scienza e grammatica

capisco che di fronte alla scienza medica bisogna tacere, il mio medico della mutua è talmente stronzo che, quando necessario, i farmaci preferisco pagarli per intero, ma sarebbe opportuno faceste questo esercizio di umiltà anche in altre occasioni, o comunque non vi elevaste a giudici competenti, ad esempio durante le gare canore, quando pur non conoscendo la differenza tra un FA e un MI, vi mettete a fare gli esperti di musica pop, a dare giudizi su vocalità, qualità di un pianista, talento: anche la musica è scienza, a suo modo. ma nessuno rispetta la professionalità degli altri in questo caso. e i dopolavoristi si permettono di suonare gratis nei locali, al posto di giovani professionisti. perché anche il meno dotato sulla terra possa dirsi un creativo.

quindi, se io che ho un’ottima memoria mi permetto di porre qualche dubbio sulla specchiata onestà del nostro sistema sanitario, o semplicemente mi pongo dei quesiti sulla effettiva necessità di tanti vaccini, sono ignorante, arrogante e un pericolo per l’umanità intera; se esprimo perplessità sul talento di una scrittrice di libri estivi Einaudi, che scomparirà dopo sei mesi dalla pubblicazione, sono invidiosa; se correggo gli svarioni su un post pieno di stupidaggini di un anonimo tuittero sono arrogante. 

per la maggior parte, l’intellettuale è un coglione se vi sbatte in faccia la vostra ignoranza e la presunzione di scrivere romanzi orribili, mentre il medico resta un guru anche quando prescrive inutilmente antibiotici.
populismo alternato sull’importanza della laurea. ci si affida ciecamente alla scienza ma non alla grammatica, e si vede, anzi si legge. 

una cosa posso affermarla senza che mi si dia della presuntuosa: le nostre opinioni su FB, riguardo pro o contro i vaccini e politica, resteranno lettera morta sempre e comunque.

qui il mio ultimo libro

la smania

quando smisi di fare teatro, a ventisei anni, e lasciai lo Stabile di Modena nonostante un contratto biennale e la possibilità di lavorare ancora a lungo con  loro, mi convinsi che anche disporre dei fiori in un vaso fosse un atto creativo. così comprai manuali sull’ikebana e sulla cerimonia del tè.

quando diressi l’Università della Musica non pensai mai di prendere lezioni, pur essendo portata per la materia sono ancora convinta si debba studiare una vita intera, e che il rispetto per le arti vuole determinazione ma soprattutto serietà. la dizione iniziai a studiarla a sei anni, imparando a memoria le fiabe sonore, imitando l’accento toscaneggiante di Poli.

ci vuole serietà per certe cose. nonostante nessuno lo pensi più e sia convinto che convincere gli altri del proprio talento sia più importante che convincere se stessi.

 

 

l’inguaribile dongiovanni

le mie storie d’amore sono spesso legate alla musica. ho avuto mariti musicisti, amanti.
di Hans, lettore di tedesco all’Ateneo e pianista classico, non saprei dire granché, mi fidanzai con lui il tempo di ascoltare Tristano e Isotta sul materasso a molle della casa dello studente.

Antonio, un ricco e fantasioso ventenne romano fissato con la pornografia, lo frequentai per tre mesi alla fine del terzo anno di Accademia, mentre preparavo una performance su Mozart, la scena finale con il Convitato di pietra che ascoltavo anche mentre facevo l’amore.
la nostra relazione ebbe infatti un epilogo tragico: la fidanzata parigina tornò senza avvertire, una settimana prima del previsto.

la più grande opportunità di lavoro la sprecai invece dandomi troppo presto a uno tra i più noti registi di avanguardia teatrale dell’epoca.
ci accendemmo al centro della pista di una discoteca milanese con Frankie Goes ti Hollywood, Relax, dopo il mio strepitoso debutto al ridotto del Piccolo con “Benno il ciccione” .
mentre eccitatissima dalle sue lusinghe salivo le scale della discoteca per seguirlo in albergo, pregai me stessa di non fare quella cazzata madre. anzi m’implorai.
mai fidarsi degli uomini dai doppi cognomi.
o di quelli troppo belli.
ma nemmeno di quelli soltanto affascinanti o con una voce strepitosa.
né di quelli che fanno di continuo riferimento ad altre donne.
o che dalle altre sono stati sempre delusi.

il giorno seguente era un mattino veramente troppo triste per non piangere sulla banchina semi deserta, mentre guardavo il treno uscire lentamente dalla stazione. un po’ Karenina, un po’ soltanto imbecille.

sono stata Don Giovanni tanto quanto Donna Anna, anch’io come lei erroneamente convinta di “avercela speciale” e di poter far capitolare l’inguaribile seduttore.
collezionista di troppi tristi abbandoni, però, mancandomi forse la capacità tutta maschile di dire bugie e fare promesse che mai potrò mantenere.

(p.s. sono felice che vi siate accorti in tanti della mi scomparsa. è soltanto un bisogno naturale di mettere una nuova distanza tra me e l’ansia di riuscire in qualcosa, niente di grave).

non tutte le vite son degne di essere raccontate

questa è un’invenzione della case editrici a pagamento.
certo, obbietterete, ci sono esistenze microscopiche che si rivelano eroiche, anche la vita della mia tenera amica Lara può diventare l’esistenza di ogni ragazzina di vent’anni che si prostituisce “elettronicamente”, come dice lei, dipende sempre da come si decide di raccontarla, di svelare il segreto.

anche uno spogliarello è soltanto un corpo che si sveste, direbbe qualche amico di bocca buona, e purtroppo ce ne son troppi, e invece esiste il buon gusto, l’intenzione, lo sguardo, la musica che accompagnerà la performance, il corpo stesso della spogliarellista.

mi accorgo subito quando un amico sta per lanciarsi nel fantastico mondo del “tanto lo fan tutti” quando il suo stato di Fb diventa il racconto fantastico dell’andata al supermercato, dove il panettiere, e la cassiera, e la signora che per caso passa al banco frigo, diventano eroi di una giornata a dir poco tiepida.

ma non basta una storia per scrivere una bella storia.
ci vuole tecnica, anche, tanta, che chissà perché quelli che non hanno mai frequentato l’arte pensano non sia necessaria al corredo del creativo, infatti, oggi, ascoltiamo doppiatori che non battono le finali, attori con microfono, scrittori che sbagliano gli accenti (e non soltanto).

certo, se sei convinto che per imparare a suonare bastino due anni di lezioni private, (e nel tuo caso tra l’altro sei brava soltanto con il “ciufolo a pelle”); se ti senti giornalista perché scrivi qualche articoletto sui Magazine on line; se scrivi sulla bio “fotografo” perché hai il profilo su Istagram; se ti dichiari scrittore ma nemmeno la tua fidanzata è riuscita a leggere il tuo manoscritto fino in fondo, allora è soltanto un problema tuo.

l’enfasi dell’imbecille 2

quelli che contano le macchie di sangue sul raccordo anulare in prossimità dell’incidente.
quelli che dopo un concerto di due ore dello straordinario chitarrista vanno in visibilio per dieci minuti di “drum solo”, perché non conoscono le sfumature tranne quelle dei best seller, perché capiscono solo l’eccezionale, il funambolico, il magnifico virtuoso.
quelli che urlano di gioia agli acuti della cantante non sapendo quanto sostenere la voce sia più complicato che spingerla. quelli che non conoscono nemmeno il rigo musicale ma si ergono a giudici della gara canora.

quelli dei Talent Show, che misurano la bravura di un artista con il numero delle comparsate in tivù. quelli che guardano “c’è posta per te” commuovendosi e si riciclano poi a giudici crudeli delle diversità altrui (il lifting in fondo è una scelta come un’altra), che sparano battute crudeli verso chiunque al contrario di loro abbia fatto la storia del pop e lì resterà, a futura memoria. schiumano, sbavano per ottenere almeno dieci retweet, il consenso di 15 fan.

quelli che s’inteneriscono se scatta il siparietto dell’umanità. seppure professionista, seppure assai più capace di loro, seppure accolto nei più grandi teatri del mondo, gli imbecilli lo seppelliscono sui social tra decine di emoticon, soffocando la sua buona esecuzione tra #cuoricini e #orsacchiotti e un mare di #baci da lui non richiesti; seppure l’artista è più capace di loro a tenere un discorso compiuto sul palco dell’Ariston, loro si alzano in piedi presi dall’enfasi, senza considerare che quell’uomo, quel musicista, quel compositore, è più degno di ascolto e ammirazione per il proprio talento che di compassione per il suo stato.

includere significa annullare le diversità. non esaltarla. includere significa ammirare il talento, non intenerirsi per il coraggio. includere significa lottare per l’eliminazione delle barriere architettoniche, non esaltarsi nella standing ovation. che l’imbecille si ricordi che siamo il Paese con meno tutele per i malati di SLA.