dare spettacolo

seppure democratica, giovane, e nota sostenitrice della pedagogia moderna, la locuzione preferita da mia madre, ereditata da nonna Elena che sicuramente la usava per mia zia, (perché c’è sempre una zia ribelle in ogni buona famiglia), era:”non dare spettacolo” e, sussurrate, al Circolo Unione, della Vela o al Trampolino, nota spiaggia un tempo ben frequentata, tutte le sue infinite variazioni: “se hai finito di dare spettacolo possiamo andare”, o “se sei venuta qui per dare spettacolo io me ne vado”, ma anche, “grazie per aver offerto spettacolo al pubblico generoso”.

la provincia si è sempre distinta per la predilezione verso i fatti altrui. anche adesso che si è allargata i suoi abitanti spendono un mucchio di tempo a guardare nelle faccende degli altri, meglio se persone in vista, bersagli mobili da tirar giù a forza di cattiverie.
mi è bastato stare qualche giorno al trullo di Marella per capire che la città che ho abbandonato non è cambiata, l’animo sempre quello del negoziante levantino che sta sulla porta e fa la classifica dei culi che passano, o delle madri apprensive che stilano per le figlie la lista dei maschi più papabili sul mercato, badando che si conservino vergini il più a lungo possibile.
provare per credere.

comunque negli anni ottanta davo molti spettacoli. almeno un paio al giorno. anche prima di scegliere il teatro di prosa come materia di studio.
durante il ginnasio preferivo frequentare i mercoledì letterari dove sedurre vecchi professori e provare loro che l’esistenza è anche vita, piuttosto che stare in compagnia dei miei coetanei, al sicuro secondo mamma, a difendermi dai loro poco perspicaci ormoni.

la separazione tra bene e male, allora, era qualcosa che non aveva nulla a che fare con la realizzazione di sé o con il raggiungimento di uno status sociale soddisfacente. era piuttosto il rispetto di certe regole di buona educazione, morali addirittura, se la parola non vi spaventa.
e dare spettacolo non era un’attività ben vista.

e niente, vi piacciono assai i pettegolezzi

lo scrive Desmond Morris in più d’uno dei suoi trattati che il momento migliore per fare pettegolezzo è durante lo spidocchiamento, parlo delle scimmie, che si scambiano versi a noi incomprensibili ma che significano all’incirca: Tizia ha scopato con Caio, Sempronio ha rubato l’albero a Giovannello, eccetera. ma noi non stiamo messi meglio.

nel 2015, durante le invasioni barbariche, di ignoranti, cafoni e burini, di conferenzieri del web, quelli che tralasciano volentieri l’uso corretto degli accenti, ma anche di giornali e libri, tutto è gossip; non più voli di fantasia ma racconti al presente e in prima persona del nostro rapporto con la ginecologa, come se lifting, malattie, tossicodipendenze e disordini alimentari, fossero per il lettore questioni prioritarie. i social non ne parliamo nemmeno, e nessuno ormai si pone il problema della veridicità delle notizie, né della riservatezza, propria e degli altri. si scrinsciotta, si fotografa laGGente senza chiedere permesso. tutti blaterano inutilmente e inutilmente tutti concludono di aver ragione.

ci si masturba quotidianamente sulla cronaca nera. su quei giornali patinati che mia nonna, per pudore, perché era una donna perbene, perché “stava male” cibarsi della morte altrui, teneva nascosti sotto il bancone del negozio, pregandomi, se sorpresa a leggerli, di non dire niente a mio padre.

fa più notizia il falso appello di Natalie Amyot (e andate a cercarvi chi è), che l’uscita del nuovo romanzo di Franzen. ci vuole una corazza per sopravvivere.

l’arte del rischio

qualcuno mi ha domandato pubblicamente perché sui social e su questo blog mi espongo tanto, perché, anziché far girare voce in DM, spettegolare e fare la servetta, rassegnarmi al nepotismo e a chi pubblica mediocrità, scrivo tuit salaci senza nascondere il bersaglio dei miei strali: pressapochismo, superficialità, banalità, imprecisione. che siano editor o case editrici famose, impiegati a stipendio fisso che rubano spazio ai creativi. casalinghe che ingrassano le fila degli imbrattacarte scrivendo trilogie rosa.
mi espongo perché sono una di quelle che avverte la signora della sua calza smagliata o della macchia di cappuccino sul naso piuttosto che starla a guardare, sollevandomi a suon di risatine e di “poverina lei”.

i giochini sui social sono quelli fatti all’asilo: non interagisco più, non ti rituitto mai, ti metto in un angolo.
pensate me ne fotta qualcosa di chi va dietro alle mode senza farsi un’opinione propria?
di chi rituitta uno scrittore senza aver mai preso un suo libro in mano?
credete veramente siano i numeri a fare il talento?
che questa moda delle tuitstar durerà a lungo?
molti non sono neppure in grado di leggere una frase di senso compiuto, e se sono in grado di leggerla forse non riescono a capirla.
e io non voglio amici, non sui social. gli amici si guardano negli occhi.
cerco persone che se citano Sciascia lo abbiano almeno letto.
qualcuno che si ricordi di una frase di vero cordoglio, della stima mostrata un tempo, delle parole di affetto sincero, non soltanto della divergenza di opinioni su un dato argomento politico.
e a ogni defollow penso di non avere perso né un lettore né un amico.