librerie e sex toy

dunque il nuovo gioco di opinionisti in diretta TV, ma anche giornalisti, scrittori, politici, attori, magistrati, è quello di mostrare alle proprie spalle una libreria possibilmente ben fornita, meno “Struzzi” meno punti, le prime edizioni però non contano, il pubblico da “Salone” poco sa sull’argomento.

fa cafone il libro messo di copertina, soprattutto se a proprio nome, che è un po’ come citare se stessi. se sei virologo puoi anche evitare la libreria e lasciare che la telecamera inquadri un bell’olio su tela, in questo caso anche i congiuntivi possono suicidarsi, gli scienziati non sono obbligati a leggere. anzi, meno leggono meglio è: durante le conferenze stampa della Protezione civile numerosi “piuttosto che” congiuntivi sono stati lasciati liberi di esprimersi e contagiare i presenti. strane forme verbali sono state autorizzate dalla Crusca.

Massimo Giannini, bello anche senza luci al led, è rimasto fedele ai dorsi bianchi ben ordinati. così il filosofo Cacciari. da Berlinguer, Corona (non il virus ma insomma) ha mostrato la “libreria troiaio” coerente al personaggio. Enrico Letta, ricicciato in tempo di virus assieme a Mario Monti, quasi a voler ricordarci l’emergenza economica dei loden, ci ha presi in contropiede mettendosi a parlare di diritti costituzionali davanti a una tenerissima collezione di giornaletti di Topolino, che rossi e gialli fanno anche Forza Roma, scatola di Subbuteo e macchinine. 

io credo, però, che se proprio volessimo essere originali, avendo tempo da perdere e quello mi pare ci sia tutto, dovremmo mostrare qualcosa di meglio in libreria, qualcosa che ci renda veramente originali. per esempio una collezione di sex toy, plug anali, manette, vibratori, scatole di preservativi; ma anche bilancini, cannucce, biglietti da 100 arrotolati, che fanno tanto Camera e Senato.

qui il mio quarto romanzo

qui il mio sito

 

GIUNTI al punto di crisi: evviva Amazon

lo so, non è giusto, è il secondo innamoramento letterario in un anno ed è ancora un uomo. e poi così improvviso, fulminante. ma io non seguo le mode, non leggo ciò che è “in voga”, meno che mai premiati o finalisti. non subito, magari dopo qualche anno. prima annuso, ascolto giudizi, leggo recensioni ma senza troppa attenzione.
così decido che devo averne ancora e chiamo la libreria “Giunti al Punto” di Bracciano “Centro Commerciale”. domando se hanno “Di bestia in bestia” di Michele Mari. mi si dice che non c’è, che se voglio ordinarlo devo passare prima a pagare.
cosa?
eh?
rispondo che non ho la patente e non so come arrivare fin lì, ma che di certo il 18 passerò a prendere il volume, di stare sereni, che se posso fornire loro il numero di carta di credito lo faccio subito, a garanzia.
ma niente da fare.
non ordinano se non dopo pagamento: dictat della direzione.
e certo, come se non ci fosse possibilità di “reso”, come se tenersi sugli scaffali un autore del calibro di Mari possa far finalmente scomparire certi pessimi volumi, per lo più rosa nauseabondo e noir banale; come se l’influenza del vero scrittore possa causare l’improvvisa rigenerazione del sistema “editoria di merda” e riportarlo a una situazione “editoria vera”.
ma quando amo non mi do per vinta: così chiamo la libreria di Bracciano centro, sempre Giunti. chiedo di nuovo di Mari, ripetendo TRE volte il nome dell’amato, e mi sento rispondere la stessa cosa: che se voglio ordinare QUEL libro, devo prima passare a pagare.
con voce flautata e la mia miglior dizione prego il commesso, gli dico che dopodomani è il mio onomastico, Santa Elena, di farmi questa cortesia. Gli faccio anche presente che da loro ho ordinato e comprato TRE Murakami e QUATTRO Covacich, che per “A nome tuo” sono dovuta andare TRE volte lì a vuoto, che magari il mio nome è scritto da qualche parte, dove c’è anche scritto “cliente affidabile”.
no, no e no.
La minaccia finale, la stessa che usai per i ginecologi del San Giovanni, quando mi trattennero senza ragione nel reparto ostetricia, è quella di dirmi giornalista e che denuncerò la cosa.
il Man s’incazza. mi dice che a combattere contro i mulini a vento mi farò solo male, e che denunciando certe miserie otterrò soltanto svantaggi.
gli rispondo che se il Lago di Bracciano è ridotto così è perché è pieno di gente che non combatte, rassegnata a perdere prima d’iniziare e che tanto, se Giunti al Punto non ordina Michele Mari, figurarsi se ordinerà me.
(p.s. il presente post è rivolta alla Direzione Generale Giunti, non ai commessi della libreria, gentilissimi, che non hanno altra scelta che seguire le regole).
qui il mio ultimo libro.

non vendiamo Riina

scusatemi se insisto, ma ieri è stato tutto un fiorire di vetrine con la scritta: “in questo libro non si vende né si ordina il libro di Totò Riina” e vi garantisco che più che fastidio non mi ha dato.
intanto perché è un segno di disistima verso il lettore.
poi perché di cagate ne vendono già a quintali, i librai, e anche con fierezza, perché come mi rispose una volta una commessa di Feltrinelli, Largo Argentina, Roma: se vuoi leggere la scrittrice svedese femminista e lesbica, la ordini, non puoi pretendere di trovarla qui.
per cui non parliamo di correttezza.

è un atto di buona volontà, me ne rendo conto, una plateale manifestazione antimafia, immagino, anche se credo più a un’esibizione.
il fatto è che la Mafia è dentro di noi. tutti, senza eccezioni. il morbo mafioso è anche nel papà incorruttibile che però, senza farsi vedere, accetta il colloquio per il figliolo con tal dei tali.

ho misurato l’entità del fenomeno quando ho iniziato a cercare lavoro, ormai 10 anni fa, quando anche nelle librerie di paese, dove a servirmi c’erano ragazzi di poche parole e ancor meno capacità, il mio curriculum non è mai stato preso in considerazione.
e non soltanto dai librai non sono stata mai scelta, ma anche dai manager dei supermercati come la Feltrinelli, o  CONAD.
eppure, cazzarola, ho fatto milioni di cose nella vita.
ho anche diretto due aziende.

ma nonostante gli spazi appositi del “lavora con noi”, so per certo che da noi in Italia non funziona per curriculum o colloquio. ci sono liste d’attesa parentali incredibili, so di aziende che tengono occupato il posto per il nipotino della nuora del cugino che nascerà tra sette anni.
che cazzo parlate di antimafia!

poi, nell’ambiente letterario, dove i meccanismi reali sono esclusivamente quelli dell’inciucio, checché ne dicano gli addetti ai lavori che ci ammansiscono su FB con la favoletta che si scrive per se stessi, mentre loro e i loro amici son già prenotati per la Fiera del libro 2020 e in lista per lo Strega del 2030.

lo sport preferito dei creativi italiani e il salto nella cerchia giusta. perché devi essere nelle corde del direttore editoriale di sinistra, o di quello sperimentalista, o di quello gay o di quello che se lo fa ciucciare soltanto da quelle bionde sotto i trenta. basta fare due conti, signori miei, scrivere dei nomi su un foglio e collegarli tra loro.

a casa mia si chiama Mafia, a casa loro forse si chiama stima.

a Milano chiude la Libreria del Corso

quella in Corso Buenos Aires, e dispiace. tra qualche giorno avrebbe compiuto 50 anni di attività. però, i commessi delle librerie, oggi, vendessero calze per calzedonia farebbe lo stesso, non è che per loro sarebbe peggio o meglio, eh. come la tipa della Giunti che mi ha fatto aspettare ben quattro settimane dei romanzi che poi non sono arrivati. almeno non tutti. e parliamo di Einaudi, non di GiaZira Scritture.

nel frattempo sono giunta al termine di 1Q84, di Murakami, che ho finito soltanto per tigna, così ripetitivo che nemmeno la demenza senile e ben organizzato che nemmeno un viaggio villaggio turistico. se è questa la roba che vende e che leggete, io non ho capito proprio  un cazzo, mi arrendo e sono felice così. la descrizione puntuale priva di sorprese, a inizio scena, come un diuretico che abbassi la pressione, azioni continue, sempre le stesse,  e che ci conducono a eventi così prevedibili, che nemmeno il maschio italiano che va via dopo aver scopato e senza ringraziare.

poesia zero. fatti, solo fatti messi in fila come le automobili che descrive nella prima scena del primo volume, con tanto di marca e caratteristiche del modello. di Giappone c’è il tofu e qualche alga. un po’ di buddhista “causa latente ed effetto manifesto”. non ho mai letto un libro tanto affollato di plot e così poco avvincente. ma a voi piace così. voi che partecipate a Tornei letterari dove i concorrenti abbassano i voti per vincere, non credete ci sia una parola giusta per ogni frase, meglio una storia del cazzo da seguire per 300 pagine che dieci pagine di osservazioni sull’esistenza. quelle sono “spiegoni”. quella è autoreferenzialità. quello è egocentrismo.

ricordo il libraio Feltrinelli di via del Babuino. avevo vent’anni e l’espressione spaventata della provinciale nella grande città. mi prese per mano e mi fece sedere su uno sgabello, mi disse di guardarmi intorno con comodo e aspettare un po’, lui doveva andare in magazzino perché forse una copia di quel libro ce l’aveva. lamentava che certi autori non li stampavano più, e che sarebbero presto scomparsi dalle librerie. mi porse “Il sipario ducale” di Paolo Volponi come fosse una sacra reliquia. poi mi domandò come mai leggessi un autore così politico. gli risposi che le questioni del Partito Comunista m’interessavano per capirne il fallimento. poi abbassò la saracinesca e con me divise il pranzo. sul suo camice blu l’etichetta con il nome: Marcello.

gli amanti muti

a parte un’ora di corsa di circa 6 Km sulla pista ciclabile non mi muovo granché. devo inviare la bozza corretta all’editore entro il 15 e poi qui a Cortina mi manca da vedere poco, e dato il mio scarso senso dell’orientamento evito di fare escursioni da sola per non dover chiamare il soccorso alpino e farmi sgridare dai simpaticissimi veneti, che Zaia, in confronto, è Mr sorriso. così non mi rimane altro da fare che preoccuparmi per gatte e maschio rimasti a casa e raccontarvi ciò che vedo. tipo le librerie della stazione. a Venezia Mestre cercavo Parise, volevo regalare a mia madre “L’odore del sangue” che, ovviamente, non c’era, ma ecco che cosa ho trovato: Soncini, Piccolo, La Gioia, De Giovanni, Piccolo, Piccolo, De Giovanni. Infine una marea di Romance: “senza te”, “con te”, “sotto di te”, “sopra di te”, “accanto a te”, eccetera. non mi meraviglio perciò per lo spettacolo cui ho assistito ieri sera. Una coppia di “alti” senza fede al dito. lui, quarantenne alto oltre i due metri, in pantaloni scozzesi e giaccone in lana cotta, faccia lunga alla Marco Balich, dentoni rifatti e sguardo da ricco. lei, trentenne non rifatta ma artefatta, alta, tacco vertiginoso, capelli gonfi alla Bardot su capoccione alla alien, vestita da prima alla Scala, non da ristorante pizzeria in alta montagna. io, rivolgendo spesso lo sguardo al mondo fuori, chiacchieravo con mamma godendomi lo spettacolo di due adulti che non hanno un cazzo da dirsi. lei lo Smartphone lo teneva sulle ginocchia e sorrideva tra sé digitando qualcosa. lui il suo Iphone lo teneva sul tavolo, scorreva la home. così fino al dolce, così, anche dopo, quando si sono avviati non so dove tenendo lo sguardo sui loro dispositivi. forse anche dopo, a letto, magari dando un’occhiata alle notifiche tra una scopata e l’altra. breve, per carità.