trucchi

è da quando ho il bene della ragione che passo il mio tempo davanti allo specchio a studiare la mia faccia. parlo da sola invece da quando sono in fasce. anche se socievole evito l’asilo: odio la competizione e gli stupidi giochini nei quali si è costretti a vincere. invento milioni di scuse per rimanere a casa a imparare fiabe a memoria. mia madre mi compra le “Fiabe sonore”, quelle con il disco, recitate da grandi attori. io ancora non so che saranno loro i miei Maestri e le mie pietre di paragone. non so che quello sarà per molti anni il mio lavoro. so soltanto che per Natale voglio preparare una recita.

il mio istinto mi dice che ci vogliono una scena, degli attori, costumi e musica. reciterò io la maggior parte dei ruoli, mi metto a cucire scampoli e decido i movimenti di scena. nessuno mi ha insegnato come procedere, ma io so come si fa a diventare qualcun altro. si chiama natura, istinto. è il bisogno che viene da dentro di vivere altre vite, di essere diversa, di vivere altrove, di pensare altrimenti, di guardare l’esistenza da un altro punto di vista. ma io ancora non lo so. lo faccio perché sono felice soltanto quando mi trasformo, quando riesco a imitare alla perfezione altre voci e altre espressioni.

è una forza misteriosa che io non posso governare. non riesco a essere come gli altri bambini. non mi so applicare a costruire cestini di vimini, imparare numeri a memoria o cantare in coro filastrocche. ho di meglio da fare. c’è la mia perfetta solitudine che mi aspetta. la mia stanza dei giochi, il mio specchio e i trucchi, quelli che sottraggo dal bagno di mia madre, e i suoi abiti scintillanti nei quali mi muovo come una regina.
anni dopo entrerò nella sartoria Tirelli, la più fornita e la più professionale, negli abiti, targhetta su targhetta, ci sono i nomi dei più grandi; io sarò l’unica a spargermi addosso del borotalco prima della prova, la vecchia sarta lo apprezzerà. ci vuole rigore, figlia mia, mi dirà tenendo gli spilli in bocca, il carattere e le amicizie non bastano in un mestiere come questo.

e del teatro mi manca proprio questo. i vecchi che hanno fatto la storia.

gente dal facile entusiasmo

dare il giusto peso a ogni cosa sarebbe auspicabile in chi ha età, cultura, visibilità e consenso. parlare di genialità e di “talento”, ossia di un dono divino, dimostrabile tra l’altro soltanto nel tempo e dopo molte prove, commentando il video di una semplice caratterista come Martina dell’ombra dé broggi dé sassi, mi pare fuori luogo se non addirittura offensivo. farci sopra della filosofia poi, cogliendo lo straordinario “effetto sociale” delle stronzate che provocatoriamente dice, è ridicolo.
Anche se il numero di “like”, ossia i consensi in rete, ha soppiantato il senso critico, occorrerebbe che chi ha voce in capitolo riuscisse almeno a non farsi fagocitare dal giudizio comune, facendo un giusto distinguo tra attori (magari geniali), che parlano diversi dialetti, che interpretano ruoli distanti tra loro senza mai cadere nei cliché, che sanno declamare una poesia in perfetta dizione ma anche in dialetto, dai semplici, un tempo anche sottopagati, “caratteristi”.

della ragazza abbiamo ascoltato soltanto una voce e visto una sola faccia, per cui parliamo di un buon inizio, non certo di “mestiere. caliamo l’entusiasmo signori, e abbiate pietà del vero artista.
ciò che vediamo nel video è una buona caratterizzazione, nemmeno così originale, di una qualunque ragazzetta un po’ ignorante desiderosa di emergere e di dirci come va il mondo.
che sia una farsa, ossia che la ragazza ci fa, gli acuti critici se ne sarebbero dovuti accorgere dagli sguardi lanciati al file di word che ha sul monitor.
ah, e la sua “genialità”, cari esperti di marketing, sta nel mistero della sua identità.
Niente di più.
affinare il senso critico sarebbe una richiesta tanto scandalosa al consesso di acuti intellettuali rincoglioniti dall’audience?