piango, sudo, mi agito, mi scateno come una erinni. sento che sto andando bene, sento che sto dando tutto. sento. ho il fiatone quando mi fermo e guardo nel buio della sala scorgendo l’espressione fredda del regista. tanti mesi di lavoro per ottenere un risultato mediocre. niente, non era passato assolutamente niente, l’azione era fiacca, e io dovevo essergli sembrata una povera pazza; l’emozione era rimasta sul palco, forse mi era rimasta nella gola, forse ancora più dentro, nelle viscere.

la soggettività e l’emozione non funzionano senza una tecnica adeguata. che si tratti di musica, di recitazione o di letteratura. non c’erano raccomandati, c’era un obiettivo da raggiungere che io non avevo raggiunto, c’era che dovevo studiare ancora, e meglio.

sensibilità a parte

una giorno, ricordo perfino che fuori pioveva a dirotto, Lorenzo Salveti, ottimo regista e Maestro poi Direttore della Silvio d’Amico, ci fece sfilare davanti alla cattedra per osservare le nostre caratteristiche fisiche e vocali. al termine di quella imbarazzante passerella ci richiamò uno per volta e, con tono da confessionale, iniziò a vaticinare quali sarebbero stati i ruoli che ci avrebbero assegnato, e non soltanto durante i tre anni di corso per attori, ma per sempre, forever, a vita. la povera Federica, per esempio, fu brutalmente relegata al ruolo di “balia”, o “fantesca”, e sì che in teatro di balie ce ne sono in quantità, ma Federica uscì dall’aula in lacrime, ferita nella sua sensibilità che la voleva, invece, Giulietta sul balcone.
ah, quanti cuori infranti in quel pomeriggio grigio piombo.

io protestai vivamente per la terribile diagnosi: sarei stata a vita la goldoniana Mirandolina e simili, mai Lady Macbeth, mai e poi mai Cordelia né Ofelia. la mia sensibilità ne risentì, certo, piansi anch’io ma di nascosto, nel bagno. fu come se la mia valigia di buone intenzioni fosse stata alleggerita della metà delle ambizioni che mi avevano accompagnato a Roma e che nutrivo nella solitudine della mia stanza ammobiliata. preferivo la tragedia alla commedia, il dramma mittleuropeo alla farsa molieriana, quello americano di Miller e Williams che, sempre Lorenzo e sempre quel giorno, mi fece capire con una negazione chiara della testa capelluta che no, non facevano per me.
odiai Lorenzo con tutta la forza di cui ero provvista, ma con il tempo scoprii che aveva ragione da vendere.

sensibilità a parte, quella che si ferisce a morte quando ci viene negato un sogno, ognuno è dotato sin dalla nascita di uno o più talenti. fortunato se riesce a svilupparli, frustrato a vita se non ce la fa. il mio compagno prese spontaneamente lo strumento in mano che non aveva nemmeno dieci anni, viveva in una famiglia di musicisti, certo, di “brass”, ovvio che avrebbe fatto questa fine, sì, ma si chiama anche indole, giusto talento, sensibilità musicale innata.
abbiamo un corpo, e una voce, e un modo di muoverci che per quanta energia ci si metta, e volontà, non potrà mai comportarsi altrimenti, sensibilità a parte.
pensare che volere qualcosa equivalga sempre a ottenerla è un po’ da megalomani, sensibilità a parte, anche da imbecilli.

metodi

si dibatte spesso sui metodi. personalmente i metodi mi hanno sempre gettata nel panico. come tutte le persone poco sicure di sé ho studiato molto, e prima di definirmi “attrice” ho frequentato la scuola per attori più importante ed esclusiva. e comunque, la Silvio d’Amico era per me l’unica possibilità per fare l’attrice. quando ero ragazza non esisteva questa nuova specie di genitori imbecilli che fanno il tifo per il proprio pargolo a prescindere dal suo reale talento. mio padre fu chiaro: vai a Roma solo se entri in Accademia. e così sarà.

lì di metodi ce ne fanno digerire a decine. ogni attore ci parla del proprio metodo e ci insegna a metterlo in pratica: nessuno è quello giusto e in qualche misura lo sono tutti. e la sfida più grande è proprio quella di trovare il nostro metodo, ascoltare l’esposizione di ognuno, studiarlo, elaborarlo e poi prendere ciò che ci serve.

ciò che conta per me, allora per la recitazione e oggi per la scrittura, è la preparazione, il riscaldamento, la regolarità, perché scrivere costa anche fatica fisica. non uso strutture, non seguo formulette, non sono in grado di prevedere cosa scriverò e dove andrò a parare. so a grandi linee quale sarà il colore da usare. così mi preparo ogni giorno facendo un’ora di allenamento fisico e quaranta minuti di meditazione poi, dopo una buona colazione, preparo la tavolozza dei colori e mi metto a scrivere.