io questo occidente l’ho provato

le mie sono soltanto riflessioni, personalmente non ho nulla da insegnare, né su FB né altrove. ma mi domando: di quale libertà parliamo? quella di mostrarci nude?, di fare sesso con chi ci va? la libertà di leggere ciò che voglio, e di scrivere, è l’unica che mi riserverei in questo occidente consumista e consumato dai debiti. la libertà di soggiornare quotidianamente su almeno 7 social, di avere trentamila sconosciuti cui rendere conto, di cambiare cellulare ogni due anni, di parlare per ore con l’operatrice telefonica dalla Romania che mi propone l’ennesimo contratto vincolante, di rifarmi la bocca a cinquant’anni, a me questa specie di libertà non interessa.

bisogna ripristinare i valori occidentali, dice qualcuno in TV. e quali?, quelli della chiesa cattolica che condanna il sesso fuori dal matrimonio, l’omosessualità, la diversità, e stupra minori?  la fratellanza che crea speculazioni sui morti del terremoto dell’Aquila? la cultura lottizzata tra gli amici del Ministro? le biblioteche, i musei, le fotografie, la moda, la splendida mobilia dei nostri artigiani, l’arte culinaria, i prodotti tipici, la terra?, magari quella non inquinata dalla camorra, pertanto assai rara, quella delle sementi per il grano che ormai non c’è più.

siamo mucche da latte, come scrive Matteo sotto il mio post. lui come me riflette, e sa che le mie non sono prese di posizione, perché soltanto il libero arbitrio ci distingue dalle bestie, perché attualmente non siamo liberi neppure di parlare, giacché siamo troppi ed è difficile farsi sentire, perché siamo vacche da mungere, come si usa dire nel marketing. perché tutto quello che produciamo è valutato con la lente della “vendibilità” e non del piacere, non dell’originalità del contenuto, della forza poetica.

attorno a me una massa d’incompetenti, occidentali e presuntuosi, individualità che brucano il prato della conoscenza giusto il tempo di trovare una frase incisiva da postare su FB o da insegnare a un corso di scrittura creativa.

qui il mio ultimo romanzo. il prossimo in uscita in autunno per Castelvecchi.

libertà a intermittenza

siamo quelli che mostrano culi e tette in bacheca perché iBBeri di farlo, ma che a parlare di #pissing ci viene da ridere; che urliamo e strepitiamo e organizziamo sommosse popolari per la difesa dei Diritti umani, e perché nostra moglie possa indossare con serenità il perizoma e avere figli a settant’anni, e ci scandalizziamo per il burqa e gridiamo contro il negro che ci ruBBa il lavoro. penso che, prima di indignarsi, molti facciano un giro in TL per capire come butta il vento. perché alcuni non sanno proprio di cosa si parla, forse non sanno neppure dove si trova con esattezza la Francia.

il bello è che: “hanno ingigantito così tanto la faccenda che al nostro giornale è arrivata la notizia soltanto venerdì” dichiara in una intervista telefonica una giornalista della testata satirica Charlie Hebdo, la stessa che l’italiano aveva difeso dopo l’attacco terroristico, la stessa in difesa della quale era sceso in Piazza e aveva urlato “libertà, libertà” e che da giorni, lo stesso cittadino medio (compreso il nostro capo del Senato), ha lapidato e condannato.

io all’epoca non mi schierai, non misi foto né mi diedi pugni in petto. ragiono a lungo prima di decidere se schierarmi e con chi, perché la maggior parte delle volte credo che la verità sia nel mezzo. e odio con tutta me stessa le manifestazioni carnali di chi commenta senza sapere, e posta senza leggere e legge senza capire.

non mi va di entrare nel merito della vicenda perché essa non ha merito, se non quello di averci fatto passare, come sempre, almeno agli occhi dei nostri cugini francesi mangiabaguette e antipatici, per quelli che si ritrovano sotto Palazzo Venezia entusiasti per osannare e poi a Piazzale Loreto per impiccare. perché questo è il rischio quando non si riesce a pensare con la propria testa perché obnubilati dal sentimento patriottico o religioso che sia fa lo stesso, il rischio è di non capire il senso, e soprattutto il LIMITE, perché a ragionare di pancia si rischia di finire nella merda.

perdonate se sono così dura. d’altra parte mi è parso di capire che le provocazioni, per molti di voi, restano lettera muta.

 

 

sciacalli

ho sempre amato questi piccoli predatori della razza “canis”. anche da bambina, quando guardavo i film western, non riuscivo a capire l’aura cupa che si portavano appresso e i commenti negativi degli adulti. in definitiva ognuno ha una funzione per l’equilibrio dell’ecosistema, la loro è quella di far sparire i corpi che restano a putrefare al sole. così come penso che un uomo che arriva a rubare nelle case dei terremotati sia veramente disperato, e che quindi ci sia poco da mettersi sul piedistallo e biasimarlo. ci si riduce a tanto nella nostra società Made in USA dotata di ogni comfort soltanto per alcuni.

lo sciacallo del web, quello social, è diverso dal bel cane dorato che va a caccia di piccoli mammiferi per le praterie. non ha il pelo così lucido. questo tipo di predatore di follower e visibilità specula sulle tragedie altrui e usa gli hashtag # in tendenza anche per fare pubblicità al proprio ultimo romanzo, o scrive status così divertenti che pazienza ci sono vittime: tanto i social son fatti per cazzeggiare!

sciacalli sono quelli che in nome del proprio “credo” biasimano quello degli altri, che si tratti di pratiche religiose o di presunte scostumatezze nell’abbigliamento, e che diminuiscono la libertà del vicino in nome della propria, quando LA LIBERTA’ è una soltanto e dovrebbe valere per tutti.

sciacallo è chiunque aggredisca l’altro per acquistare credibilità verso il prossimo, fama, visibilità. sciacallo è quello che interviene sulla tua home e dopo tanti tanti tanti anni perché magari hai troppi like, o perché ancora una volta bisogna farsi valere su ogni opinione diversa.

invidio chi finge di volere il dialogo ma in definitiva segna il territorio, come i gatti, che lasciano i propri umori sui mobili di casa o nei giardini altrui, o come gli emissari dei Partiti Politici che impediscono alla gente di esprimere opinioni, o le femministe, che affermano il proprio principio di libertà negando quello di tutte le altre.

 

l’uomo Libbero e l’idea di democrazia

stanotte il Man mi ha mostrato un tizio pieno zeppo di fan (purtroppo) che, chiaramente su FB, il social dove vince chi ce l’ha più grosso (l’ego), urlava contro chi gli aveva segnalato un video (che chiaramente NON posterò), e tra una parolaccia e l’altra cianciava, con tono minacciosissimo, sul fatto che siamo in democrazia e che quindi lui  può fare e dire tutto “er cazzo che je pare“. un motto che si legge spesso, direi.

il popolo alla riscossa che non s’impegna a leggere nemmeno le istruzioni e le modalità d’uso, quello che ama tanto la democrazia da aver delegato sempre ad altri le decisioni, che invoca con nostalgia il fascismo che però si guarda bene di osannare nei periodi in cui non va di moda, o se si trova ad atteggiarsi a musicista o scrittore nei salotti buoni della sinistra da barca a vela con terrazza ai Parioli.

intanto, caro signor Libbero, la nostra è una democrazia parlamentare, ossia “indiretta”, il che vuol dire che il popolo -quello che vuol fare il cazzo che je pare, cioè tu, chiunque tu sia-, vota dei rappresentanti, e non è quindi lui in prima persona (cioè tu), almeno fino al termine della legislatura quando ti candiderai, a decidere un bel cazzo di niente. inoltre faccio presente che la democrazia è un sistema imperfetto per il solo fatto che, la maggioranza, sempre quella di cui fa parte l’orgoglioso uomo Libbero e che affollava Piazza Venezia ai tempi di mio nonno, potrebbe decidere di sopprimere qualsiasi libertà del popolo e dell’uomo Libbero.

io, insomma, nelle mani della maggioranza non mi sentirei così al sicuro, infatti sto per organizzare una migrazione su un altro Pianeta. ma sarei più tranquilla se l’uomo Libbero leggesse, s’informasse prima di sparare cazzate in pubblico, e sapesse che la sua libertà è tale perché ha un limite, e che quel limite sono le leggi imposte dalla maggioranza, come per esempio la libertà di dissentire su ciò che lui afferma, di bannarlo, insultarlo o denunciarlo, e non soltanto ignorarlo. che insomma la mia libertà, che non è più cretina della sua, sta nel contrastare con tutte le mie forze la sua falsa idea di Libbertà. che magari, a dirla con una “b” sola, vale anche di più.

#liberando

liberando istinti e paure ci scopriamo svogliati, poco entusiasti, sempre più tristi.
non abbiamo più buchi della serratura, barbieri dai quali leggere fumetti pornografici, zie da spiare sotto al tavolo durante le feste comandati, amici più grandi che ci conducano in pineta in un tardo pomeriggio d’autunno per insegnarci l’amore. sappiamo tutto. abbiamo liberato ogni tabù eppure ancora non ci basta.

su twitter Lucrezia si fotografa ogni mattina mezza nuda liberando il proprio desiderio d’amore per il vicino brizzolato, chiunque egli sia, pazienza non lo conosca, l’importante è che sia impossibile da conquistare, eterno sogno sul cuscino, mai corrotto dalla realtà che ci rende imperfetti.

intimità vergognose parlano per conto di nickname volgari sentendosi Yates,
branchi si muovono nella notte alla ricerca di ostilità interiori da liberare, immuni dalla colpa e immuni dalla pena, felici della libertà conquistata, dell’attenzione che avranno l’indomani dalla rete, pazienza se per un giorno soltanto.

ma la nostra prigione è l’autocompiacimento, il bisogno di apparire e di essere apprezzati, di venderci; il desiderio di possedere tutto ciò che il mercato ci offre durante le pause della nostra serie preferita è il naturale confine dei nostri piccoli sogni.
la nostra prigione è la capacità di amare il prossimo soltanto a parole, lasciando cadaveri putrefarsi nell’appartamento accanto, è il selfie che ci vede felici nonostante abbiamo la morte nel cuore, la malattia che diventa anch’essa un’opportunità per farsi notare.