l’indignazione dell’i. m.

l’indignazione per la morte di Emmanuel Chidi Namdi la voglio vedere al ristorante, quando arriva il ragazzo con rose. perché se anche appassiscono dopo un giorno che male c’è a regalarne una alla propria moglie, alla fidanzata, a quella con la quale il tipo è uscito per la prima volta e che lo guarda un po’ così, diciamo dubbiosa, domandandosi: se tratta così di merda il povero “nergro” come tratterà me quando avrà esaurito la passione? La soldarietà si esprime con i fatti, difendendo i profughi alla fermata dell’autobus, quando l’imbecille di turno inizia a saltare per luoghi comuni, i preferiti per l’italiano medio.

l’indignazione dell’i.m. (italiano medio, ossia quello che alza il braccio destro quasi sempre e il sinistro se proprio è costretto), la voglio vedere quando assume la “cameriera rumena” e non le versa i contributi e tira anche sul prezzo: perché otto euro sono pure troppi. la sua bontà di cuore la voglio vedere quando si tratta di ristrutturare casa e non versa nemmeno l’assicurazione per gli operai. perché l’Italia è il Paese dei buoni propositi dove si discute su come chiudere i buoi quando già sono scappati dalla stalla, dove si scopre l’illecito quando è stato compiuto, dove si condanna Alfano su twitter per avere raccomandato il fratello e si spera sempre in uno zio prete che sistemi i nostri figli.

e allora dell’attualità occupatevene voi che siete sempre informati su nascite e morti. io preferisco parlare di sesso, e non di quello dell’i.m. il cui innamoramento dura quanto un video breve su youporn, che quando “gliela dai” già si sente soddisfatto, e fa il moralista, quando la verità è che gli basta così perché di più non sa dare, perché è diventato pigro, perché si accontenta di avere un po’ di tette per email e un par de culi che soddisfino il proprio ego ammaccato dagli avvisi di Equitalia.

l’indignazione si esprime in piazza, come l’eroismo a letto.

Francesco dava ordini e Antonio eseguiva

son venuti in due per traslocare i miei alberelli da frutto. Li conosco entrambi, Francesco è italiano e Antonio è rumeno. più o meno sessantenni, entrambi tuttofare e giardinieri. Francesco però chiede una tombola e non fa ricevuta, Antonio domanda il giusto ed è gentile, preciso, delicato. dei rami tagliati fa fascine che mi serviranno per farne fuoco. Li sistema lui stesso nonostante il suo lavoro sia concluso. è fatto così, lui dice: mi piace far bene lavoro.

vive qui da trent’anni e ha due figlie. Una è al DAMS a Bologna.
pensavo non parlasse una parola di italiano ho capito poi che è taciturno. è altissimo e magro, la faccia scavata e lo sguardo da uomo buono guarda dritto davanti a sé e non scantona mai. somiglia al mio maestro di acrobatica, lo stesso modo di fare: iniziare un lavoro e portarlo a compimento a qualunque costo.

due anni fa sostituii Francesco con Antonio perché Francesco arrivava in ritardo e si lamentava di continuo, perché al termine del lavoro pretendeva di essere gratificato, perché lasciava disordine, perché faceva fuggire le mie gatte.

ieri son venuti assieme e mi sono vergognata quando ho visto Francesco, l’italiano, dare ordini, e Antonio, il rumeno, eseguire in silenzio. uno spettacolo poco edificante, una scena che, dopo aver assistito in televisione al brutto spettacolo di Tor Pignattara, dopo aver ascoltato parole volgari dette da bocche volgari e da menti imbecilli non passa inosservato e va punito. con una mancia alta per Antonio e con un sorriso.
con uno sguardo di disprezzo sincero per l’italiano furbo.
con un bel po’ di vergogna per l’Arlecchino che abita in ognuno di noi.