perciò l’educazione è d’obbligo

sono privilegiata per nascita e non mi sento in colpa. sebbene da ragazzina sia stato complicato entrare nelle grazie dei fighetti della FGCI in vespino bianco che venivano al Socrate, salvo poi scoprire che anche loro abitavano in villa di proprietà e davano del lei alla servitù, è stato bello fare la ragazza allora.
sono stata educata a forza di dialoghi e signorili buffetti sulla bocca: nemmeno scemo era nel novero delle parole consentite da mio padre. nonna, che era stata in collegio in Svizzera, ci dava lezioni di buone maniere. la base necessaria, che nella barbarie odierna è perfino dannosa. le chiavi di casa le ho ottenute a diciassette anni per tornare a mezzanotte anche al sabato. i miei democratici genitori mi davano fiducia in cambio di sensi di colpa, tutti quelli di cui mi rifornivo tradendo la loro buonafede e salendo nelle auto dei ragazzi di destra, quelli più grandi di me che ci provavano sempre.
ma il  “no” valeva sempre “no”, e non “forse”.

la prima volta successe a Castro, nel Salento, con un milanese diciottenne che somigliava a Miguel Bosè di cui avevo accettato l’invito a scrivere cartoline in bungalow, vinta dalla curiosità di passare dalla parte delle più grandi e in possesso di tutte le istruzioni per non danneggiarmi troppo.
eravamo di meno, e nessuno aveva ancora acceso la luce, non ci eravamo contati, né visti così simili uno all’altro, orribilmente uguali da sembrare senz’anima.
le storie più belle e incandescenti mi sono capitate quando ancora non esistevano i cellulari, né video hard né foto, ed era bellissimo scappare da casa, tornare poi domandando scusa, capire fino in fondo di aver sbagliato e non farlo più.

tra la condizione di  bestialità e quella di umanità esiste un confine ben visibile, quello del rispetto che non è dovuto soltanto a chi è più importate di noi, come fate qui sui social. il rispetto si deve a ogni essere umano, al di là di ciò che scrive sulla propria pagina FB che è per lo più un’esibizione incredibile, ma che ha un corpo come noi, una mente, ha avuto un’infanzia, degli amori finiti, lacrime. il rispetto è la distanza di sicurezza tra noi e la bestialità dei commenti imbecilli, delle email d’insulti, delle richieste di amicizia insistenti e della confidenza eccessiva verso chi non si conosce.
l’educazione è linea di demarcazione di cui si tinge il rispetto, la ginnastica che educa a non superare il confine tra il bel gioco e l’invadenza, tra il consiglio spassionato e il fastidioso entrare nel merito. la buona educazione è il vocabolario dove il “no” ha soltanto un significato.

ristoranti kids free

perché sono favorevole ai ristoranti Kids free? ve lo spiego con le parole di uno scrittore che apprezzo molto e che gira da sempre attorno all’argomento “figli”. La sua analisi del genitore moderno, e che evidentemente nasce dall’osservazione, è a mio avviso perfetta e spiega perché, oggi e non ieri (e ciò è determinante per una discussione seria), sentiamo il bisogno di analizzare il problema dell’educazione che non impartite ai vostri figli.

“Noi sterili non sopportiamo i bambini anche perché, durante quel lungo pezzo di strada, l’altra metà degli adulti non fa niente per renderceli simpatici. Esattamente al nostro opposto i genitori sono convinti che il mondo non abbia bisogno di loro, bensì dei loro figli. I genitori credono di aver lasciato un segno, e il loro segno, il loro ineguagliabile, meraviglioso, stupefacente segno, è quel coso che lancia brandelli di marinara in giro per la pizzeria. Eccolo lì, è quel coso che strilla perché la mamma ha rivolto la parola a un’amica. Eccolo lì, è quel coso che prende a calci il cane. Una volta, quando tutti gli adulti si riproducevano, i bambini crescevano ai margini delle tavolate senza per questo ricevere meno affetto, trovavano subito il proprio posto nella gerarchia del branco, chiedevano “papà posso?”, giocavano tra loro senza bisogno di animatori. Adesso che gli adulti sono in grande maggioranza sterili, i bambini sono capolavori dei genitori, sono segni, gioielli creati non più con la naturalezza di chi semplicemente asseconda gli automatismi del ciclo vita-morte-rinascita, bensì con la pianificazione mediata e sofferta di un’opera unica. Ed eccola qui l’opera unica, che tortura un’intera carrozza di Frecciarossa con i suoi pianti rabbiosi perché la Playstation ha finito la batteria”. (Tratto da “La Sposa” di Mauro Covacich- Bompiani)

cafoni in vacanza e borghesi in naftalina

colpa della buonanima di mia nonna se oggi ragiono così, o sragiono, secondo certi punti di vista che si dicono anarchici ma si scrivono cafoni.

e non ci si salva nemmeno in prima classe!, anzi, forse i parvenue son tutti lì, o almeno erano sul Roma – Venezia delle 11:50 sulla cui tratta non sono riuscita a chiudere occhio e soltanto per poco e per non rovinarmi la vacanza mi son trattenuta dalla rissa. è andata così: silenzio assoluto tranne che per poche suonerie e un bambino di circa quattro anni che non ha fatto che parlare di inutilità da bambino a un volume da raduno calcistico. la madre, estenuata a propria volta dalla caratterialità del figlio, si è ben guardata dal consigliargli, domandargli, imporgli, di abbassare il volume della sua voce querula.

e se la maleducazione che colpisce gli infanti può essere da me tollerata, quella ormai consumata dei vecchi, no. Padova, una signora con valigino e muso stizzito sale spintonando i pochi passeggeri in piedi. trovato il proprio posto occupato da un signore che sedeva accanto alla compagna, evidentemente da lei diviso per l’enormità di viaggiatori e rifiutato di sedere al posto dell’uomo due poltrone più in là, fa ciò che mai ho visto fare se non sui treni notturni diretti al nord per la raccolta delle mele negli anni settanta: sale sulla poltrona di pelle senza sfilarsi i costosi sandali di cuoio e infila la valigia nell’apposito portabagagli, scesa, siede al proprio posto senza levarsi dalla faccia l’espressione infastidita e ben guardandosi dal pulire il sedile sul quale ha lasciato orme delle proprie scarpe lerce di stazione. non solo. quando la signora che le sedeva accanto prende un fazzolettino e pulisce la sua merda, lei nemmeno domanda scusa.

ma non finisce qui. Cortinna Express ore 17:00. posti prenotati ma non numerati occupati da singoli individui desiderosi di stendere le proprie zampe e stravaccarsi per tutta la lunghezza del sedile. io e mia madre riusciamo a trovare posto assieme dopo aver percorso tutto il bus. individualismo e cafoneria evidentemente vanno a braccetto.

ah, Monsignor della Casa, fulminali tutti quanti se possibile, e fa che tornino tutti a occupare il posto che compete loro, ossia i porcili.

oggi al rientro in albergo, però, ho avuto una visione: vedendoci arrivare, un settantenne elegante non soltanto ha salutato, ma ha fatto la mezza alzata riservata alle signore! Dio!, avrei voluto baciarlo per la felicità. ultimo rappresentante dell’educazione borghese in naftalina mi ha fatto sperare che non siamo del tutto finiti.

bambini all’Ikea

a volte capita che una cosa si debba acquistare per forza lì. che ci si debba andare al sabato perché il trasloco è dietro l’angolo. che si decida anche di suicidarsi con polpette avvelenate e di fermarsi al ristorante.
capita, a noi proletari capita, per noi umani può essere un incidente di percorso, decidere per un sabato all’Ikea.
e succede proprio mentre sto seduta lì con il mio vassoietto di salmone sul tavolo che mi rendo conto di quanta umanità mi circondi e di quanto sia anche brutta, maleducata, urlante e sporca.

Basterebbe dargli uno strattone e farlo sedere per evitare che il mio culo o quello di altri debba sporcarsi con la sua maleducazione, un piccolo ceffone sulla bocca per farlo stare zitto affinché non ci perfori i timpani. invece no, la nonna lo lascia fare, gli permette di restare tranquillamente in piedi sulla sedia. sì, i suoi piedini che hanno camminato sulla strada e raccolto merda come quelli di un adulto, insozzeranno il suo culo e quello di un altro. così fa anche la sorella, imitandolo, conscia dello sconto di pena riservato a lei dagli adulti che la circondano, della grazia quotidiana che le verrà concessa, starnazza anche lei in piedi sulla sedia e urla inutilmente verso il padre, incastrato come un imbecille in una fila chilometrica.

Se saranno loro il mio futuro preferisco morire adesso. Se lui, il piccolo mostro urlante, e sua sorella, saranno il mio impiegato delle poste, del comune o della USL, il mio barista, il mio tassista, il mio consulente fiscale, allora no.
Non so cosa ci voglia a educare un figlio, ma far pagare agli altri la vostra inadeguatezza di genitori mi pare una follia.