Il buco nero dell’editoria

Ieri mi ha scritto un tizio per il solito parere editoriale cui  è seguita la solita e mail di default: io lavorare, tu pagare.

Ha insistito, pregandomi di leggere almeno l’incipit e dirgli che cosa ne penso, che non sarebbe stata una perdita di tempo, che scrive a metà tra Borges e Saramago. Gli ho risposto che io non sono nessuno per giudicare e che in editoria sarebbe meglio non somigliare a nessuno e di evitare di avere una così alta considerazione di sé. Che la storia è complicata e che quando invii un manoscritto lo lasci andare nel buco nero dell’ignoto. Perché nessuno ti risponde. A meno di inviarti la consociata a pagamento, come ha fatto con me Meridiano zero con Emil Edizioni, che, a una mia garbata risposta ha fatto pippa.

Questo dell’editoria è un mondo dove gli Uffici Stampa lavorano solo per scrittori già famosi, quando non scrivono manualetti del cazzo a proprio nome, e dove la frustrazione si taglia con il coltello. E che anzi, si mettesse in testa che in editoria non ci si deve vergognare della propria frustrazione. Che se ci si cancella dai social e si riguarda com’è ridotto,  l’inferno più nero sarà meno ostile del mondo editoriale.

Un amico scrittore, che ho provato inutilmente a sedurre perché mi aiutasse a pubblicare, mi ha detto che le case editrici hanno ricominciato a leggere manoscritti di sconosciuti.

Secondo me lo ha fatto perché mi levassi di torno.