nessuno mi può giudicare

il permissivismo nei confronti di coloro che l’etica se la sono scordata, come la buona educazione (etica: dottrina speculativa e indagine intorno al comportamento umano di fronte ai due concetti di bene e male), fa parte dell’imbarbarimento collettivo. da buddhista non distinguo tra alto e basso, vita e morte, bene e male, ma tra quello che ci rende felici senza ledere gli altri e ciò che invece ci distrugge.

a ogni notizia di cronaca nera vediamo gli schieramenti prendere posto sugli spalti di FB, come sempre accusatori da un lato e difensori dall’altra, tralasciando le sfumature di pensiero che non trovano spazio tra le violente tifoserie social. ci sono gli anarchici, che sostengono quanto emoticon e bestemmie pubbliche si addicano al lutto di una madre (o di un padre o di un fratello), e non distraggono l’opinione pubblica, come invece accade, dal problema effettivo, nel caso di #Ischitella, le denunce inascoltate alla polizia della madre della ragazza uccisa con un colpo in faccia. poi ci sono i bacchettoni passatisti come me, convinti che forma e contenuto coincidano sempre.

segno dei tempi parlare di “compostezza del lutto”, ma francamente io prima di FB conoscevo soltanto lutti composti, le vaiassate erano cose da film e leggende metropolitane, come gli applausi al funerale: che cazzo ti applaudi. invece leggo puerili richiami alla libertà assoluta (o anche detta anarchia), e orribili accuse di arroganza verso chi prova fastidio per certe esibizioni.

io credo solo che il lutto vada rispettato. e che ci sia un tempo giusto per piangere in disparte e uno per bestemmiare in pubblico. e che a volte sì, c’è anche chi è migliore di altri, senza perciò essere arrogante e agli anarcoidi dell’ultim’ora, a quelli del “chi siete voi per giudicare una povera madre”, consiglio di dare uno sguardo alle dichiarazioni del Senatore d’Anna, che parla d’isteria collettiva, e di donne confuse che non sanno scegliersi un compagno, e ciò che penso io, a questo punto, vale ben poco.

a fine settembre “Conversazioni Sentimentali in Metropolitana”, Castelvecchi Editore. 

mea culpa mea culpa…

dunque sono una stronza. è che ogni tanto mi adeguo anch’io al bla bla bla generale, dall’alto della mia intelligenza è vero (:D), senza badare a ciò che dice la mia esperienza e mi urla la sensibilità, e tralasciando la filosofia che studio e professo da più di 20 anni. quindi cado nel diffuso e bulimico bisogno di far ridere. per esempio, il giorno dopo la strage di Nizza ho postato la foto di una bellissima adolescente, cui dopo hanno giustamente oscurato il viso, che in costume da bagno rosso, dal proprio biondume lanuginoso e le guanciotte piene come i giovani seni, si diceva disperata per la morte delle ottantatré persone sulla Promenade mentre tutto FB la prendeva in giro.

che cattiveria. poi ho eliminato la foto dal mio profilo, ho indossato il cilicio e mi sono data della stronza. perché dovrei saperlo che ognuno vive il lutto come sa, e che una persona può esprimere la propria disperazione anche da una foto così, e che anzi, cambiarla, ridefinire la propria immagine per dimostrare meglio (a chi?), al mondo, il proprio sincero rammarico, mi pare una mossa ancor più ipocrita che spendere parole magari sentitissime da un profilo teneramente sensuale.

insomma, ci lamentiamo della falsità dell’universo mondo e allo stesso tempo pretendiamo che ognuno dia di se stesso una forma che si adegui perfettamente ai sentimenti comuni, e quindi che si comporti come noi, e si muova all’interno dello schema dettato dalle regole imposte: la bandiera sul profilo, la foto oscurata, l’assenza forzata dal social fino all’ora ics. ho visto gente che partecipava al lutto familiare esibendo sapiente pragmatismo privo di lacrime. gente che si è consumata nel dolore per una settimana per poi evitare anche la messa in suffragio. so di persone, colpite da un lutto vicino, che fanno l’amore per giorni, selvaggiamente, come a voler coprire il nero dei drappi funebri con il rosso della passione.

 

le solite polemiche sul compianto

soffro di crisi di panico a stare tra masse di persone. perciò rifuggo volentieri adunate pubbliche e concerti.
la morte di Bowie ha mosso gli animi dei più, e la massa social si sa, va così, segue il gregge e a quattro ore dal lutto già non ne parla più.

il social è così, mette il pepe al culo a quelli che devono mostrare la propria ineccepibile cultura musicale, la propria evidente diversità, e perché no, la superiorità del proprio dolore su quello degli altri.
l’importante è far sentire a tutti i costi il proprio disprezzo, la noia per una celebrazione “lamentosa”, come alcuni l’hanno definita: certo, la prossima volta che morrà una stella organizzeremo un Party.

insomma, se per una volta ho provato gioia scorrendo la home di FB, e ho disciolto la mia tristezza nella tristezza di tutti, stamattina mi avvedo che i coglioni son sempre in piedi. un po’ come le “sentinelle”.

casomai non l’aveste capita, perché forse non avete avuto mai quindici anni, vi spiego la faccenda, andando, come voi, per ovvietà.
al di là della sua musica, che non è stilisticamente né quella di Coltrane né quella di Zappa, Bowie è stato per intere generazioni il simbolo di un modo alternativo di essere.
è stato una guida per i ragazzi di allora che Internet nemmeno lo sognavano, e che s’incontravano ogni pomeriggio nei negozi di dischi per ascoltare le novità musicali che l’amico aveva portato da Londra, per esibire sulla giacca le spillette che allora andavano a ruba.
Bowie è stato un sogno, nonostante le imperfezioni di cui nessuno di noi si era mai accorto.

qualcuno ieri ha polemizzato con chi, sull’onda dell’emozione, ha scritto che il rock è morto.
qualcuno dice che c’è ancora della gran musica in giro, che siamo noi che non l’ascoltiamo più.
ecco, appunto, sì, forse siamo vecchi e non abbiamo più la pazienza né la voglia di andare in cerca del fenomeno. o di innovare. che lo facciano i giovani, come lo abbiamo fatto noi. ma non credo troveranno granché.

almeno non troveranno nulla che possa rimpiazzare il ricordo ineguagliabile della nostra gioventù.

cosa rimane

di noi resteranno omissioni e bugie, quelle svelate in un incontro casuale magari a vent’anni dalla nostra dipartita. forse ci sarà qualcuno a pronunciare il nostro nome, a recitare versi scritti e lasciati nel cassetto, a scandire le nostre parole, spesso povere, impubblicabili. se avremo qui qualcuno che ci somiglia pure, che la penserà proprio come noi, che racconterà di noi di quel giorno strano, dell’eclissi e del terremoto, del gesto eroico compiuto.
in realtà soltanto pensato.
le memorie mentono.
i vivi sorridono al miglior ricordo che hanno di noi e a una vita come tante, piccola, talvolta invisibile ma sempre preziosa.

ci illudiamo di appartenere all’eterno.
proviamo a lasciare una traccia e a incidere sulla realtà senza accorgerci che l’attimo, proprio quello che avevamo giurato di non lasciarci sfuggire, se n’è andato per sempre. assieme al ricordo di un bacio in pineta, e la radio che suonava “Tu dimmi quando quando…”