lettrice da letto

no no no, niente di particolarmente erotico eh.
è che da lettrice da letto mi faceva piacere smentire categoricamente l’insistente voce di chi sostiene (proprio tanti) che il letto sia nemico della narrativa.
per me è esattamente il contrario, perfino Murakami mi conduce rapidamente sulle rive tiepide del sonno se mi metto a leggere in pieno giorno in giardino, all’ombra di un albero, come normalmente dovrebbe accadere in questa stagione.
uno volta mi addormentai in un caffè a Montparnasse: BUM, sul tavolino e su A perdifiato di Covacich, che pure è un romanzo che tiene svegli.

da lettrice notturna mi bastano 60 pagine a notte per tenere un buon ritmo.
il mio uomo (il Man) lo sa che se voglio andare a letto presto non è per accoglierlo dentro di me con ardore, e che se sospiro non è per un altro. c’è chi farebbe meglio a non tenere la TV in camera e chi i libri.

come mi disse una volta l’editore Cesare De Michelis parlando di uno dei libri di maggior successo della sua Casa Editrice, al termine di un incontro con gli studenti Luiss al Master in editoria e scrittura creativa, un buon libro è come un appuntamento fisso, il desiderio di tornare a casa e mettersi in poltrona per eclissarsi altrove. un desiderio che ti tiene sveglio come un amante. (questa del desiderio è mia, non del noto editore).

qui il mio ultimo romanzo Castelvecchi

qui i miei racconti erotici GiaZira Scritture

il narcisismo degli altri

vogliono leggere storie vere ma che raccontino di poveri disgraziati e gente morta ammazzata, eroi di periferia, insomma vincitori tra i reietti, perché alle autobiografie di uomini valorosi, scrittori di successo, borghesi radical chic o attrici superbe, la massa critica storce il naso oltre il quale generalmente non vede.

stanno sui social, come minimo TRE, si fanno ottocento selfie al giorno, anche prima del riposino pomeridiano, così che ci si contatti in privato per un ditalino digestivo, e poi scrivono che “le altre” sono tutte troie, e che le donne dovrebbero lasciare gli uomini violenti altrimenti basta lamentarsi, e andassero a dirlo di persona a Gessica, sfigurata, che forse non riacquisterà la vista.

concepiscono nottetempo frasi pensate per suscitare ilarità e retweet, ma si ritengono spontanei. come selfarsi vestiti da lady Gaga e affermare di avere indossato la prima cosa trovata nell’armadio. conoscono la politica attraverso la colonna dei #TT ma parlano di rivolta sociale e di ideologie.

non hanno letto che i Promessi sposi al liceo ma scrivono recensioni su Anobii dando dell’autoreferenziale perfino a Murakami che più che mettere al servizio del lettore la propria fantasia non fa; scrivono romanzi che vengono anche pubblicati, perché semplici e pieni di banalità. in caso contrario pagano un’agenzie mille euro soltanto per la lettura, perché il mondo è cattivo e ce l’ha con loro, non con l’uso errato del “piuttosto che”, o per la difesa a oltranza del pensiero unico, ossia il loro.

qui Pioggia Dorata, su carta e ebook

non mi va di spiegarti perché voto #PD

non mi va di parlare di politica a colpi di 140 caratteri e non mi va di farlo oggi che mio marito torna da Sanremo. non mi va di spiegarti perché voto PD perché in caso dovrei confessarti che lo faccio perché non ho alternativa, e che il Movimento che tu frequenti, e involontariamente rappresenti, ragazzo dall’occhio bovino che ti ostini a trascinarmi in una discussione social in cui non voglio stare perché sei un violento, non m’interessa, perché non mi piace il suo leader, le sue regole, i suoi adepti, compreso tu che mi dai dell’autoreferenziale soltanto perché non mi va di risponderti.

qualcuno lo ha scritto anche di Murakami, che è autoreferenziale, parlando del libro l’Arte di correre, l’unico nel quale lo scrittore giapponese abbia raccontato un’esperienza personale, insieme a quello sul Jazz, credo. ah. finalmente. che figata. ho anche questo in comune con il Maestro del romanzo surreale, oltre le Mizuno; erano mesi che nessuno mi accusava di essere una che fa riferimento soltanto a se stessa perdendo contatto con la realtà esterna,  infatti non c’è una delle mie storie dove parli di me, mentre tu, che pretendi la mia attenzione a ogni costo, fai la parte di quello cui si è bruciato il cervello.

la personalità fa male a chi non ce l’ha. e nessun frequentatore di social può permettersi di dare dell’autoreferenziale all’altro, soprattutto se protetto da nickname, nessuno è immune dall’egocentrismo cronico, e da quello ipertrofico, perché il social è di default una vetrina, anche per lo schivo e il timido; stare su twitter e Facebook significa di per sé esaltare il proprio ego, raddoppiarlo, portarci dentro le proprie esperienze, cosa che, tra l’altro, faccio con gran cautela. personalmente ho soltanto due account che spesso chiudo per mesi. tu hai sicuramente almeno 10 profili aperti e chissà su quante altre piattaforme.

comunque non ti rispondo perché sono libera di farlo, perché stare sui social non può essere una condanna, e perché mi hai rotto il cazzo.

per oggi ti basta

dei romanzi rosa che correggo amo la mancanza di pensiero. manca il punto di vista dell’autore, le motivazioni, il focus della storia. non c’è nulla dietro la vicenda che, onesta, si presenta per ciò che è. non ci sono le metafore di McEwan, gli studi sulla tragedia di Marias, non c’è l’eros malato, oscuro e spiacevole di Covacich, il possibilismo di Murakami o la cronaca impietosa della Jelinek. non c’è altro che una storia “rosa” che si dipana su sfondi marittimi, in luoghi bellissimi e case da sogno dove, una protagonista bellissima, si troverà circondata da uomini meravigliosi, senza problemi di calvizie, di narcisismo, d’impotenza o lavoro, e che faranno a gara per soddisfarla.

ed ecco che invece sono due giorni che del testo in questione, l’ultimo che mi è arrivato, mi rimbomba una frase in particolare, quella che il primo dei quattro “man” che riesce a farsela già a pagina 20, le dice dopo averla fatta godere due volte (e scusate se rido).
e non mi ha colpita la poesia (che non c’è), la scelta dei vocaboli o il ritmo del paragrafo, ma il senso che, digitato da una donna tra l’altro matura, mi fa accapponare la pelle: per oggi ti basta.

basta cosa? e perché devi essere tu, a decider come dosare le mie voglie?

se ho mai conosciuto maschi così devo averli castrati senza accorgermene.
il “per oggi ti basta” ha in sé il peggio della cultura maschilista, e all’orizzonte vedo perfino i roghi, e l’infibulazione, e le botte alla moglie che ne vuole di più, e che prima di sposarsi le ha prese pure del padre che, del per oggi ti basta, ha fatto la sua bandiera.

ma nel 2016 si può ancora pensare che sia lui a darcelo? è possibile che non sia ancora in voga il libero scambio tra Venere e Marte?

e con questa riflessione vi saluto per un po’. buona estate.

 

Ushikawa

questa non è una recensione. l’ho scritto decine di volte che recensire non fa per me, e che, soprattutto, non è il mio lavoro, perché io di norma mi muovo tra ciò che so fare, contrariamente a molti altri che si lanciano sul palcoscenico pur con la voce querula e la grazia di un orango. ma è inutile tirare in ballo la paura di aver scelto ancora una volta la strada sbagliata, quella più lunga e in questo caso anche pericolosa. o recriminare che gli amici, importanti o meno poco importa, mi recensiranno soltanto quando (se mai avverrà), uscirò per una grossa casa editrice e la pianterò di scrivere di liberalizzazione della cannabis, di cause latenti e manifeste, di condizione femminile, di pissing, o di tecniche per fare dei buoni pompini. perché gli amici son come le banche, ti riparano dalla pioggia soltanto se c’è il sole.

cambio spesso opinione sui romanzi che leggo, sugli amici purtroppo no. ci sono autori che hanno bisogno di lasciarsi pensare, storie che devono sedimentare, magari “generi” mai letti prima che hanno bisogno di farsi capire. Murakami mi ha fatto molti effetti diversi. ho trovato odiose le ripetizioni, veramente troppe, e le potrei indicare una per una: le ho segnate. mi sono sentita giudicata da lui e dal suo editor, etichettata come una lettrice disattenta, una cretina, insomma. o sono forse così i lettori di best seller? non ho trovato la poesia che invece leggo a ogni rigo dei racconti di Alice Munro – la cito soltanto perché la sto leggendo in questi giorni-, nessuna divagazione, insomma, un romanzo tutta trama e niente inconscio.

ma la storia almeno c’è. eccome se c’è. e originale, parlo per me che non corro in libreria a comprare il romanzo dell’autore di grido. per me che lo faccio, sia chiaro, ma qualche anno dopo. seppure troppo ben apparecchiata, la storia è anche molto romantica, per cui non capisco proprio chi ha deciso di mollare la trilogia a metà. non si può. bisogna avere il cuore infeltrito per non voler sapere quale sarà il destino di Tengo e Aomame.
per i partecipanti a #ioscrittore, (per molti di loro, non tutti per carità sennò mi linciano), quelli di 1Q84 risulterebbero personaggi un po’ indigesti, depressi, sicuramente non simpatici. che poi, la regola della “simpatia” dei personaggi non la capisco proprio, e non so nemmeno chi l’abbia scritta o dove loro l’abbiano letta. Amleto, o Emma Bovary, tanto per citarne un paio, non mi sembrano granché simpatici. comunque, i personaggi di Murakami somigliano tutti a lui, all’autore, sono chiusi, non si alimentano di autostima, tutti sono stati feriti a morte, e non ce n’è uno tra loro che nasconda il proprio lato oscuro, nessuno che si spaventi per il suo manifestarsi. c’è molto Giappone, l’ambiguità taoista che riesce a infondere in ognuno di loro mi piace.

Ushikawa, l’investigatore privato, mi ha scavato un cratere nel cuore. avrei voluto entrare in 1Q84 –magari col pericolo di non tornare-, soltanto per abbracciarlo. il più umano, l’eroe che riesce a convivere con le proprie atrocità, il più consapevole. è feroce Murakami con l’Editoria che costruisce successi editoriali. è feroce con chiunque abiti oggi questo pianeta.
insomma, con il passare delle settimane, e contraddicendomi, ho scoperto di volerne ancora, e che alternandolo ai miei scrittori preferiti, Murakami potrà insegnarmi molte cose.