risposta a 3 giovani scrittori

ieri mi hanno scritto tre blogger, tutti e tre giovanissimi/e, domandandomi come fare a pubblicare, chiedendomi, chi di persona chi attraverso un amico, un’opinione sincera sulla loro scrittura e qualche consiglio.

io non lo so cosa serva per pubblicare. anche perché finora è stato un miracolo anche per me. ma so che ci sono talmente tanti editori che non val la pena farlo a proprio nome, che qualcuno affine lo si trova, basta cercare, come per tutto, farsi il culo, piangere un po’, sentirsi depressi e perseverare.
soprattutto presentare manoscritti leggibili, servendosi magari di un bravo professionista che ci guidi, perché tra le migliaia, la nostra storia si distingua almeno un po’.

a leggere in giro pare basti scrivere come si mangia, mettere qua e là un po’ di vaffanculo e magari una femmina sofferente che si masturba.
leggere per credere.
e se da un lato ci sono le crisi esistenziali poco originali di stalker femmina, dall’altra ci aspettano mappazzoni di millecinquecento pagine con descrizione pedissequa dei peli del pube della protagonista.

no, scherzo.
il fatto è che non c’è una ricetta giusta.
la via più semplice è sempre quella delle conoscenze, inutile negarlo siamo in Italia, e più sei giovane e carino/a e “la/lo dai bene” meglio è.
poi ci sono le Agenzie, pagare per credere e pagare anche tanto.
infine c’è la ricerca costante della buona storia, dello stile e del personaggio, almeno per quelli che come me che non amano, non possono, non hanno tempo di leggere e incensare tutti i nuovi autori e andare alle loro presentazioni con sorriso sulle labbra e tanto di manoscritto da passare all’editore che guarda caso è lì.

per me le vie sono queste, la ricerca dell’inciucio giusto con il gruppo letterario più affine a noi: omosessuali, sinistroidi, sadici, intellettuali di lungo corso (e più son di sinistra più hanno la cerchia aperta solo ai parenti), oppure la solitudine, la ricerca, l’impegno costante e la preghiera, la triste via di chi, forse, troverà la celebrità post mortem ma si sarà divertito comunque.

vado a correre, e a sfogare la mia frustrazione.

Il buco nero dell’editoria

Ieri mi ha scritto un tizio per il solito parere editoriale cui  è seguita la solita e mail di default: io lavorare, tu pagare.

Ha insistito, pregandomi di leggere almeno l’incipit e dirgli che cosa ne penso, che non sarebbe stata una perdita di tempo, che scrive a metà tra Borges e Saramago. Gli ho risposto che io non sono nessuno per giudicare e che in editoria sarebbe meglio non somigliare a nessuno e di evitare di avere una così alta considerazione di sé. Che la storia è complicata e che quando invii un manoscritto lo lasci andare nel buco nero dell’ignoto. Perché nessuno ti risponde. A meno di inviarti la consociata a pagamento, come ha fatto con me Meridiano zero con Emil Edizioni, che, a una mia garbata risposta ha fatto pippa.

Questo dell’editoria è un mondo dove gli Uffici Stampa lavorano solo per scrittori già famosi, quando non scrivono manualetti del cazzo a proprio nome, e dove la frustrazione si taglia con il coltello. E che anzi, si mettesse in testa che in editoria non ci si deve vergognare della propria frustrazione. Che se ci si cancella dai social e si riguarda com’è ridotto,  l’inferno più nero sarà meno ostile del mondo editoriale.

Un amico scrittore, che ho provato inutilmente a sedurre perché mi aiutasse a pubblicare, mi ha detto che le case editrici hanno ricominciato a leggere manoscritti di sconosciuti.

Secondo me lo ha fatto perché mi levassi di torno.