la dittatura del piumino

«ma come?, vieni a Roma e non dici niente?, sarei corsa per darti un bacio augurale».

Terry non ha bisogno di scuse: «lo sai, son venuta nella capitale per una marchetta natalizia con il solito parlamentare che manda la famiglia ai tropici e si gode in solitudine l’appartamento a Fontana di Trevi pagato dallo Stato».

Maria Teresa, la mia amica che con tre lauree fa marchette per fare la spesa, mi racconta le proprie impressioni sulla capitale: «c’è da dire che l’ineleganza regna sovrana! ho fatto una passeggiata per via Cola di Rienzo e non ho visto una donna una, o un uomo, per cui valesse la pena spendere uno sguardo di apprezzamento».

sbadiglia, la immagino ancora in vestaglia, nel suo miniappartamento ai navigli, circondata dai suoi angeli protettori in tacco dodici e da scatole di cioccolatini.

«non un bel loden o un morbido cappotto, non una mantella, un giaccone, non un bel culo o un bel paio di gambe, soltanto persone insaccate in orridi piumini. il desiderio di essere come gli altri ci ha preso la mano, amica mia, la dittatura del piumino ha trasformato lo sciame di gente in giro per acquisti in un insieme di unità prive di fascino… ma come si fa?».

è fuori di sé:

«giuro, anche a star seduti a Piazza del Popolo il paesaggio non cambia, corpi che non hanno più forma, individualità nascoste nella plastica colorata».

«sarà per il freddo?», dico io pronta a difendere i miei concittadini.

«no, è soltanto cattivo gusto. facci caso, prova a fare un giro in via Frattina, in via della Croce o in via del Corso! pericolosissimo anche darsi appuntamenti al buio: ci vediamo a Villa Borghese alle 17:00, io indosserò un piumino nero!, terrore e panico. ognuno stretto al proprio sacchetto dell’indifferenziata in forma di cappotto o giacca alla ricerca della propria anima gemella. e poi difendono strenuamente la libertà individuale. fanno i vegani ma poi s’infilano in un mucchio di piume strappate sadicamente a oche allevate per la bisogna».

Marité ha ragione. l’aspirazione all’eternità dovrebbe essere accompagnata almeno dallo stile, per non dire originalità, e quello, purtroppo, non si impara.

Facekini

addio vecchio ombrellone, ora c’è il Facekini, il kini da faccia, ossia una maschera che s’infila sul viso durante le esposizioni al sole. una roba che mette al sicuro chi si espone  dal cancro alla pelle che, nessuno ne parla mai, ha un’incidenza sempre più forte soprattutto in occidente dove l’abbronzatura alla Donatella Versace fa ancora tendenza, e perché si sa, a mettere in allarme i bagnanti che il rischio è diventare come prugne secche, poi le strutture alberghiere ne risentirebbero, non bastasse il crollo di consumo della carne rossa, e quindi si continua a esporsi senza protezioni adeguate.

prima di moda soltanto in Cina, questa maschera di diversi colori, con disegni fantasiosi e che protegge soltanto il viso dagli UV, è finalmente sbarcata anche in USA  (minchia non avremmo potuto farne a meno) e modelle e attrici iniziano a proporci i loro selfie mascherati.

e quando grandi marchi diffondono un’idea , che sia imbecille o meno non importa, essa si fa non soltanto necessità ma segno distintivohttps://www.facekini.com/, in po’ come un tempo era leggere Proust. e ciò significa che il prossimo anno accoglieremo sulle nostre spiagge un esercito di adolescenti ignoranti con short e facekini a caccia di Pokemon, che si faranno selfie mentre prendono il gavettone gelato per Save the Children.

la maschera costa 19 dollari e si compra on line. e vuoi mettere la comodità di passare dalla spiaggia al sadomaso i cabina senza dover passare da un sexy shop? sai che belle sudate di tendenza con la mia facekini? e gli allarmi terrorismo? e le tizie corteggiate per sbaglio che poi si tolgono la maschera e ti spaventi? e i tizi cui dai il tuo numero di cellulare e che la sera, al bar sulla spiaggia non riconosci? insomma ottima per gli incontri al buio, la Facekini ci renderà ancora più anonimi e offensivi.

non sarai tu a rendermi felice

spiace vedervi sempre così disperate e piagnucolose alla ricerca dell’amore. come la mia amica Anna, che dopo vent’anni di matrimonio in linea di massima ben riuscito, ha pensato che veramente l’altra metà della mela potesse nascondersi tra i pixel, e precisamente in forma di  “@homosapiens_83”, cuoco napoletano trapiantato a Bordighera, che se l’è scopata un paio di volte tra i fornelli durando anche poco, e poi le ha dato il benservito, presentando al mondo intero, cioè Facebook, la sua fidanzata, una ragazzona piena da salute e incinta di lui di almeno sette mesi.

digitate ogni giorno consigli sulla vita (altrui), ma non ci pensate mai che in amore vince sempre chi fugge, ed è una legge provata, soprattutto quando il cacciatore è così prevedibile e legge, quando legge, soltanto romanzetti di genere. come voi, che leggete, quando leggete, soltanto storie di anonime scrittrici americane dai nomi così finti da sembrare di cioccolata. che copiaincollate frasi da “aforismi e pensieri”, e che cambiate la foto del profilo secondo le preferenze del pubblico: piedi, nuca e tette di qualcun’altra.

la mia amica Samanta non sapeva ci fosse un “dentro” dentro cui guardare, da illuminare, da osservare con costanza nonostante contenesse per lo più paure, tutte quelle che stando su un social network si dimenticano facilmente, come quella di essere definitivamente soli, o senza lavoro, o asserviti a uno Stato che di fatto non ha a cuore l’interesse dei suoi cittadini. Sam è ancora lì che dalla sua pagina, se la prende col mondo intero per fallimenti che son soltanto suoi.

non sarai tu a rendermi felice. sei così preso da te da non vedere nemmeno un metro più in là.

Preferisco la fragilità di chi non trova risposte piuttosto che la tracotanza di chi se le sente tutte in tasca. Parteggio per l’infelice. Un disperato avrà sempre un po’ di poesia nascosta da qualche parte, avrà sempre musica di cui nutrirsi, magari un paio di accordi in minore così sentiti e veri che te ne bastano soltanto due per capire che la vita è un attimo” (da “Il Pusher” 80144 Edizioni)