scritto bene=bello?

lui, il mio amico, sostiene che se un testo è ben scritto e si lascia leggere, significa che è oggettivamente un bel libro. e un bel libro, sempre a suo parere, deve piacere a tutti.

gli ho portato l’esempio di Saramago. L’uomo duplicato io l’ho amato alla follia e letto in meno di quattro giorni, tanto da regalarlo e sponsorizzarlo in giro.  eppure una mia amica piena di lauree e master per il mondo, non è riuscita ad andare oltre la cinquantesima pagina. significa forse che Saramago non scrive bene? che la mia amica è un po’ tonta?, o che la correttezza della scrittura è una questione oggettiva, mentre la bellezza di un’opera non lo è?

iniziamo dicendo l’ovvio, che una buona scrittura significa correttezza grammaticale, che non è un’opinione, quindi l’uso  corretto degli accenti, (e a tal proposito vi prego, blogger, evitate di dichiararvi scrittori riempiendo le vostre paginette di “né” senza cappellino, i refusi ci stanno, sono umani, ma non gli errori reiterati), perché la scrittura è RIGORE, una ricerca accurata di termini, ritmo, profondità. è fantasia!, di cui nessuno più parla ma che sarebbe basilare per uno scrittore.
in Mauro Covacich per esempio, dal quale vi garantisco c’è moltissimo da imparare, e che ha una scrittura personalissima, ho trovato la profondità abissale in un linguaggio apparentemente semplice.
l’emozione, almeno per me, non sta quasi mai nella storia, ma nelle immagini che la parola riesce a evocare, come nel ritmo determinato dalla musicalità delle parole e dalla costruzione del periodo.
“La nera schiena del tempo”, per esempio, immagine che Javier Marias utilizza spesso, ha toccato in me delle corde profonde, ma sicuramente ha un significato differente sia per lui che ha scritto quelle parole, sia per chiunque altro le legga.

direi quindi che tutti siamo scrittori ma non tutti siamo SCRITTORI PROFESSIONISTI.
questa netta separazione che Murakami opera tra lo “scrittore professionista” e lo “scrittore e basta” potrebbe bastare affinché ognuno occupi il posto che gli compete. il primo, lo scrittore professionista, è in grado di fare un buon editing al proprio scritto e a quello di altri. ha la capacità di scrivere più di un romanzo e che non sia soltanto la propria autobiografia, il primo ha dei progetti, non butta giù un po’ di righe per il gusto di farlo. e direi anche che lo scrittore professionista conosce la differenza tra un testo ben scritto e un una bella opera.
leggo romanzi ben scritti ma che non fosse per lavoro non leggerei mai. privi di personalità, costruiti ad hoc su manualetti made in U.S.A. e niente sorprendenti.
leggo bei romanzi, quelli che il 70% dei miei amici definirebbero “mattoni pieni di pippe mentali” (le pippe mentali sarebbero le digressioni), e sono quelli che rileggo nel tempo, e dopo anni mi fanno lo stesso effetto, e sono ACCURATI, lirici, eterni.
ma per fortuna siamo diversi. anche se poi abbiamo tutti la pretesa di scrivere capolavori, mentre basterebbe un po’ di sana ambizione e senso critico, perché ognuno tornasse tranquillo a far ciò che gli compete.