perché trovo noiose le narrazioni social

parlo di scrittori, amici, sconosciuti, professionisti o disoccupati. con narrazioni social intendo i post infiniti sulle giornate in attesa alla Posta, per strada. parlo dell’eccezionalità che pare colpisca tutti tranne me nel percorso che va da casa al lavoro, dalla scuola del bimbo al supermercato, nel parcheggio sotto casa.  mi annoia la narrazione quotidiana dei super eroi social, così come l’autofiction (termine inviso a Carrère) di chiunque non sia Limonov, e mi annoia per un motivo molto semplice: non potrò mai farla mia.

che cosa fa la differenza tra un personaggio inventato e un personaggio reale? almeno per me, per carità. il personaggio inventato sono io a completarlo, a definirne la voce, io lettrice lo possiedo in modo diverso da chiunque, perché un personaggio ben scritto può assumere diversi volti a seconda di chi lo legge. dai, non fate finta d’ignorarlo, lo avete ascoltato milioni di volte durante corsi e corsetti di scrittura, lo avete ripetuto ai vostri allievi. le narrazioni social, che penso siano comunque rese epiche affinché divertano di più, stanno lì soltanto per sorprenderci, non per diventare nostre.

un personaggio reale non sarà mai mio. non avrà mai segreti da lasciare tali. curiosità da non poter soddisfare, non durerà in eterno. potrò sempre interagire col nostro moderno autore/attore e domandargli come è poi andata a finire quella vicenda, se è capitato altro. non otterrà mai la stendhaliana cristallizzazione che può fare di un uomo un mito.

tralascio la mancanza di bellezza, di cura, l’immancabile indicativo presente, la sovrabbondanza di pronomi personali, lo stile, le parole, che come scrive Marias, se scelte e cercate sono esattamente quelle che servono.

qui Conversazioni sentimentali in Metropolitana

qui Pioggia Dorata

 

per oggi ti basta

dei romanzi rosa che correggo amo la mancanza di pensiero. manca il punto di vista dell’autore, le motivazioni, il focus della storia. non c’è nulla dietro la vicenda che, onesta, si presenta per ciò che è. non ci sono le metafore di McEwan, gli studi sulla tragedia di Marias, non c’è l’eros malato, oscuro e spiacevole di Covacich, il possibilismo di Murakami o la cronaca impietosa della Jelinek. non c’è altro che una storia “rosa” che si dipana su sfondi marittimi, in luoghi bellissimi e case da sogno dove, una protagonista bellissima, si troverà circondata da uomini meravigliosi, senza problemi di calvizie, di narcisismo, d’impotenza o lavoro, e che faranno a gara per soddisfarla.

ed ecco che invece sono due giorni che del testo in questione, l’ultimo che mi è arrivato, mi rimbomba una frase in particolare, quella che il primo dei quattro “man” che riesce a farsela già a pagina 20, le dice dopo averla fatta godere due volte (e scusate se rido).
e non mi ha colpita la poesia (che non c’è), la scelta dei vocaboli o il ritmo del paragrafo, ma il senso che, digitato da una donna tra l’altro matura, mi fa accapponare la pelle: per oggi ti basta.

basta cosa? e perché devi essere tu, a decider come dosare le mie voglie?

se ho mai conosciuto maschi così devo averli castrati senza accorgermene.
il “per oggi ti basta” ha in sé il peggio della cultura maschilista, e all’orizzonte vedo perfino i roghi, e l’infibulazione, e le botte alla moglie che ne vuole di più, e che prima di sposarsi le ha prese pure del padre che, del per oggi ti basta, ha fatto la sua bandiera.

ma nel 2016 si può ancora pensare che sia lui a darcelo? è possibile che non sia ancora in voga il libero scambio tra Venere e Marte?

e con questa riflessione vi saluto per un po’. buona estate.