Chugi

tratto da Pioggia Dorata, Giazira Scritture 2015

Si trattava di un fatto realmente accaduto in Giappone, le aveva assicurato prima di cominciare e prima ancora di adagiarsi sul divano.

«Un Master aveva ordinato all’amante di aspettarlo fino al suo rientro, nuda e immobile al centro esatto del piccolo giardino. Sai… – s’interruppe – i giapponesi hanno una cura maniacale per i particolari e la creazione delle simmetrie». Riprese.

«Aveva ricevuto una chiamata dall’ufficio, doveva uscire per un imprevisto ma sarebbe rientrato nel giro di due ore, l’aveva rassicurata carezzando dall’alto la fronte della donna che, come con un cane, stava ai suoi piedi. Poi ribadì che si aspettava di trovarla esattamente così come l’aveva lasciata: esattamente, scandì, esattamente dove ti ho lasciata. La submissive dagli occhi a mandorla chinò la testa come si conviene. Si spogliò davanti a lui mostrando remissività», sottolineò e spostò lo sguardo sulla parete spoglia alla ricerca dello sguardo della giapponese, confrontandolo poi con quello della donna che, in piedi sulla porta, lo guardava con espressione purtroppo neutra.

«Dopo avergli leccato le suole delle scarpe – ricominciò con evidente rammarico – la giapponese andò a sistemarsi in giardino, proprio dove lui le indicava tendendo il braccio come una freccia, sotto il mandorlo appena fiorito, accanto al filiforme muretto di pietra, di fronte alla fontana zampillante e alla tartaruga nera rivolta a nord».

L’uomo si compiacque per lo sforzo creativo appena profuso. Poi cercò ammirazione negli occhi della sua unica spettatrice, che invece li aveva abbassati in fretta, e ricominciò. «Benché facesse freddo la donna non si ribellò. Nonostante sarebbe stata esposta agli sguardi di passanti e vicini non pensò nemmeno per un attimo di contraddirlo», e di nuovo guardò la sua donna che ancora senza ombra d’incredulità nello sguardo, o di apprensione, si teneva stretta tra le braccia conserte ed era bella da togliere il fiato. Inspirò. Riprese.
«Così il Master nipponico andò in garage e quando ne uscì vide la sua donna sparire nel riquadro dello specchietto retrovisore. Un minuscolo corpo armonioso all’interno della perfezione del creato».

Il Master rise tra sé. «In ufficio partecipò a una riunione e poi a un’altra. Infine, convocato dal vice direttore, seppe che all’alba sarebbe dovuto partire per Kyoto, causa un bug di sistema di un’azienda consociata. Un’emergenza cui soltanto lui poteva rimediare. Una richiesta che non pensò per un secondo di contraddire. Una mancanza di rispetto che mai avrebbe pensato di praticare». Scrollò il capo sorridendo di nuovo. Si compiacque ancora per quei guizzi poetici.

Inspirò. «Erano le due del mattino quando il giapponese si appisolò alla scrivania. All’alba era in aeroporto da dove provò invano a chiamare l’amante. Doveva avvertirla! Così chiamò e richiamò, agganciato a un telefono pubblico – i cellulari ancora non esistevano – sperando che lei decidesse di trasgredire all’ordine.

La donna in ginocchio in giardino sentiva il telefono squillare senza sosta oltre la sottile parete di carta di riso, ma nemmeno una volta pensò di alzarsi da lì per andare a rispondere.
Non era la prima volta che i loro giochi si protraevano per giorni, fino allo stremo, allo strazio assoluto, al sacrificio abissale.

Il tecnico era partito dalla capitale che c’erano ancora i mandorli in fiore», disse dopo averla scrutata di nuovo, la submissive nostrana, ancora immobile, ancora calmissima. «Così, il tecnico scoprì che a Kyoto si sarebbe dovuto trattenere più del dovuto. Un caso, niente di più che un dannato caso!» mise a postilla mentre si grattava il mento guardando nel vuoto, in cerca del filo da riprendere.

«Passarono alcune settimane che divennero mesi. L’ingaggio prevedeva un lavoro di ripristino dati e la formazione di nuovi tecnici. Ogni giorno l’uomo chiamava l’amante che però continuava a non rispondere. Pensò volesse fargliela pagare, che forse era stufa – la guardò di sottecchi – e che, stavolta, in effetti, aveva esagerato. Infine, mettendo da parte ansia e senso di colpa, concetto credo sconosciuto ai giapponesi non di fede cattolica, pensò che, tra l’azienda e lei, dovesse più lealtà alla prima e che perciò, comunque fosse andata, aveva fatto la cosa giusta.
Infine, successe una domenica di gennaio durante una cerimonia al Tempio, l’impiegato della multinazionale incontrò una lontana parente che gli era stata destinata in sposa dalla famiglia. In Giappone si fa ancora così», precisò per prevenire qualunque domanda della donna che, sulla soglia, stava ancora immobile, le braccia ancora incrociate sul petto, lo sguardo ancora imparziale e freddo.

«Per il rispetto e la lealtà che i giapponesi nutrono per le tradizioni e lo Stato, l’uomo si piegò al volere della famiglia fermandosi nella città delle campane il tempo utile ai preparativi delle nozze. E più si avvicinava quel giorno, più la sposa gli stava accanto, più diminuivano i colpi di telefono all’amante, ridotti ormai a rari squilli nemmeno troppo insistenti.

Quando tornò a Tokyo la neve si stava sciogliendo.
La sua amante fu ritrovata in giardino, ancora in ginocchio, le mani giunte in preghiera così come lui l’aveva lasciata in primavera.
Ma il fatto bizzarro, l’aspetto spaventoso di tutta questa vicenda – s’infervorò l’uomo sul divano – fu che la denuncia alla polizia arrivò da una vicina di casa della submissive il giorno stesso in cui lui atterrò a Tokyo! Forse nel momento stesso in cui oltrepassò il Gate!».
E l’uomo ci mise talmente tanta enfasi, da doversi alzare dal divano per poi risedersi, una “ola” di entusiasmo del proprio sentimento più intimo.

«Si chiama Chūgi», aggiunse portando la voce fino in cucina dove la sua amante si era spostata, evidentemente per nascondere una chiara espressione di condanna mista a disgusto. Lui lo sapeva. Lei non era pronta, lei non capiva. Una provinciale del cazzo, una ragazza creativa ma un po’ stupida.

«Chūgi! Ricordatelo, capra!», concluse poi con un sorriso soddisfatto.

Passò lo sguardo sul tavolino di vetro abbassandosi leggermente per osservarlo controluce, si rimise dritto sulla schiena e lodò, ovviamente tra sé, la totale mancanza di polvere.

che cosa è cambiato

  • che cosa è cambiato da quando non scrivi più libri erotici?
  • che non perdo tempo a rispondere a degli imbecilli che mai leggeranno un mio racconto, ma che pretendono di avere con me conversazioni private
  • che cosa è cambiato da quando non scrivi più libri erotici?
  • se li definisci libri erotici è perché non li hai mai letti
  • che cosa è cambiato da quando non scrivi più libri erotici?
  • che non devo convincere il lettore che non sono libri erotici, ma storie con del sesso attorno
  • che cosa è cambiato da quando non scrivi più libri erotici?
  • che non devo più giustificare la mia antipatia per Anais Nin
  • che cosa è cambiato da quando non scrivi più libri erotici?
  • che non devo dimostrare di non essere una scrittrice di genere
  • che cosa è cambiato da quando non scrivi più libri erotici?
  • ma io non ho smesso di scrivere libri erotici. la mia è tattica.

 

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Tra pochi giorni in libreria il mio quarto romanzo Io e il Minotauro 

artisti a stipendio

rivendico a gran voce il coraggio dell’artista puro, di chi già al liceo aveva la testa al palcoscenico e perciò era sempre impreparato, umiliato dalla propria stessa intelligenza: mi meraviglio di te, che brutta delusione, torna al banco.

sì, faccio il tifo per chi ha scelto la strada meno certa, all’orizzonte l’ipotesi di finire in un ospizio pubblico in braccio a un’infermiera sadica; applaudo soltanto chi, come tanti attori e musicisti che resteranno nella storia, è rimasto in punizione chiuso nella propria stanza, durante una giovinezza piena di “ma dove credi di andare tu”.

non contemplo nemmeno l’eccezione rarissima alla regola dell’ottuso che, anziché starsene buono in platea, e applaudire e imparare, giggioneggia recitando per anni sempre lo stesso Pirandello, il petto gonfio di soddisfazione, la qualifica di “artista” sul profilo FB. lui, che ha la compassione del tergicristalli in movimento sul cadavere di un moscerino, che non sa neppure come si sta in quinta, come ci s’inchina al pubblico, come s’impagina un romanzo o si arreda un camerino, ma che ha quattrini sufficienti per pagare perfino il pubblico. lui, che rompe il silenzio degli eterni scontenti, che ha voluto e potuto replicarsi, sicuro e certo di lasciare ai discendenti una casa con mutuo pagato, e che a sessant’anni, e con 15 mensilità sicure, si permette battute umilianti sul vecchio artista che si muove sul palco come un triste clown.

lui, che si è risvegliato all’arte a cinquant’anni, non e non sa cosa significhi fare marchette, salire le scale del Monte di Pietà, lavorare a serata in pizzeria o vivere in una casa condivisa fino a 40 anni, non merita che il rumore che produce.

oggi le mie meditazioni andranno a un artista puro, Kirk Douglas, che ci ha lasciati all’età di 103 anni.

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tra pochi giorni in librerai il mio quarto romanzo “Io e il Minotauro” edito da GiaZira scritture

ma fregatene e buon Natale

mi dite: fregatene, ma che cosa vai a guardare.
e intanto tizio dichiara pubblicamente che i suoi romanzi ci lasceranno piacevolmente stupiti, ma dimentica tutti gli accenti. gli si fa notare che avrebbe bisogno di un correttore di bozze. lui si offende a morte, mentre noi nazigrammar restiamo con l’indice sospeso, e confessa che nella vita fa tutt’altro, ma scrive per passatempo, non ha autocritica, scrive di pancia e se ne frega della forma perché bada alla sostanza.
mi passano per la mente gli scrittori suicidi per eccesso di autocritica. tanti.
mi dite: fregatene, lasciali stare. quindi io posso proclamarmi psicologa perché so dire le parole giuste agli amici?
(poi vado a fare la spesa).

 

Buona vigilia, buone Feste. Augurandoci un anno di severe autocritiche e di romanzi impeccabili.

la benedizione dell’eros

– comunque l’eros è una benedizione
– non per me, giacché ti ho già scritto che non lo leggo e non lo scrivo.
perché sesso non è necessariamente quello che ci impongono, non è un gioco divertente, non sempre. può essere anche solo disperazione, o fobia, accanimento, tic nervoso, un modo come un altro per affermare se stessi, per trovare lavoro e apprezzamento. è moneta di scambio lo sappiamo tutti. prova di coraggio e di forza. gioco tra carnefice e vittima.
Simenon doveva fare sesso almeno due volte al giorno, lo racconta chiaramente nelle sue Memorie intime. non poteva farne a meno. e che cos’era, eros o nevrosi? una mia amica viaggia per tutta Italia per la sua scopata settimanale con sconosciuto. poi torna a casa dai bambini e dal marito e cucina torte torte giganti. più sono umilianti gli incontri fuori casa più lei cucina e prende chili. che cos’è questo? calze a rete e seduzione rosa o qualcosa che si può scrivere senza essere etichettati?
forse no.
non io: sono una donna.