#pregiudizi

che cosa pensa un uomo quando incontra una donna intelligente e appagata?, una donna bella e in carriera, ricca ricchissima, una straordinaria scrittrice. e che cosa pensano le altre donne?, si sentono forse minacciate, o preferiscono consolarsi all’idea preconcetta che quella lì abbia fatto carriera grazie a certi lasciapassare. Véra Nabokov avrebbe potuto scrivere un capolavoro più alto di Lolita, non avesse dovuto leggerne le bozze? E cosa sarebbe stato di Olivia Clemens non avesse incontrato Mark Twain?

quante donne sono state dimenticate e rimosse dalla storia, lasciate nell’ombra del proprio mentore, ridotte a Muse ispiratrici, in ginocchio, dove secondo molti meritavano di stare? succede anche oggi, nonostante l’idea di evoluzione che propagandiamo e le belle paroline scritte pubblicamente: che se sei bella hai fatto carriera grazie all’aiutino esterno, se sei meno bella, invece, sei lì perché lesbica appartenente al clan delle lesbiche intellettuali, o perché, cosa rara, così intelligente che gli uomini non hanno proprio potuto proprio fare a meno di te. e sebbene ciò avvenga, non possiamo negare ci siano certe cerchie di Mutuo soccorso, il merito è una questione che di norma non ci compete.

non esiste un terreno sul quale confrontarci senza pregiudizi. negli anni, uomini e donne in veste di capaci direttori editoriali mi hanno chiuso la porta in faccia, basandosi sul titolo dei miei romanzi e sulle mie foto, senza mai leggere un solo rigo scritto di mio pugno, ritenendo che, da donna, se scrivo di cazzo io vada infilata certamente nel genere erotico, o peggio pornografico. perché se Houellebecq può scrivere di un uomo che, lavandosi in un bagno comune del camping, con una mano va su e giù di spazzolino e con l’altra su e giù di sega, una donna non può farlo, soprattutto se bella.

ci si attribuisce la superficialità dovuta al disimpegno, la vanità di chi non ha di meglio da fare che contemplarsi allo specchio, la distrazione e la vaghezza di chi pensa troppo all’amore. si tratta di pregiudizio, non di conoscenza.

qui il mio romanzo sui pregiudizi sulle donne edito Castelvecchi (ottobre 2017)

lo scriveva Twain

un po’ di romanzi li tengo anche in bagno. libri della BUR edizione ’50 ’60, in copertina grigio topo o rosso fuoco rilegata, che stanno in un palmo, impaginazione da urlo, non un refuso, appunto. per lo più classici divertenti, Dickens Charles, Twain Mark. li apro a caso e suggo voracemente la loro infinita compassione per l’imbecillità umana, e la capacità di rendere assoluti difetti dei loro contemporanei e farli passare per doti.
trascrivo qui la breve lettura di ieri tratta da Twain, “Un americano alla corte di Re Artù”

“La conversazione della Tavola Rotonda era fatta per lo più di monologhi, di resoconti in forma narrativa delle avventure nel corso delle quali quei prigionieri erano stati catturati e i loro amici seguaci uccisi e privati dei destrieri e delle armi. I linea generale (a quanto riuscii a capire) quelle avventure omicide non erano incursioni intraprese allo scopo di vendicare oltraggi o di definire vecchie dispute, né conflitti improvvisi, no: di regola erano semplicemente duelli fra persone che non erano mai state neppure presentate l’un l’altra e fra le quali non esisteva la benché minima cagione di offesa.

Eppure c’era un non so che di di molto simpatico in quelle creature dal cuore semplice, qualcosa di attraente e di amabile. Non pareva che ci fosse, in tutto quell’asilo infantile,per così dire, tanto cervello da farne un’esca all’amo; ma dopo un po’ non ci si faceva più caso, perché si capiva ben presto che di cervelli non c’era bisogno, in una società come quella e che, anzi, il cervello l’avrebbe sciupata, ostacolata, ne avrebbe guastato la simmetria… forse e avrebbe resa l’esistenza impossibile. “.