le ombrelline

ormai la storia la conoscono perfino le mie gatte. il Governatore della regione Abruzzo D’Alfonso, PD, tra l’altro indagato per corruzione eccetera, assieme ad altri signori uomini, tutti PD e tutti elencati sui numerosi articoli di sdegno usciti nelle ultime ore, tengono una due giorni a Sulmona, dal titolo calzante per l’occasione: Fonderia Abruzzo, laboratorio di idee nuove e visioni per il futuro.

fa un caldo da schiattare, e in alternativa a quattro pali piantati ai lati del palco, con un bel lenzuolone bianco a fare da copertura, o a parasole acquistati in qualsiasi catena di supermercati, o a un leggero gazebo comprato al volo all’Ikea di Sulmona, (perché ce n’è una anche lì), o presso il fornitissimo Leroy Merlin, l’organizzazione sceglie di assoldare quattro ragazze che reggano gli ombrelli sulle capocce pensanti degli onorevoli maschi. ovviamente, per il PD e l’organizzazione questa è tutta una montatura, perché non si poteva fare altrimenti, come se, appunto, Sulmona fosse il deserto del Kumtagh.

quindi le discussioni su FB: colpa delle donne che hanno accettato, o colpa di chi ha avuto la brillante idea di trasformare un dibattito sul “futuro”, in una scena del passato  che invece ci parla di oggi, e del fatto che non è cambiato niente, e da ambo le parti, perché siamo sempre quelle che alla Festa dell’Unità stanno nel retropalco a girar salsicce e porchetta e son pure felici.

personalmente son stata ricattata tante volte, sia quando facevo teatro sia oggi, addirittura da un direttore di banca che doveva decidere se concedermi uno scoperto per la mia azienda. senza distribuire “colpe” in giro, perché non sono dio, credo che se la si piantasse innanzitutto di sentirci vittime e si dicesse “no” per prime, denunciando subito l’accaduto, o ricattando a nostra volta, che si tratti di palpeggiamenti o scatti di carriera o di ombrellini, inizieremmo una vera rivoluzione, perché se aspettiamo che il gran Visir capisca che farsi sventagliare da una donna è una cosa da medioevo, stiamo fresche.

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non mi va di spiegarti perché voto #PD

non mi va di parlare di politica a colpi di 140 caratteri e non mi va di farlo oggi che mio marito torna da Sanremo. non mi va di spiegarti perché voto PD perché in caso dovrei confessarti che lo faccio perché non ho alternativa, e che il Movimento che tu frequenti, e involontariamente rappresenti, ragazzo dall’occhio bovino che ti ostini a trascinarmi in una discussione social in cui non voglio stare perché sei un violento, non m’interessa, perché non mi piace il suo leader, le sue regole, i suoi adepti, compreso tu che mi dai dell’autoreferenziale soltanto perché non mi va di risponderti.

qualcuno lo ha scritto anche di Murakami, che è autoreferenziale, parlando del libro l’Arte di correre, l’unico nel quale lo scrittore giapponese abbia raccontato un’esperienza personale, insieme a quello sul Jazz, credo. ah. finalmente. che figata. ho anche questo in comune con il Maestro del romanzo surreale, oltre le Mizuno; erano mesi che nessuno mi accusava di essere una che fa riferimento soltanto a se stessa perdendo contatto con la realtà esterna,  infatti non c’è una delle mie storie dove parli di me, mentre tu, che pretendi la mia attenzione a ogni costo, fai la parte di quello cui si è bruciato il cervello.

la personalità fa male a chi non ce l’ha. e nessun frequentatore di social può permettersi di dare dell’autoreferenziale all’altro, soprattutto se protetto da nickname, nessuno è immune dall’egocentrismo cronico, e da quello ipertrofico, perché il social è di default una vetrina, anche per lo schivo e il timido; stare su twitter e Facebook significa di per sé esaltare il proprio ego, raddoppiarlo, portarci dentro le proprie esperienze, cosa che, tra l’altro, faccio con gran cautela. personalmente ho soltanto due account che spesso chiudo per mesi. tu hai sicuramente almeno 10 profili aperti e chissà su quante altre piattaforme.

comunque non ti rispondo perché sono libera di farlo, perché stare sui social non può essere una condanna, e perché mi hai rotto il cazzo.

Marité e Equitalia

«ti giuro che non volevo», mi dice Marité affranta.
«ho perfino cercato su Internet: “impiegati Equitalia assassinati”».
sento l’aspirapolvere che ingoia moquette: è il filippino del giovedì.
«pensi mi sia fatta karma cattivo?».
«eh, una manciatina amica mia. dipende anche dalle intenzioni».
«ah, però non sono stata su Youporn la sera della vittoria del NO, giuro», mi rassicura Maria Teresa, la mia amica che con tre lauree fa marchette per fare la spesa.
«che poi, a proposito, li vedi come sono diventati più umani gli impiegati di Equitalia?, che prima di Natale fanno fermi e pignoramenti a mezza Italia?».

sento che smanetta al PC.
«ma li hai mai incontrati dal vivo?, sai come sono fatti?, se come noi hanno occhi, naso e bocca?, o se espellono fluidi verdastri mentre parlano di more ed esecuzioni… a volte penso siano come i vincitori al Superenalotto, esseri che esistono ma anche no. allora, come sono?», domando io, curiosa, e riprendo «ecco, Marité, potrei scrivere “vita e morte di un impiegato di Equitalia”… un’ottima idea per un noir».
Marité annuisce entusiasta.
«perché devi avere un cuore di pietra e l’anima in cantina per decidere di diventare uno strozzino, adducendo come scusa che fai il tuo dovere».
mi spara tre “sì” uno dietro l’altro, non ho mai sentito Marité così alterata. anche gli angeli delle puttane sono spariti dal suo attico ai Navigli.
«leggi qui, leggi quanto è diventata umana e vicina al cittadino Equitalia…».

leggo, resto a bocca aperta.
«quindi non è vero niente?».
«perché?, hai mai creduto che i politici facessero il nostro interesse?, che invece di mettere le mani sui grossi capitali -e ce ne sono-, continuano ad affamare le famiglie, piccoli imprenditori, liberi professionisti?, hai mai creduto in una politica così amaramente libera, che riempie le nostre città di ipermercati uccidendo i piccoli negozianti?».
c’è silenzio adesso. anche il filippino ha spento l’aspirapolvere.

«hai mai visto un elefante che vola? un deputato del PD che non abbia almeno la villa a Capalbio?, o due stipendi più vitalizio?», Marité, arrabbiata come mai l’ho vista prima.
«sei ancora in cerca della sinistra?», io, dolcemente.
«sì, speriamo nel Congresso, come dice Cacciari», ride amara, riaggancia, poi m’invia un sms: è una vita che sto sulle barricate.

Qui il mio ultimo romanzo

la vecchia scuola

sono confusa. allibita. incazzata.
credo che certa gente non abbia mai fatto politica. o quantomeno ci crederò se vedrò tessere di partito o filmati. e a questo punto mi manca la prima Repubblica.
tanto nella seconda non è cambiato niente.
nessun commento, nemmeno un po’ di Je suis Eternit da pare di quelli sulle barricate, che sbraitano, insultano, fanno propaganda tirando colpi bassi. casalinghe con tricolore e hashtag, Miss firmate fino al culo con case vacanza e servitù marocchina che difendono De Luca, gommisti di Centocelle che fin qui si sono interessati soltanto ai calendari Michelin e che combattono per il loro leader a suon di insulti.

forse sono diventata di destra come il mio amato Romain Gary, ma io questa sinistra la ripudio.
me n’è capitata una, ieri, che non sapevo se ridere o domandarle dove si trovasse, per raggiungerla e constatare di persona se fosse vera.
quando ho iniziato a riwittare @renzi i suoi insulti ha sostenuto: a bella, io non voto Renzi!, t’è annata male!
allora le ho domandato come mai sulla biografia di twitter avesse questa scritta: “Romana e di sinistra. Appoggio Renzi perché credo che abbia il coraggio di fare ciò che la sinistra avrebbe dovuto fare 20 anni fa“.
è una fase momentanea, mi ha risposto.

ma allora li pagano.
allora sono grillini travestiti da piddini. è gente raccatta per strada. perché una che dichiara di essere stata in Democrazia Proletaria e afferma che le banche sono necessarie o mente ora o mentiva prima, o viene da Marte.
mi dispiace anche bannarli, perdere così certe testimonianze di imbecillità.

ho l’esempio di una buona politica, il ricordo lontano della disponibilità a far capire all’interlocutore ostile da che parte fosse più giusto stare, la dialettica, la ricerca di argomentazioni. oggi abbiamo algoritmi, fake, troll.

e il desiderio di disertare le urne per sempre, mi serra la gola assieme al pianto.

l’intelligenza è un afrodisiaco

«beh, sì, lo ha scritto ieri su FB il mio amico Paolo: l’intelligenza è il più potente afrodisiaco che ci sia».
«più delle ostriche?»
«non credo», io, che a quest’ora del mattino mangerei spaghetti alla bottarga.

Maria Teresa, la mia mora amica costretta a far marchette per fare la spesa, non commenta.
lì a Milano, nel suo attichetto in centro, sta caricando una lavatrice di biancheria intima e me ne descrive ogni pezzo, ed io vorrei tanto essere un reggiseno tra le sue dita, un semplice riempitivo (ammesso che ne usi), una culotte appena sfiorata dalle sue unghie fresche di manicure e laccate di…
«di che colore hai messo lo smalto Marité?».
«blu notte».
«ecco, sì… quindi dicevamo che si scopa per lo più con la testa».
lei ride: «così dicono loro, ed è per questo, forse, che il cervello è sempre più magro e inadatto a ragionare in modo autonomo… perché se l’intelligenza fosse veramente un potente afrodisiaco, a stare a ciò che leggo sui social non dovrei più fare sesso… ed è sempre perciò non dovrei farlo con nessuno del Partito Democratico, almeno non dopo aver visto Giachetti, ieri sera in TV, che rispondeva sul Referendum».

restiamo in silenzio, ognuna con il ricordo dei quell’espressione vacua, ed entrambe ci domandiamo dove lo abbiano pescato, uno che al confronto con la Raggi per l’elezione a Sindaco, (la Raggi eh), sembrava uno scolaretto all’esamino di quinta elementare, e guardava nel vuoto in attesa di un suggerimento divino, mentre bastava che, come l’altra, avesse mandato tutto a memoria.
perché politici veri non ce ne sono più, quelli che lo fanno usando la vaselina, intendo, e ci rimane una classe politica di analfabeti che durante le interrogazioni usa verbi impropri pur leggendo. una classe dirigente che né io né Marité meritiamo, gente che infila anche la tristezza tra i sentimenti negativi, così povera e ingenerosa che possiede soltanto due espressioni, quella della gioia e quella dell’infelicità.

«allora perché votare sì? per salvare quale Partito e avere quale opportunità?».
Marité riprende a raccontarmi la storia di certe calze di seta grigio perla, e di un meraviglioso bustino con stecche di balena trovato a Parigi al mercato delle Pulci, e indossato per un ricco signore che abitava in Rue Ravignan, a Montmartre, e che amava farsi masturbare recitando Celine.