in amor vincono tutti

siamo così belligeranti che ci armiamo anche in amore. ieri cercavo qualche banalità astrologica da far dire a un personaggio: come ama l’uomo del Leone. Achille, l’ex camerata di Proibito ’50, raccolta di racconti sulle parafilie nel dopoguerra, lui, forse, è più segno d’acqua che di fuoco, ma va bene lo stesso; posso anche non definire troppo certi aspetti che servono soltanto a me, che il lettore ignorerà.

insomma, la prima astrologa sosteneva che il maschio in questione abbia grossi problemi a fare il primo passo perché orgoglioso assai, la seconda, specializzata in consigli da Donna Clara, scriveva che il Leone se vuole prende, e che se non prende allora non vuole e quindi bisogna ingolosirlo. da lì la lunga menata del “in amor vince chi fugge”, che il maschio vuole la preda e che la femmina deve farsi gazzella: non rispondere, assentarsi, mostrarsi disinteressata, insomma, fingere.

intendiamoci, adoro fare la parte della femmina al 99% come direbbero alcune su twitter, mi piace stare sotto e farmi chiamare troia (lo so che son cose che si fanno e non si dicono, ma voi mi amate proprio perché le dico), sebbene non disdegni di essere amazzone mi piace sentire la forza “maschia”, mi piace il gioco di ruolo (purché non preveda il travestimento che è roba da impiegati del catasto e mi fa ridere); faccio sesso con passione, non amo i lunghi preliminari, semmai si gioca dopo, voglio arrivare in fretta al dunque; è sempre l’attrezzo a intrigarmi: la mia indole di Slave mi obbliga a godere del piacere dell’altro, anzi il mio godimento è soltanto lì.

ma fuori dal letto (o dal cesso, o dal sottoscala, o dal vicolo) non amo le tattiche, perché credo che in amore si vinca tutti. perché anche a scegliere l’uomo sbagliato ci vuole talento, e anche a ostinarsi nel volere uno che palesemente non ci vuole, forse, c’è del piacere. 

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qui il mio quarto romanzo Io e il Minotauro

 

Tagli

sono pervasa dall’emozione quando revisiono prima di chiudere l’ultimo capitolo, prima di scrivere le ultimissime pagine. perché anche se il capitolo finale ce l’ho dentro da un po’, rimando l’addio definitivo quasi fosse un amante perfetto.
così come non riesco a più a rivederlo dopo l’ultima revisione, quando il mio sguardo amorevole si è ormai spostato su altre esistenze e altre storie.
il finale di Justine 2.0 l’ho scritto dopo aver firmato il contratto. il finale è sempre un colpo al cuore.

di questo sesto romanzo ho amato alla follia tutti i personaggi, soprattutto quelli minori, cuori allo sbando in una società tra pochissimi anni ripiegata su se stessa, tra pochi anni, ma forse anche oggi, completamente asservita al gusto della massa; le maschere crudeli del vecchio Donadieu, sadico giardiniere coltivatore di cannabis, e il suo padrone, QuartoStato, il cattivissimo della vicenda, l’espressione imperturbabile e il cuore di pietra dell’uomo di potere che nasconde la fragilità del maschio qualunque, basso, calvo e impotente. Amo Etta, la schiava di Donadieu, innamorata del proprio aguzzino fragile e solo, e il russo dal nome impronunciabile che fa il tiro al bersaglio sui cigni e si masturba su settimanali di gossip che mostrano volti deturpati dalla chirurgia estetica.
come un giorno mi disse Luca Ronconi, io sono fatta per le tinte forti, per la commedia dell’arte e la farsa, non per il dramma novecentesco.

ora taglio. taglio concetti già espressi che non hanno bisogno di essere approfonditi, ripetizioni e aggettivi in avanzo. talvolta aggiungo, unisco o separo, e già soffro per l’inevitabile e prossima separazione.