miss mia cara miss

Ciao, ho letto la bella recensione al tuo romanzo e vorrei raccontarti la mia esperienza di Master… “.
Ho appena letto il tuo libro e vorrei scriverti ciò che combino con la mia donna, magari ti ispira, sono torinese e ho 56 anni… “.
Complimenti! io scrivo romanzi come i tuoi, ti va di leggerne uno dirmi cosa ne pensi?“.
Siamo amiche, e se anche è vero che non ho mai letto nulla di tuo ti chiedo un giudizio sincero su questo mio racconto… “.

quindi la cosa funziona che bene che vada mi si domandano consulenze editoriali senza cacciare un euro, e se va male, il che, come da esempio, capita assai più spesso, si fanno un’idea del libro dal titolo e poi copia incollano nella mia e mail di FB il raccontino lercio della loro ultima sessione sadomaso o presunta tale, perché a diventare Esperti ci vuole lavoro e studio, e dagli accenti sbagliati che leggo non ne vedo molto.

caro “non lettore” non funziona così.
almeno prima leggimi. un caro amico noto traduttore mi ha definita moralista illuminista, ed è molto probabile che le mie eroine si ribellino tutte al proprio Padrone, e non se ne stiano lì in ginocchio a prendere frustate come le vostre Miss nella realtà. i miei personaggi non possono essere incoerenti con ciò che scrivo ogni giorno, se si spogliano lo fanno per amore, e se lo fanno per soldi ci sarà un motivo ideologico, una rivincita sociale, un desiderio di vendetta.

comunque non sono una “Miss” soltanto perché amo le tinte forti, e se invece lo fossi, e girassi per casa in tutine di latex, sarebbe una questione che riguarda il mio privato e mio marito.
e infine siete soltanto voi che m’ispirate, voi Miss di twitter esibizioniste e pseudo puttane (pseudo perché il “puttanesimo” non esiste, è un’invenzione) che mi suggerite certi temi; è la solitudine che leggo nei vostri occhi, tra il tulle di baby doll inappropriati a delle ultra cinquantenni, le poesiole sgrammaticate che scrivete sotto le foto hard postate a prima mattina che mi fanno supporre una disponibilità senza fine e che io non capisco più né tollero, e dalla quale vi vorrei liberare una volta per tutte.
i miei racconti sono pieni di muri dove farvi “sbattere” come volete voi e da chi voglio io, ma soltanto per aiutarvi ad alzarvi e ribellarvi, perché non vi accontentiate mai più delle sfumature.

togliere

diversamente dal solito lo faccio con rito religioso. ma non solo, la cerimonia si tiene a piazza di Spagna. il prete è un figo con barba. ho anche le damigelle vestite di rosa, tre ex amiche che un tempo smisero di essermi amiche per farsi il mio ex marito. l’organizzazione dell’evento è a cura del Signor M., Master Esperto che chi ha letto “Justine 2.0” conosce, un uomo che pubblicando quel romanzo ho allontanato per sempre.

non ho nulla con me, né abito né scarpe. sono lì quasi per caso. non ho neppure le unghie dei piedi smaltate. non sono stata dal parrucchiere. l’abito non l’ho provato ma a guardarlo alla gruccia non sembra male.
lo sposo non lo vedo, mi dicono che è con i fonici, c’è pure la jazz band.

le ex amiche si prodigano attorno a me. tra incidenti e personale delle pulizie che ci chiede di sgomberare il camerino infilo l’abito, tra tante, trovo un paio di graziose scarpe numero trentacinque e chiuse davanti. trovo anche chi mi accompagni all’altare. un cinquantenne bello, occhiali di tartaruga, sguardo severo, troppo alto ma pazienza, non ho alternative, la marcia nuziale sta per suonare.
un nugolo di nemiche mi viene incontro: ho dimenticato di truccarmi, peggio, ho un occhio segnato dalla matita e uno no e non ho la borsina dei trucchi. lo stesso incubo di essere in quinta e non sapere in quale spettacolo mi trovo.

riesco a passarmi un filo di rossetto domandandolo a una passante. il prete nel frattempo ha alzato il prezzo per la cerimonia e io lo affronto, mi offro come merce di scambio e lui cede. miracolosamente arrivo all’altare. l’abito mi sta d’incanto seppure sembra uscito da una sartoria teatrale.
lui è lì, è “il man” vestito da sposo.
mi porge il microfono, il prete officia e io mi sveglio.

questo sogno mi dice che è venuto per me il momento di togliere.
in teatro mi hanno insegnato che è meglio mettere, creatività, idee, gesti. poi si leva con calma. così ho fatto con la scrittura, ma ho idea sia più proficuo misurare prima lo sforzo, anziché lavorare poi per mesi sull’eccedenza.

trascrivo questo paragrafo letto stanotte, tratto dal libro di Ernesto Ferrero “I migliori anni della nostra vita”, che consiglio a chiunque voglia scrivere. queste parole di Italo Calvino sono anche un ringraziamento al MIO Editor, una persona sorprendentemente sensibile che si sta interessando alla mia scrittura (Buddha sia lodato), dandomi consigli su misura: la parola è una cosa gonfia, molle, un po’ schifosa, mentre ogni tipo di comunicazione dovrebbe essere improntato a un massimo di precisione, d’economicità.

posizionare, un verbo tecnico/amministrativo in letteratura

se un uomo mi dicesse “posizionati lì“, letto, tavolo di cucina o canapè, gli darei un ceffone e me ne andrei: non sono un mobile. e soprattutto scopo soltanto con chi ha un buon eloquio.
no, non è vero, mi son fatta decine di camionisti.
no, non è vero, soltanto due, ma chiaramente assieme.
ma suvvia, diamine! non scherziamo!
nemmeno in teatro si usa il verbo “posizionare”. nessuno mi ha mai chiesto di posizionarmi in quinta.

ho la sensazione che questa sia una robaccia virale venuta dagli uffici dell’amministrazione comunale e finita in letteratura. tipo il “piuttosto che” congiunzione.
“posizionami il mobile accanto alla fotocopiatrice!”, “l’uomo al momento dell’incidente era posizionato a un metro dalle strisce pedonali”, “si posizioni oltre la riga gialla!”.
forse, senza offesa vi prego ci son grandi geni anche tra i ragionieri, forse è perché a scrivere, oggi, non sono più gli scrittori?, ormai confinati a corregger bozze a tutti gli altri?
comunque, i vocabolari esistono e parlano chiaro http://www.treccani.it/vocabolario/posizionare/, e se di tanto in tanto li consultaste non mi sentirei costretta a umiliarvi. di domenica mattina poi. e non c’è neppure bisogno di consultarli, basta un po’ buon gusto.

non compro letteratura di genere. e non compro storie erotiche. l’erotismo volgare, banale, campato in aria delle casalinghe in odore di celebrità. il linguaggio per lo più misero, ripetitivo e incolore di chi certe cose le sogna soltanto.
i paesaggi rubati alla Christie o alla Aury.
il castello di Silling sarebbe troppo, grazie a dio in tanti non hanno lo stomaco per leggere de Sade.

chi mi conosce sa come la penso in fatto di narrativa. chi mi ha letta lo sa anche di più.
di una storia non m’interessa mai “cosa succede”, ma “come”, e soprattutto “perché”.
per godere ho bisogno di turbe psichiche da analizzare e mettere su carta.
non arrivi a farti frustare, legare, sputare in faccia e sodomizzare dal portiere chiatto dello stabile di fronte, se non hai una matassa di passato da analizzare.

una storia è storia se mi sorprende a ogni pagina. come un uomo.
una storia è letteratura quando mi fa sentire piccola piccola, quando censura il mio senso critico.
una buona storia è come un Master veramente capace, che riesce a zittire i miei dubbi portandomi con la forza del pensiero (o meglio ancora del desiderio) a sfilarmi qualunque cosa io indossi, ad appoggiare saldamente le mani al tavolo, allargare le gambe al massimo e far sì che lui faccia un po’ quel che più gli pare.
ci sono scrittori che mi fanno godere anche da morti.

fanno bene gli editori a non accettare più manoscritti.
mancano le basi, spesso mancano pietre di paragone importanti. per lo più manca il talento. e il senso critico.

illuminazione e orgasmo

Insomma, questi arrivano, studiano e poi ci dicono: no scusate, abbiamo sbagliato, l’orgasmo vaginale non esiste. Ci abbiamo passato lo scanner”, è sicuro, su non fate quella faccia!
Tutto perduto, anni di fatiche sprecate. Per anni in attesa, in attesa sin dalla prima voglia, le dita tra le pagine di un libro e tra le cosce, in bagno appoggiate alla porta, in palestra, nella piccola doccia. Nella cabina al mare. In attesa ad ingannare il tempo.
Il clitoride, nostro amico e salvatore da quando abbiamo mani, trascurato dal maschio, da quello italico soprattutto, pigro e indolente, se bello anche narcisista, narcisista anche se intellettuale. O preso dal lavoro. O dalle nevrosi. Dalle insicurezze e dalla mamma.

L’orgasmo vaginale non esiste, così afferma lo studio e il 99% delle mie amiche, così ci raccontiamo a tavola, al Pub, alla terza rossa o alla seconda canna, fuori dalla porta del locale, in confidenza, noi cinque, con la solita punta d’ironia che ci fa essere così amabilmente stronze.
Quando galoppate non va bene. Se variaste con un po’ di trotto!, per favore… magari andrebbe meglio! Se ogni tanto vi degnaste di brucare il prato poi, potremmo anche lavarvi i piedi con la lingua.
Dai ragazzi che lo sapete!
Date il meglio di voi le prime volte e poi peggiorate.
Ho esperienza, ho testimoni, posso dirlo.
No, no, non si tratta di sfiga ma di prova provata.
Non rispondete a questo post facendo i superman da letto.
Pensateci un pochino. Abbandonatevi al ricordo di tutte quelle che sono rimaste insoddisfatte, di quelle che ve l’hanno detto e di quelle che se ne sono andate in silenzio, negandosi al secondo appuntamento.

L’orgasmo vaginale è come l’illuminazione, sai che c’è ma non sai quando lo raggiungerai. Qualcosa che non si può descrivere ma che esiste veramente, che so di poter ottenere ma che non so se saprò riconoscere.
Esploderà come una supernova o imploderà come un buco nero? Produrrà visioni?, levitazione, estasi? Sarà receduto da rulli di tamburo? Annunciato da squilli di tromba?

E quindi ora dovrete studiare. Applicarvi in giochi gentili, esercitare le vostre dita -suggerirei il ricamo-, e la lingua: non soltanto di un linguaggio forbito, anche se quello, almeno per me ben condito da qualche epiteto da strada, aiuta molto.