la filosofia della tetta

mi commuove fino alle lacrime la solidarietà femminile. l’antropologia ne fa una questione di seme, di preservazione della specie. la scienza, viceversa, non ha ancora fornito risposte esaustive alla crudeltà che anima  alcune, spingendole  a digitare affermazioni  tipo questa: Per quanto amore possiate provare per qualcuno, nella vita, se non avete figli non saprete mai cos’è l’amore. Non offendetevi è la natura. 

sorvolando sull’inciso evitabile immaginavo fossimo distanti dai tempi di Rachele e Lia, al sicuro da queste idiozie da santa inquisizione: senso di colpa, indice puntato, compassione. che tutte le mamme siano felici è messo in serio dubbio dalla cronaca purtroppo nerissima: alcune assumono antidepressivi perché hanno rinunciato alla carriera e il marito le tradisce dacché loro si trascurano; molte, purtroppo, si suicidano; altre infilano i bebè in lavatrice, li tolgono di mezzo a colpi di ferro da stiro, li colpiscono a sangue freddo, altre ancora li abbandonano in auto con 40° all’ombra.

insomma, mi piacerebbe dire alla signora, poetessa del volgo, che esistono donne che non hanno potuto avere figli, e che saranno colpite a morte dalle sue esternazioni idiote, ma ce n’è anche, viva Iddio, che non ne hanno voluti, e che sono felici.

questo genere di differenziazione ha più a che fare col razzismo che con la stupidità.

per quanto passa sembrare strano, non avere figli può anche essere una salvezza.

qui Pioggia Dorata (all’interno un racconto su una manager felice di non essere madre)

qui, Conversazioni Sentimentali in Metropolitana

 

Gloria e gli altri

come ha fatto a convincerla a dargli quei soldi?, tanti, tutti. e soprattutto che cosa le ha detto, e scritto, per farle credere di amarla, lui giovanissimo e così bello?, quante e mail, e messaggini dai diversi profili dei suoi account FB; ormai ingigantito l’ego, con tutti quei like a provare la propria indiscussa superiorità, il fascino degno di Brad Pitt, la sua capacità di recitare, di diventare uomo, donna, tutto ciò che voleva.

anche Davide era così, anche Davide sarebbe arrivato a questo punto qui ne avesse avuta l’occasione, o forse l’ha fatto, e adesso è in galera, con tutti i cinquantenni che si servivano di lui a stazione Termini gli sarà pur capitato quello fragile; perché i ragazzi le marchette le hanno sempre fatte nei cessi delle stazioni, solo che i giornali, e la polizia, se ne interessano soltanto adesso http://espresso.repubblica.it/archivio/2016/02/18/news/noi-i-ragazzi-dello-zoo-di-roma-1.250863.

lo conobbi a Leonessa, nel reatino, negli anni ottanta, io già con la fregola di provare tutto, lui, a tredici anni come me, con le tasche piene di fumo e dei soldi che guadagnava a farselo succhiare dagli amici del padre, o dai vecchi nei cessi della stazione, anche dai poliziotti, mi disse un pomeriggio accarezzandomi la mano. labbra carnose e capelli lisci, biondo come un angelo e scaltro come un gatto di strada. e per strada viveva. almeno da quando i suoi erano impegnati a discutere del loro divorzio nella villa a Casal Palocco. da quando nessuno si occupava più di lui.

le strade del crimine sono così affollate di perdenti che vorrei abbracciarli tutti.
chi s’illude e chi è illuso.
tutti al margine.
tutti fratelli di disperazione. per colpa di chi ha deciso che che avere un cellulare conta più che preservare il proprio culo, che uccidere è un gioco da nulla, e che apparire è più importante che essere.

l’importanza dell’odio

un anonimo, uno come milioni, un uomo qualunque che si mostra in foto in divisa da caccia. una faccia da meridionale qualsiasi. uno dei tanti che ognuno ha tra i propri amici di FB.
la foto della figlia, quella della tazzina di caffè, del profilo, del tramonto, della festa di compleanno.
uno dei tanti e niente di più, e così doveva restare.
perché le cose della vita, i drammi, le vicende personali, le liti, son faccende che si devono trattare tra le mura domestiche, al massimo discusse con amici intimi, faccia a faccia, tra chi ci conosce bene.

a leggere i social questo Paese pare Bengodi, il mondo intero un Eden. tutti così saggi, tutti in grado di campare, di rialzarsi dai fallimenti, di reagire agli schiaffi della vita, di essere ottimisti, sorridenti, con le tasche piene di verità originali e la testa in grado di vivere amori travolgenti.
invece no. il mondo continua a essere pieno di volgarità, ignoranza, malvagità e violenza, e le ricette di vita digitate nascondono per lo più esistenze meschine e infelici. storielle piccole piccole che nessuno vede.

perché la felicità non basta digitarla. la propria capacità di sopravvivere nella giungla non è sufficiente palesarla al mondo.
ma sarebbe proprio la felicità che dovremmo esercitarci a vivere, a mettere in pratica fuori da qui, non l’odio, tre vocali e una consonante così facili da mettere in pratica, e diventare qualcuno, almeno per un giorno.