la lingua batte e basta

io lo capii da sola che l’atteggiamento ancillare dello stare un passo dietro di lui era mortale: quando trovai il mio conto svuotato, il mio attico impegnato, la sua segretaria nel mio letto. ma la responsabilità era del Sud, della chiesa, dei nostri discorsi di bambine, delle chiacchiere tra le amiche di mamma al mare sui buoni e sui cattivi matrimoni, dell’idea della sistemazione, del sogno del cazzo di Principe Azzurro che poi si rivela un fragile megalomane che mena. non è il caso di cui parlate tutti, ma l’effetto di anni e di secoli di storia fatta e scritta dagli uomini. e non sarà il linguaggio che potrà cambiare lo stato delle cose, ma la reale parità di opportunità. per esempio una donna che scrive di sesso, soprattutto se bella, elegante e fascinosa, è una scrittrice di genere, un uomo è certamente un autore coraggioso. una donna che scrive di sesso sarà bollata a vita come una scrittrice erotica. e chi non ha letto i miei racconti, giudicandoli, sono per lo più uomini, ma anche donne dal linguaggio evoluto. il maschilismo è anche tra chi invoca le dimissioni del machista.

e poi, però, se vai in giro con l’ascella folta ti insultano. se ti lasci i capelli bianchi ti parlano dietro:  dai, guarda come la invecchiano.

 

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tra pochi gironi in libreria “Io e il Minotauro”, il mio quarto romanzo

tienitelo pure

quando abitavo in via degli Ibernesi conobbi un simpatico cinquantenne, frequentavo ancora la Silvio d’Amico e lui era un padre di famiglia, un imprenditore (stai tranquillo, C., so che mi leggi con terrore tutti i giorni e hai comprato anche i miei libri, ma mi puntassero la pistola contro non farei mai il tuo nome).
C. aveva una bella moglie che si occupava dei figli adolescenti, era uno che voleva la pischella da esibire più che altro con gli amici, da buon “cummenda” faceva glamour avere una border line di cui occuparsi, cui allungare ogni tanto i soldi per l’affitto, benché fossi abbastanza viziata da non averne bisogno.

allora non conoscevo la sofferenza della cinquantenne abbandonata, quella poi declinata dalla narrativa italiana fino alla nausea da Ferrante alla Stancanelli passando per centinaia di tristi autofiction; l’afflizione che toglie il fiato e che ho vissuto io stessa ma sedici anni dopo, quando quell’imbecille del mio primo marito mi lasciò per una venticinquenne perfino bruttarella; non sapevo, da giovane attrice rampante, quanto facesse male il dolore che più che altro è orgoglio ferito, che è disorientamento, che è paura del vuoto che l’assenza ingombrante di uomo, seppure egocentrico, noioso, pieno di malattie psicosomatiche, lascia.

ma quando ascolto certi discorsi da Metropolitana sulla capacità di “tenersi” un uomo, di non lasciarselo scappare, capisco che nel linguaggio si annida la nostra piccolezza di donne del sud, la nostra incapacità di prendere un tegame e sbatterglielo in testa alla prima battutaccia, anziché ingoiare disattenzioni e infelicità pur di “tenercelo vicino”, in casa, nei pressi, magari ingrugnito e indifferente.
è nei selfie quotidiani su FB che manifestiamo tutto il nostro bisogno di attenzione, la nostra necessità di essere accompagnate da un uomo, sia pure uno stronzo.
perché è la maledetta mancanza di lavoro, la politica di questa nazione retrograda che non ritiene l’occupazione femminile una piorità, l’unica catena che ci lega veramente a un uomo, che ci mantiene nell’incapacità di essere autonome e andare via, sbatterle la porta in faccia, come fece con me la moglie di C., e dire alla giovane amante: tienitelo pure.

chissà cosa ne pensa Nina…

ogni volta che una ragazza viene stuprata o uccisa penso a Nina, la quarantenne che non ha problemi a mostrare le sue belle chiappe su twitter ma a dire che c’è ancora bisogno di femminismo sì. una del clan “sbattimi al muro” e “è stata sua la colpa che si è scopata il marocchino”, una “de destra”, insomma, che va fiera del proprio culo più che del genere cui appartiene, di quelle capo pollaio che invoca la forca per l’assassino soltanto per ricevere RT e il giorno dopo il #femminicidio, e poi se ne fotte pure postando donne al guinzaglio, creando quello che io chiamo “EIF”-effetto invito Facebook-, quando cioè pensi ci saranno 300 persone alla presentazione del tuo libro e invece sono in tre. ed è così per la lotta, che io poi mi sento sola, rimbrottata da tutte quelle che “non generalizzare”, o “mostrami i numeri”.

così per il #femminicidio, quando io sostengo si tratti anche di linguaggio, e che chi ha più testa la usi meglio anche su questi cazzo di social, dove vince sempre chi la dice più grossa, meglio se maschio; e che al muro mi ci faccio sbattere anch’io dal mio uomo ma senza necessariamente farlo sapere a tutti; perché poi il matto c’è sempre, e ci vuol poco a creare l’effetto “cinquanta sfumature” di chi non ha capito un cazzo, e non sa che mi può schiaffeggiare se lo voglio io e quando lo voglio io e finché lo voglio io.
e che se non ti voglio più è finita.

non se ne uscirà finché ci sarà chi nega, finché sentiremo in TV frasi come “la volevo che cucinasse”, pronunciata da un cretino che non ha più di trent’anni, o “mi piace perché mi dà protezione”, detto dalla solita donne del Sud autonoma soltanto a parole, educata come negli anni ’50, che lei sta a casa e lui porta il pane. finché saremo giudicate per ciò che sembriamo e non per ciò che siamo, Ministre comprese, finché saremo usate come oggetti, come un telefonino, ma anche peggio.

nessuna tolleranza contro il linguaggio sessista.
anche se lo usa Aldo Nove.

Lara e le emoticon

ho rivisto Lara, la scambista fragile conosciuta per caso in Metro.
stavolta è venuta lei a trovarmi qui al lago. ha insistito. le ho detto che non sto scrivendo un libro su di lei, che però la sua storia m’ispira, che in qualche modo anzi la sto sfruttando, che comunque se dovessi usarla glielo direi.

lei mi ha preso la mano e mi ha guardata negli occhi: pensi che non so cosa vuol dire “essere sfruttata”?
ha le mani gelide, le unghie posticce che mi fanno sempre una strana impressione, mi parla e non trovo il coraggio di sfilare le mie dita dalle sue. ha bisogno di torturare qualcosa mentre racconta la sua infanzia tradita, e poi di lui, del suo Pà, Paolo, suo marito, quello che le ha insegnato che la violenza consenziente può essere una via per guadagnare bene, e che la sua resistenza al dolore è un pregio.

le ho domandato se il dolore le piace, mi ha risposto che preferisce le carezze. mi è venuto spontaneo passarle una mano sul viso.
se avessi soldi l’adotterei. mi piacerebbe portarla a casa e insegnarle tutto ciò che so, toglierle dalla testa quegli orrendi colpi di sole e farle fare un taglio che esalti i suoi tratti.
ha la pelle di una ventenne che mangia male, ma Lara ha qualcosa che quasi nessuno ha più, la capacità di sapere dove si trova e dove può arrivare: non più in là di qualche metro.

nun me piace studià. dice disgustata all’idea, mentre prendo alcuni volumi dalla mia libreria. si tratta di Marcovaldo, Le mille e una notte e le fiabe di Andersen.
le dico che non si tratta di studio, ma di viaggi particolari. fa una battuta sui treni, poi mi racconta una barzelletta, ride come una bambina.
prende dalle mie mani un volume e inizia a sillabare con fatica. alla fine del periodo mi fa: ma nun se pò avé qualche figura?

va via. la guardo salire sul treno e mi domando se la rivedrò.
il treno parte e dopo nemmeno un minuto arriva il bip.
sono le sue emoticon: che è sempre mejo che parlà.

qui il mio ultimo romanzo