senza mani e con le bolle

i libri che leggo sono campi di battaglia. ora, con le prime edizioni cui mi sto interessando faccio più attenzione, uso post it colorati anziché ripiegare gli angoli e scrivere appunti a penna, come viceversa feci a 13 anni con Gombrowicz, così da sapere anche di quale argomento mi sia entusiasmata tanto, quale passo mi abbia mandata in estasi nel cuore della notte.

quindi sono 2 anni che cerco un interessantissimo passo sulla tecnica del pompino. ora non ricordo se di questi fondamentali abbia scritto Philip Roth nel Teatro di Sabbath, se non erro durante la narrazione della coppia di amici e il carteggio (scritto con diversa font) tra il protagonista e la sua studentessa, oppure Houellebecq nelle Particelle elementari.

il passo è interessante perché critica aspramente la tecnica di aspirazione e risucchio che molte vantano sui social, una modalità di approccio delle giovani d’oggi allo strumento (o mezzo) fin troppo aggressiva; iperattive, esperte come attrici porno – ripete lo scrittore – sono poco inclini alla pausa, al riposo, a quello che in musica è il silenzio, elemento  fondamentale per rendere il godimento più intenso. farlo senza mani e producendo bolle, infilaselo fin dentro senza mai una pausa è roba buona per il circo.

vantarsene, invece, è roba da casalinghe disperate.

qui Pioggia Dorata

qui l’ultima uscita per Castelvecchi. a gennaio un nuovo romanzo.

Robina pseudo Acacia, libri e sesso orale

giuro, esiste un collegamento tra questa pianta, la letteratura e i rapporti orali.

un libro non è sempre letteratura. a parte che talvolta è un orrido Manuale del tipo: L’arte del pompino, che, se scritto bene sarebbe pure formativo e ci porterebbe in salvo da certe esibizioni con ingoio e bolle, perché, come scrisse Houellebecq, è difficile farsi fare un pompino fantasioso da chi ha solo Youporn come maestro, e che quando te lo ciuccia sembra voglia consumartelo.

comunque, torniamo a roba meno seria. perché un romanzo non lascia neppure un alone di ricordo, diversamente da un pompino mal fatto, se non tocca il cuore, la mente, la memoria, che spesso è comune tra autore a lettore. parlare di cose che si conoscono non può voler dire consumarsi in descrizioni poetiche di cose che soltanto l’autore conosce. lo può fare per 20 pagine, non per 70, poi annoia, tritura, esaurisce. posso perdonare Magris, ma non l’editor che sa la tira un sacco e che certamente non mi parla dei forni crematori a Trieste. lo diceva Cesare de Michelis (fu Marsilio) che un libro non è pubblicabile se non ti prende la smania di leggerlo: in treno, a colazione, a pranzo, in pausa.

ora, non voglio accanirmi sul lavoro dei moderni consulenti editoriali che ormai sono anche gli unici che pubblicano, e tengono famiglia, anche perché io conto meno di zero ( o di un pisello moscio giacché siamo in tema): ma come fidarmi di uno che pubblica un romanzo nel quale a pagina 70 (su 180)  conosco a menadito il territorio nel quale il personaggio si muove, tutto quello che mangia, ma non so com’è la sua faccia o la sua voce, o il passo?

parecchi anni fa in Italia fu importata dagli USA la Robina pseudo Acacia. è una pianta pacifica se cresce sui margini delle autostrade o delle provinciali, sulle statali o nei giardini delle città spesso spogli. il guaio è quando l’arbusto non autoctono s’insedia in un bosco, perché è lì che soffoca le nostre querce, divora i castagni, i larici, gli abeti, i roveri, i faggi.

e tra 30 anni avremo soltanto pseudo Acacie nei nostri boschi.

qui Pioggia Dorata, sesso di classe e non di genere, un po’ sfacciato, sì.

qui Conversazioni Sentimentali in Metropolitana

 

pompe a chilometri e sesso di scambio

no, non sto parlando di pompe di benzina, ma di pompini.
questa è stata l’ultima battuta dell’incubo di stanotte, durante il quale, a cena da un grande editorialista che me l’aveva chiesta anche nella realtà, la pompa, senza garantirmi un’uscita editoriale importante, dicevo che come per la pizza le pompe oggi vanno fatte a metraggio, anzi, a chilometraggio.

chi mi conosce sa che per una vita sono stata vittima, come tante, di ricatti sessuali, Justine 2.0 la racconta tutta, soprattutto che per una vita ho detto di no, perché altrimenti sarei altrove. per il doppiaggio, per il cinema e il teatro, c’è sempre stato un invito a cena prima della firma del contratto.
ho detto di no, perché darla bene è una vocazione, ed io di vocazione son soltanto una che ama gioiosamente e mai per calcolo. e poi, quand’anche fossi riuscita, e mi è capitato, di fare il colpaccio, non sarei mai stata in grado poi di ricattare, estorcere, battere i piedi e ottenere.

continuo a pensare che l’80% dei maschi di potere si senta inadeguato rispetto a una donna autonoma, talentuosa e intraprendente, e che domandare fica in cambio di favori è quanto di più primitivo e vile possa esserci. come donna, e scrittrice e intellettuale (ossia una che non si adegua al pensiero degli altri e delle altre), non dico di no per moralismo, non sono una vetero femminista con i baffi e ne ho fatte più di Carlo in Francia, dico di NO perché punto al successo dell’intera categoria, di tutto il genere, e non di chi sa darla bene e sempre sarà giudicata per come l’ha data e non per ciò che sa fare.

un po’ pompini, un po’ Murakami

oggi non è più il sesso che scandalizza.
una casalinga su tre ha scritto una trilogia erotica.
una su due ha un blog.
tutte si autoproclamano regine del blowjob.
sui social, twitter in particolare, non c’è donna che non menzioni pompini: un po’ pompini e un po’ Murakami.
sesso e letteratura sono un binomio vincente con l’hashtag giusto.
pazienza se la carta di credito registra zero acquisti su Amazon.

se ci aggiungiamo l’ironia pungente di chi vive dietro il monitor e non ha nulla da perdere, neppure un nome, ecco che vediamo vere bombe del trascinamento di coscienze, guru digitali che, tra RT e menzioni, mettono assieme un gran numero di soddisfazioni.

mia nonna non potrà assistere a questo sfacelo.
fanno a gara per essere qualcuno.
sono qualcuno finché hanno un pubblico.

copiando e incollando si sentono realizzate.
femministe fin quando conviene, perché va di moda, perché sennò creano dissenso, resistono finché non incontrano quella che proprio gliele fa girare e allora van giù di “zoccola”, e “bottana” che è un piacere.
nulla è per loro sconveniente a parte una cultura ben piantata nella sintassi e parole che profumano di libri veri.
i condizionali le fanno andare in bestia di brutto.
l’uso di un vocabolario meno popolare anche.
per non parlare delle subordinate, che fanno perdere loro il senso della misura.

quelle che ci sono, quelle che ci fanno e quelle che ci provano.

Siamo troppe e tutte così noiosamente simili che fossi un editore sarei afflitto da una perenne nausea.
Parlo delle scrittrici. Insomma sì, tra quelle che ci sono, quelle che ci fanno e quelle che ci provano è difficile distinguerci se non leggendoci. Il che nemmeno è detto.

Forse è perciò che preferisco definirmi una libera professionista del pompino. Insomma, sarebbe logico mi distinguessi dalle altre grazie alla mia lingua, almeno. Eh lo so, non si può.
Quindi vorrei, se possibile, cambiare look.

Ora che ho dato un’occhiata a un po’ di profili FB, penso che rinuncerò alle foto di copertina e alle mie gatte: nemmeno mandano in stampa la prima bozza e se ne fanno almeno due, di gatti. Fa tanto Duras.
Anche l’aria aggressiva da “io la so più lunga di te perché m’hanno messo le mani addosso quand’ero bambina” vorrei lasciarla a loro.
Il primato della sofferenza non mi serve.
Non devo vincere nessun premio.
Rinuncio volentieri anche all’aria da sapientina che addosso non mi è mai stata bene.
Alla ventesima copia venduta ci si sente tutte come unte dal “signore della Crusca”.
Facciamo che la grammatica ognuno se la corregge da sé, e che scrivano pure “the” anziché tè.
Perché interessarmi degli errori altrui rischiando di confondermi con foggiana, la leccese, la romana e la torinese?

Tanto poi si casca sempre su storie d’amore.
Quest’estate ho letto almeno trenta alette di copertina che parlavano di una quarantenne in crisi che cambia vita.
E le dice anche culo!, cazzo di colpo di scena!
No, non si può giudicare un libro dalla copertina. Né si può giudicare un libro da quanti like riceve. Né una scrittrice da come si atteggia sul web.
Però ho deciso d’iscrivermi a un corso per ricamatrice.
Spero proprio di non ritrovarmele tutte lì, magari tra un anno, con il look da esperte di ago e filo, il tombolo nella destra e l’Iphone nella sinistra per le selfie al ricamo, che millantano chissà quali abilità nel rammendo del cachemire.